LA SCOMMESSA LANCIATA DA ZINGARETTI: IL PARTITO DEMOCRATICO È UN PARTITO? SÌ E SENZA VERGOGNA

di Giambattista Maiorano

Solo qualche giorno dal fatidico 26 gennaio che molti danno come il d-day della politica italiana. Vincerà Bonaccini, o sarà travolto dalla Bergonzoni? La battaglia infuria, ma solo le urne ci diranno se l’Emilia Romagna sarà conquistata dai “liberatori” alla Salvini, oppure preferirà continuare un percorso che l’ha vista primeggiare e posizionarsi sempre tra le regioni italiane più progredite.

Ma a prescindere da questo argomento certamente rilevante e dall’esito elettorale, ritengo che l’obiettivo di Nicola Zingaretti di cambiare e tanto il Partito Democratico si imponga di per sé come argomento in grado di ridare spessore e significato alla politica e quindi interessante.

Non che l’esito elettorale sarà ininfluente sui destini della scommessa lanciata da Zingaretti. E tuttavia al profondo rinnovamento di pensiero, di prassi e di modalità di una comunità politica bisogna arrivarci, ed arrivarci in fretta con un diverso approccio consapevoli dei mutamenti sociali e del sostanziale cambiamento degli stessi attori sulla scena.

Si tratta di un processo serio per ridefinire, non con slogans o con messaggi via social, un profilo identitario più aderente ad un soggetto politico che è nato al Lingotto poco più di 10 anni fa, con l’obiettivo ambizioso di rappresentare il meglio del mondo progressista nelle sue varie sfaccettature culturali, ma che ha smarrito in parte la sua strada.

Qualcosa non ha funzionato nell’amalgama ed è evidente perché alcuni osservatori hanno parlato di “fusione a freddo” tra le forze politiche che hanno costituito il PD. L’impasto non ha seguito le speranze e le intuizioni originarie.

L’emergere e il moltiplicarsi di gruppi e gruppuscoli, fagocitati dalla illusione della gestione di una fetta di potere, ha deviato in molti aspetti un progetto che era una scommessa. L’obiettivo era una sintesi prodotta dall’incontro tra le culture delle forze socialiste con l’espressione del cattolicesimo democratico e sociale. Punto di unità erano i tratti comuni di un umanesimo che vedeva lo sviluppo legato indissolubilmente nel concetto di uguaglianza tra gli uomini offrendo a ciascuno pari opportunità di partenza realizzando in questo modo il grande concetto costituzionale sancito dai padri costituenti.

È mancato il coraggio di portare fino in fondo la sfida del confronto aperto tra identità differenti che produce la contaminazione. Si è proceduto per sottrazione, ciascuno annacquando il proprio vino. A prevalere non potevano che essere le particolarità che hanno sfibrato l’essenziale dando vita all’indebolimento dell’idea stessa. L’esito finale è stato una eccessiva conflittualità interna e le successive scissioni, nella convinzione assurda del progressivo rafforzamento della sinistra democratica. L’esatto contrario di quanto accaduto.

A tutti è evidente la fase di turbamento, di difficoltà, di perdita di punti di riferimento che ha fatto seguito prima alla stagione del governo Monti e, successivamente del governo Renzi in particolare dopo la scoppola micidiale del referendum del 4 dicembre 2016.

Alla sconfitta della presunzione giacobina dell’azzeramento dei corpi intermedi si sono affiancati una visione del “potere” sostanzialmente tecnocratico da affidare a quelli che se ne intendono, tipico della destra, alleato alle classi dominanti e benestanti, nonché un insieme indistinto di difficoltà vere e lamentele, affastellate in un progetto di eliminazione dell’esistente senza un percorso e senza un obiettivo.

L’esito delle politiche del 4 marzo 2018 non è che il prodotto di tali fattori, elementi che hanno generato confusione, disorientamento, disillusione, incremento dell’indifferenza, sdoganamento di un linguaggio che ha banalizzato e mortificato le istituzioni, caduta dei rapporti europei ed internazionali, arroganze di vario genere con prezzi ancora da quantificare, allontanamento ulteriore dei cittadini dalla politica.

C’è davvero la possibilità di un rinnovamento? La domanda sale dal Paese, c’è ed è insistente. Bisogna interpretarla mettendosi in discussione. Questo è oggi il compito del campo progressista, e in primis del PD, ma il rinnovamento deve essere vero e non finto.

È richiesta un’azione in profondità. E ci sono delle regole generali di base senza le quali non si va da nessuna parte.

1) Gruppi, gruppuscoli e correnti devono diventare luoghi di elaborazione di cultura e progetti politici. La lotta per la conquista del “potere per il potere” li ha resi sterili e impotenti, e alla fine fa perdere il potere.

2) Bisogna recuperare l’idea dell’azione politica vissuta come “servizio”, uno dei valori che ha permesso di mettere insieme le due principali culture che hanno dato vita al Partito Democratico. 3) I punti 1 e 2 portano a rinnovare le responsabilità con donne e uomini in grado di dare una lettura aggiornata della realtà del Paese e capaci di meglio contaminarsi rispetto ad una classe dirigente che ha mostrato più preoccupazioni nel salvaguardare i propri punti di vista, attraverso la difesa di impropri caminetti, che conciliare le esigenze comuni.

4) È necessario garantire opportunità alle nuove generazioni affiancandole con generosità, nella consapevolezza che per tutti esistono le stagioni e che ciascuno deve aver cura di sapersi mettere in disparte al momento giusto.

5) È in voga un nuovismo che, per esempio, rifiuta la parola Partito. Nella cultura dominante dell’antipolitica la parola “partito” rimanda a una cosa vecchia e dannosa, perché partito significa organizzazione elefantiaca che ha come unico obbiettivo conservare sé stessa (élite dirigente con relative poltrone e relativi privilegi). In realtà noi oggi abbiamo davanti agli occhi un altro scenario. A parte il PD, scomparsi i partiti rimane il singolo, l’individuo, che per poter mantenere poltrona e relativi privilegi, non si fa scrupolo di saltare da una organizzazione politica all’altra con grande disinvoltura e con non curanza, pur di soddisfare il proprio narcisismo, si fa il suo partito personale.

Le parole hanno un loro preciso significato e collocazione. Partito vuol dire “parte” non il “tutto”, l’etimologia è fondamentale. Significa escludere dal proprio orizzonte valoriale la tentazione di credersi unici rappresentanti della volontà popolare. Esclude la richiesta di “pieni poteri”; rispetta le organizzazioni della società civile coinvolgendole nella definizione degli obiettivi e cercando il massimo livello di condivisione senza rinunciare alle proprie responsabilità. Significa ancora considerare tutti interlocutori, compresi i tuoi avversari che potranno sfidarti e democraticamente sostituirti nella gestione del potere. Partito significa separazione dei poteri, pluralismo dei poteri nell’ordinamento statale, reciproco controllo tra poteri; in ultima analisi, l’opposto dei “pieni poteri”.

Tutti principi di una cultura politica non negoziabile comune nello sviluppo della vicenda italiana alle culture fondative del Partito Democratico che, se lo riterrà, potrà anche cambiare l’aggettivo, ma mi auguro conservi come tratto distintivo il suo sostantivo. Non è un disonore. È solo memoria capace di allontanare dalle tentazioni e dal servilismo del potere che è e resta un mezzo e non il fine.

Pubblicato il 20 gennaio 2020 su IL PARTITO, Pd, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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