AUTONOMIA DIFFERENZIATA O SPACCA ITALIA? OSSERVAZIONI SUL PROGETTO CHE CONCEDE ALLE REGIONI MAGGIORE AUTONOMIA

di David Arboit

Il progetto di autonomia differenziata lanciato dal governo Gentiloni e portato avanti dalle regioni Lombardia, Veneto (23 materie) ed Emilia Romagna (16 materie) fa molto discutere i politici ma anche i cittadini. Se l’obiettivo generale condiviso è ammodernare l’apparato statale secondo il principio della “sussidiarietà verticale”, quando si entra nel dettaglio (perché il diavolo sta nei dettagli) c’è chi vede nella autonomia differenziata la messa in partica del sogno occulto della Lega di Bossi: il progetto di secessione della Padania e dell’Italia centrale dal Meridione.

Chi ha ragione? Per capire bisogna metterci un po’ la testa.

  • Su quali materie le regioni proponenti hanno richiesto nuove competenze e quindi di poter decidere autonomamente? Escluse quelle che riguardano pure procedure amministrative, ecco l’elenco di quelle che prevedono anche una disponibilità autonoma di spesa, un budget: istruzione scolastica e universitaria; sviluppo sostenibile e tutela del territorio; politiche per il lavoro; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; diritto alla mobilità e sistemi di trasporto (per Emilia Romagna si escludono porti e aeroporti civili); competitività e sviluppo delle imprese, energia (non per l’Emilia Romagna); protezione civile; comunicazioni (non per l’Emilia Romagna); commercio con l’estero. Pare che il 19 luglio l’istruzione sia stata tolta dal pacchetto anche se la decisione non è definitiva. Complessivamente sono circa 16,2 miliardi di euro di cui 11,4 che riguardano l’istruzione. Alle Regioni, quindi, lo Stato lascerebbe le risorse finanziarie per fare fronte a queste spese. Questo il calcolo del finanziamento (clicca qui).
  • La scuola e l’università sono la parte più importante di queste cessioni di potere e di denaro. Nell’istruzione lo Stato investe la maggior parte degli impieghi nelle regioni. Un decentramento di questa competenza impone tre ordini di problemi: l’istruzione è oggi l’elemento fondamentale per la crescita economica di un Paese e la regionalizzazione toglierebbe allo Stato uno strumento di politica economica; una regionalizzazione dell’investimento in istruzione non garantisce che i cittadini poi spendano le loro competenze acquisite nella regione stessa (la quale perciò finanzierebbe sviluppo altrove); una regionalizzazione non può garantire i livelli essenziali standard delle prestazioni e quindi un livello uniforme di competenze a livello nazionale. (clicca qui).
  • Tra le ragioni avanzate dalle Regioni per richiedere la autonomia differenziata c’è la seguente: le regioni del Nord sono penalizzate rispetto a quelle del Sud nella ripartizione della spesa pubblica. Detto in parole povere mettono molti più soldi delle altre nel bilancio statale e non hanno in cambio nulla. È vera questa teoria? È davvero troppo bassa la spesa pubblica di cui beneficia il Nord rispetto alle regioni del Sud? Per rispondere alla domanda occorre analizzare alcuni dati.

Se si guarda ai dati proposti dalla Ragioneria Generale dello Stato sembrerebbe di sì (clicca qui). Ma questi dati tengono conto solo di una parte delle spese: il 43% del totale. Se si guarda invece al sistema dei Conti Pubblici Territoriali i risultati sono altri (clicca qui).

– Rapporto Ragioneria Generale dello Stato clicca qui

– Rapporto Sistema dei Conti Pubblici Territoriali 2018 clicca qui

Le difficoltà di una determinazione corretta della regionalizzazione delle spese dello Stato è esplicitamente ammessa anche nel DEF 2019 nella apposita sezione (clicca qui). Senza una metodologia contabile corretta per definire queste spese il rischio di creare ingiustizie e squilibri di sviluppo tra le regioni è molto alto.

  • Sulla procedura di realizzazione della autonomia differenziata ha espresso un parere anche la Corte dei Conti, il massimo organo di controllo amministrativo dello Stato. In un documento depositato dalla Corte in occasione di una audizione presso la Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, questo organo costituzionale di controllo sugli atti del governo esplicita dubbi e sottolinea criticità su questa attuazione del comma 3 articolo 116 della Costituzione. La corte evidenzia l’opacità e la mancanza di pubblica discussione sul tema, che stato trattato in modo riservato e senza il coinvolgimento della opinione pubblica. La corte sollecita una revisione dell’intero processo di finanziamento delle regioni alla luce del principio di uguaglianza, con un chiarimento sui LEP (i livelli essenziali di prestazioni sociali). Sottolinea che occorre inoltre intervenire per definire i cosiddetti “fabbisogni standard” per potere determinare correttamente la spesa media pro capite. Senza questi interventi il rischio è un disfacimento e disarticolazione del sistema Paese e per questa ragione «non dovrebbe venir meno un momento di coordinamento e di sintesi degli interessi generali dell’intero Paese» (clicca qui).
  • Sul tema della delicatezza e della complessità della autonomia differenziata era già intervenuto il 19 giugno 2019 il Dipartimento affari giuridici e legali presidenza del consiglio. Il Dipartimento spiega nel dettaglio come gli schemi d’Intesa delle Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto presentino procedure inattuabili ed elementi di dubbia costituzionalità. Le più importanti osservazioni sono le seguenti: si costituiscono nuove regioni a statuto speciale e si abolisce la competenza concorrente (revisione costituzionale); l’unità giuridica ed economica della repubblica si basa sulla definizione dei LEP; è necessaria una discussione parlamentare, il Parlamento non può essere tagliato fuori, la materia non può essere definita a “trattativa privata” tra Governo e Regioni; alcune materie come il sistema tributario, l’ambiente e il sistema dei trasporti non sono devolvibili; istruzione e sanità totalmente devolute alle regioni indeboliscono i diritti di cittadinanza e limitano la libertà di circolazione dei cittadini (clicca qui).

La discussione ovviamente ha trovato eco anche nella stampa nazionale. Il Messaggero parla esplicitamente di iniziativa “spacca Italia” (clicca qui). Stessa tesi è avanzata sul Corriere della sera da Sandro Staiano professore di Diritto costituzionale nell’università di Napoli (clicca qui). Su Il Manifesto si evidenzia il teatrino della politica attuato sul tema dal governo e la contrarietà della CGIL (clicca qui).

IN CONCLUSIONE Da tutto quanto precede è evidente che la fretta, un approccio rozzo e ignorante a un tema così delicato, il desiderio di alcuni di portare a casa la vittoria e di lucrare consenso elettorale e breve termine, sono atteggiamenti letali, e che su un tema così complesso di chiara rilevanza costituzionale occorre cautela, occorre riflettere a lungo su tutte le implicazioni che comporta. Bisogna uscire dalle chiacchiere e dalla propaganda altrimenti si fa del male all’Italia e agli italiani.

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Pubblicato il 3 agosto 2019 su POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE, SCUOLA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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