CAMPAGNA ELETTORALE 2018: PRIMA DI ENTRARE NEL VIVO

di Giambattista Maiorano

Di campagne elettorali ne ho viste tante. Quasi tutte vissute con partecipazione consapevole. Ho sofferto negli anni la graduale riduzione della partecipazione popolare. Il distacco tra “politica” e pubblica opinione è divenuto sempre più marcato. Si è drasticamente ridotta la capacità di ascolto mentre si dileguava la ricerca di un confronto che potesse rendere ragione delle reciproche opinioni. È così aumentata a dismisura la voglia del monologo e dell’autoreferenzialità con eccesso di personalizzazione e il desiderio spasmodico di puntare l’indice verso altri con a corredo l’insulto, la volgarità, la pretesa del possesso della verità esclusiva.

La matematica sostanzialmente bandita, trionfa l’opinione e lo slogan che travolgono qualsiasi ragionamento tendente a promuovere il confronto e un’analisi razionale dei fatti, a salvare quanto di buono prodotto, a individuare soluzioni ragionevoli per consolidare e rafforzare i miglioramenti economici timidamente registrati in questi ultimi 3/4 anni che pure sembrerebbero condivisi da tutti. Una pena.

Se questo è lo scenario, strapparsi le vesti per ciò che potrà accadere la sera del prossimo 4 marzo è dimostrazione non di disattenzione, ma di consapevole ipocrisia dietro cui si nasconde la marea di promesse mirabolanti sparate non per attivare riflessioni intelligenti, ma per corrispondere alla pancia.

Che sia il momento per incidere più profondamente su questi sentimenti lo si intuisce proprio dal fossato che si allarga ogni giorno di più tra popolo e palazzo. Più aumenta lo scetticismo, più incrementa la capacità di far presa sul torpore che si trasforma in incoscienza che lo accompagna e che sfocia nel disinteresse e nel becero qualunquismo. Siamo nel bel mezzo di una confusione dove sembra impossibile per il Sole diradare la nebbia fitta che impedisce di guardare i singoli e giudicarne i profili.

Per chi come me ha vissuto la politica come impegno e passione civile, la preoccupazione è forte. Per chi come me ha conservato e conserva della politica una concezione nobile mutuata dal dovere di ciascuno a partecipare alla costruzione della “città dell’uomo”, come ben ammoniva Giuseppe Lazzati, ritrovarsi all’interno di questa sorte di circo permanente è quantomeno mortificante.

Non mi convince l’assioma che vuole che tutto è colpa di tutti che poi diventa in pratica di nessuno. A tutti deve essere data la possibilità di accesso anche alle responsabilità più elevate, ma a ciascuno dei candidati, perché non devii, non può non essere richiesto di conoscere limiti e proprietà del potere concesso che, in democrazia, non è mai esclusivo. Non lo è della “politica”, non lo è della magistratura, non lo è delle forze dell’ordine, non lo è del mondo della finanza, dell’economia, dei corpi intermedi e neppure degli operatori dell’informazione.

Può far piacere o non piacere, ma l’essenza della democrazia sta nella somma dell’operare di ciascuno di questi attori da cui derivano le condizioni per la buona politica e la creazione di volta in volta di maggioranze e minoranze per l’esercizio temporaneo della responsabilità affidata. È e resta questo il principio cardine della democrazia modernamente intesa a quanto pare senza alternative e non solo nelle intuizioni di Winston Churchill.

Cosa succederà la sera del 4 marzo ad urne chiuse? Il risultato, qualunque esso sia, andrà accettato e rispettato come l’espressione della volontà popolare. Le premesse tuttavia vanno costruite ora agendo perché l’esito sia l’interpretazione più aderente alla domanda vera di un popolo che ha imparato a sue spese come ogni conquista non è che frutto di lotte e di sacrifici e non regali piovuti da chi sa dove. Altro che rovesciare il tavolo per fare tabula rasa di tutto immaginando di ritrovarsi il mattino dopo nel paese di bengodi!

Il tempo per spiegare e farsi capire è esiguo, poco più di 50 giorni. Pochi ma pur sempre sufficienti ad aprire un varco alla ragionevolezza. No alle avventure. No ai toni che si sentono in giro. No agli urlatori. No al mero pregiudizio dettato da rancore. Si invece alla pacatezza, all’approfondimento, al mettersi in discussione, all’accettare la critica. Mi sembra questo l’unico modo per tornare ad essere compresi e meritarsi il consenso necessario non perché bravi a parlare ma perché capaci di affrontare il merito delle proposte perché acquisti credibilità chi le propone.

Da semplice osservatore e da aderente democratico cercherò di sviluppare qualche riflessione su temi veri, più che su quanto di bene o di male ha fatto Renzi, sulla responsabilità più complessiva del PD, della sua classe dirigente e di governo, della sinistra in generale rispetto ad una visione sociale e di avanzamento indispensabile all’abbattimento della povertà, al superamento delle disuguaglianze e alla più equa distribuzione della ricchezza prodotta.

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Pubblicato il 14 gennaio 2018 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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