ERO STRANIERO E MI AVETE ACCOLTO

di Giambattista Maiorano

In quel momento mi sono sentito sprofondare …! Da lei non me lo sarei mai aspettato. Stava entrando per la celebrazione della messa del mattino di un giorno feriale. Ci va con frequenza. Incontrandoci abbiamo scambiato solo qualche impressione rispetto agli avvenimenti che scuotono l’Italia, in primis gli immigrati. Ad un certo punto mi dice: sì, sì, ma il Papa faccia il Papa, perché vuole anche lui occuparsi di politica? Riferendosi ai nuovi governanti, si mostra comprensiva. Poverini, esclama, sono appena arrivati, lasciamoli lavorare e se proprio sto Papa insiste, che se li porti tutti in Vaticano!

Se molta è la confusione sotto il cielo, non va meglio in alcuni ambiti del mondo cattolico. Conosco da anni la signora. La so generosa, attiva nel volontariato. Un’esperienza, la sua, non facilissima, provata da una vita tutta in salita, reduce da esperienze personali non comuni. Per come la conosco non ama la ribalta. Si fa apprezzare nelle battute, ma non scade nei comizi, non brandisce il Vangelo come una clava, né mostra il rosario per dire “vedete come sono brava!”

Non potevo non essere colpito da tanta visceralità e chiedermi allo stesso tempo se sia possibile per un credente ergersi al punto da insegnare al Papa a fare il Papa.

Il tema dei migranti non è nuovo nel nostro Paese come non è nuovo non tanto il richiamo della Chiesa su tale argomento, quanto l’invito perentorio del vangelo sull’accoglienza dello straniero come base della carità: “ero straniero e non mi avete accolto!”. È uno dei tanti ero, ero, ero rispetto ai quali il credente sarà giudicato. Non saranno le messe perse, i rosari non recitati e neanche le bestemmie che ci riempiono di rossore ad impedire l’uso della misericordia. Peccati gravi, per amor di Dio, ma non saranno questi a privare della condizione, dopo questa vita, della visione permanentemente gioiosa di quel Dio incarnato in Gesù Cristo al quale diciamo senza renderci conto di appartenere magari per effetto dell’iscrizione nel libro dei battesimi.

Vale per me, vale per tutti i cristiani che hanno voglia di riflettere e di decidere da che parte stare. L’uomo, considerato nella sua espressione maschile e femminile come ce lo presenta il primo capitolo della Genesi, è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Quest’uomo, non un’essenza metafisica, non ha colori, ne ha diversi, ma tutti uguali. Riveste infatti la medesima dignità e tutti sono degni di vivere per raggiungere la felicità. Come? Certamente facendo fruttare ciascuno i propri talenti, purché messi nella possibilità di farlo e non trasformati in comodi strumenti dell’affermazione dell’uomo sull’uomo, resi schiavi e lasciati marcire nella povertà e nel disprezzo del così detto mondo civile. La storia della colonizzazione e non solo dovrebbe pure averci insegnato qualcosa.

Non c’è bisogno di lezioni di catechismo per comprendere tutto questo. Non c’è bisogno neppure di essere cristiani. C’è una morale umana a dovercelo suggerire e c’è la storia. Da che mondo è mondo, è dimostrato che l’obiettivo del riscatto sociale e del raggiungimento della felicità passa attraverso la continua condizione di profugo. Lo è ancora oggi per gli stranieri, lo è stato ieri per tantissimi italiani, lo è stato in Italia per una fetta notevolissima di meridionali, di veneti e delle valli bergamasche. La mia stessa esperienza mi ricorda i cartelli ancora cinquant’anni fa “non si affitta ai meridionali”. Oggi mi sento e mi credono lombardo a tutti gli effetti. Effetto di volontà, di sacrificio, di voglia di integrazione, ma soprattutto di socialità, di conoscenza e di cultura.

Oltre alla memoria, mancano oggi esattamente questi ingredienti. Mentre ciò che imperversa è la perfetta “ignoranza” nel suo senso latino. Se la conoscenza difetta un po’ in tutti, ai cristiani è sempre meno consentito nascondersi dietro questo velo. Altro che insegnare dottrina al Papa. Essere cristiani è diverso dall’apparire cristiani. La morale è altro dal moralismo e la testimonianza non esige palcoscenici e non richiama applausi.

Ciò premesso, al fine di non passare come il solito buonista, non ci si può sentire autorizzati a fare arrivare tutti a prescindere nonostante le statistiche ci parlino di arretramenti con numeri che si avvicinano al meno 80%. Diventa quindi ovvio, come già si è fatto e si dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo, operare perché, pur essendo l’Italia per la sua posizione geografica uno dei paesi più esposti al primo approdo, si realizzi una vera politica europea di gestione e di integrazione dei migranti.

Un miraggio? Un pio desiderio? Affatto. Non saranno né gli strepiti né la ricerca di alleati tra quanti in Europa (la … cristiana Europa!) hanno eretto muri e steso filo spinato. Non saranno le continue sparate di Salvini & C. a bloccare un esodo che non è solo figlio delle guerre, ma della povertà, della miseria, dei cambiamenti climatici prodotti troppo spesso a spese dei paesi arretrati. Non saranno neppure gli accordi che speriamo vengano presto raggiunti non solo in sede europea a bloccare un trasferimento epocale non definibile in termini emergenziali, ma strutturali. Sono concetti talmente banali che solo chi ha interesse a fomentare odio razziale si rifiuta di capire. Sono concetti che Papa Francesco ha più volte espresso e solo chi finge di non capire può invitarlo, come il nostro beneamato Ministro degli Interni, a pensare alle “anime” separandole dai corpi nei quali le stesse vivono.

Basta discettare se sia giusto o meno che il Papa, la Chiesa ed i cristiani che ne sono l’espressione più autentica ed evidente si occupino di politica! Anche qui, una minima conoscenza etimologica ed un piccolo sforzo culturale porterebbero chiunque a comprenderne il significato più nobile e vero di politica: costruzione della città dell’uomo.

Pretendere allora che il Papa, la Chiesa, i cristiani siano esclusi dal partecipare a quest’opera significa, anche se inconsapevolmente, rilegarli a ruolo di paria, escluderli dall’offrire il proprio contributo all’edificazione dei rapporti umani e civili, ghettizzarli privandoli di diritti fondamentali riconosciuti ad ogni uomo. In pratica significa erigersi a sistema che conosce solo se stesso senza rendersi conto delle proprie degenerazioni. Chiunque lo pensi.

Non succederà. Non per il buon cuore di chi spavaldamente brandisce nei comizi il crocifisso e agita una corona o tende ad imporre la tradizione del presepe nelle scuole giusto per sollecitare gli istinti dei semplici e creduloni. Lo impedirà, quella rivoluzione silenziosa ma ferma dei tantissimi, cristiani e non, che hanno imparato dalla storia che la dignità dell’uomo vale più di ogni altra cosa al mondo.

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Pubblicato il 26 giugno 2018 su CULTURA, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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