DOPO LA SCISSIONE: STRATEGIA E VISIONE POLITICA DEL PARTITO DI RENZI

di David Arboit

Dopo avere ascoltato ieri quello che alcuni dirigenti del PD hanno detto sulla stampa nazionale a proposito della scissione di Renzi, vale la pena di ascoltare quello che hanno da dire, sempre sui giornali, alcuni osservatori esterni e simpatizzanti che non fanno parte organica del Partito Democratico.

Il giornalista commentatore politico Massimo Franco osserva che la scissione ha come obiettivo un posizionamento del nuovo partito al centro per raccogliere tutti coloro che degli attuali partiti non sono contenti. E se la manovra serve «a dare potere contrattuale a una pattuglia renziana poco popolare nel Paese» al Governo toccherà ballare (clicca qui). Secondo Franco la scissione è anche un regalo a Salvini perché gli consente di dire che, in fondo, la nuova maggioranza è già in crisi (clicca qui) e di fare osservare a Mattarella che andare a votare forse era la soluzione più giusta. Conte, sottolinea Franco, è preoccupato perché «gli scissionisti cercheranno di esercitare il loro piccolo potere di ricatto».

Sempre sul Corriere della Sera cerca di entrare nella testa del Michiavelli di Rignano Francesco Verderami (clicca qui). Alla conflittualità naturale fra le due forze che hanno fondato il governo Renzi aggiungerà del pepe aumentando la tensione e giocando di sponda con l’uno e con l’altro. La strategia sarà: entrare «in conflitto col governo e in competizione con i Cinque Stelle, lasciando al Pd il faticoso compito di mediare». Si prospettano fuochi artificiali ogni giorno (nei quali il Matteo di Rignano e molto abile) per prendersi la scena, il centro del palcoscenico: lo spettacolo pirotecnico è assicurato.

Massimo Cacciari in una intervista ad “Affari italiani” si esprime con solita massima chiarezza. Un grande applauso a Renzi: «ha fatto benissimo» a fare la scissione. Ha sbagliato solo perché ha aspettato troppo, doveva farla prima. Adesso «Con lui arriveranno da Forza Italia» (clicca qui). Il governo? «Mica è scemo da mandare a casa l’esecutivo». Conte stai sereno davvero stavolta.

Stefano Folli su “La repubblica” dice che il successo della operazione di Renzi si basa su tre elementi: l’effettiva capacità del nuovo partito di parlare all’Italia del ceto medio; il numero di parlamentari trasformisti che si aggregheranno alla nuova formazione; una gestione equilibrata della presenza del nuovo soggetto politico nel Governo Conte (clicca qui). Tutti e tre i punti sono di difficile gestione.

Marcello Sorgi su “La Stampa” sottolinea in particolare la posizione di potere in cui di fatto Renzi si è collocato con la scissione. Come già alcuni giorni, fa quando ancora era all’interno del PD, tiene in mano grazie ai parlamentari a lui fedeli la “golden share” del governo (clicca qui). E la eserciterà sicuramente con la sua solita spregiudicatezza e mancanza di scrupoli, come il mitico “Principe” di cui il Machiavelli racconta, all’alba della modernità, le vicende e i problemi. Machiavelli, pensatore a cui Renzi fa sempre esplicito riferimento con grande compiacimento (clicca qui).

Di Machiavelli parlò a lungo a suo tempo anche Antonio Gramsci nei suoi famosi “Quaderni dal carcere”. Ma per Gramsci il “moderno principe” era il partito e non il sovrano assoluto di cui il fiorentino del Rinascimento annunciò con profetica lungimiranza l’avvento. Si chiude un ciclo circolare della storia? Dal moderno sovrano assoluto costruttore dello stato centralizzato, passando dalle rivoluzioni democratiche e radicali si fa ritorno a leader unico e ancora una volta assoluto?

Romano Prodi in una intervista su “La Repubblica” si sofferma in particolare sul leaderismo: «Che tragedia i partiti di un uomo solo» da Berlusconi in poi si è fatta strada l’idea del “partito del leader” e il personalismo diventa ogni giorno più esasperato. E il personalismo produce naturalmente una frammentazione esagerata. Secondo Prodi il Pd ha un futuro se ritrova «la sua anima: un’anima di sinistra ma soprattutto riformista». Non si tratta di nostalgia, di bandiere rosse, ma riprendere in mano la bandiera della questione sociale e delle ingiustizie sociali. (clicca qui).

Il Patriarca del Partito Democratico Emanuele Macaluso (95 anni) ha le idee chiare. Renzi vuole fare il leader a tutti i costi, ha capito che nel Pd non poteva più farlo e allora è andato per i fatti suoi: «Nella sua azione non si può rintracciare una sola motivazione politica» (clicca qui).

Per concludere sentiamo quello che ha da dire Sergio Staino, in arte Bobo, noto vignettista da sempre fedele alla storia del principale partito della sinistra italiana. Bobo non interviene sulla strategia politica ma esprime a modo suo l’amarezza, la delusione e la rabbia (clicca qui).

Pubblicato il 20 settembre 2019 su CULTURA, IL PARTITO, Pd, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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