SIAMO TUTTI STRANIERI RESIDENTI

di David Arboit

Una “filosofia della migrazione” ossia un tentativo di pensare il senso della sfida che un “altro” in carne ed ossa mi pone, al di la delle retoriche filosofiche sulla “alterità”.

Ciò che segue è tratto da: Donatella Di Cesare, Stranieri residenti: una filosofia della migrazione Bollati Boringhieri, 2017. È un piccolo assaggio per un consiglio di lettura.

N.B. Le citazioni bibliche dell’autrice non sono tratte dalla Bibbia della CEI ma dalla Vaikrà della Torah ebraica.

In questo libro il migrante entra nelle porte della Città come straniero residente. Per capire quale ruolo possa svolgere in una politica dell’ospitalità si è percorso un cammino a ritroso, che non segue però un ritmo cronologico. Le tappe sono Atene, Roma, Gerusalemme. Tre tipi di città, tre tipi di cittadinanza ancora validi. Dall’autoctonia ateniese, che spiega molti miti politici di oggi, si distingue la cittadinanza aperta di Roma. L’estraneità regna invece sovrana nella Città biblica, dove cardine della comunità è il gher, lo straniero residente. Letteralmente gher significa «colui che abita». Ciò contravviene alla logica di saldi steccati che assegnano l’abitare all’autoctono, al cittadino. Il cortocircuito contenuto nella semantica di gher, che collega lo straniero all’abitare, modifica entrambi. Abitare non vuol dire stabilirsi, installarsi, stanziarsi, fare corpo con la terra. Di qui le questioni che riguardano il significato di «abitare» e di «migrare» nell’attuale costellazione dell’esilio planetario. Senza recriminare lo sradicamento, ma senza neppure celebrare l’erranza, si prospetta la possibilità di un ritorno. A indicare la via è lo straniero residente che abita nel solco della separazione dalla terra, riconosciuta inappropriabile, e nel vincolo al cittadino che, a sua volta, scopre di essere straniero residente. Nella Città degli stranieri la cittadinanza coincide con l’ospitalità.

Nell’epoca postnazista è rimasta salda l’idea che sia legittimo decidere con chi coabitare. «Ognuno a casa propria!» La xenofobia populista trova qui il suo punto di forza, il criptorazzismo il suo trampolino. Spesso si ignora, però, che questo è un lascito diretto dell’hitlerismo, primo progetto di rimodellamento biopolitico del pianeta che si proponeva di stabile i criteri della coabitazione. Il gesto discriminatorio rivendica per sé il luogo in modo esclusivo. Chi lo compie si erge a soggetto sovrano che, fantasticando una supposta identità di sé con quel luogo, reclama diritti di proprietà. Come se l’altro, che proprio in quel luogo l’ha già sempre preceduto, non avesse alcun diritto, non fosse, anzi, neppure esistito. Riconoscere la precedenza dell’altro nel luogo in cui è dato abitare vuol dire aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione. Il con- implicato nel coabitare va inteso nel suo senso più ampio e profondo che, oltre a partecipazione, indica anche simultaneità. Non si tratta di un rigido stare l’uno accanto all’altro. In un mondo attraversato dal concorrere di tanti esili coabitare significa condividere la prossimità spaziale in una convergenza temporale dove il passato di ciascuno possa articolarsi nel presente comune in vista di un comune futuro.

[…]

L’idolatria del radicamento ha per effetto immediato la guerra – di difesa o di conquista della terra. In un mondo troppo pieno, dove non c’è stato alcun «ritiro», la guerra diventa la modalità prima di rapporto al mondo. Il gher che, tra gli spazi pieni e occupati, disarticola il simulacro dell’autoctonia, manifestando il vuoto, intollerabile al potere, inassimilabile al suo impero, è la vittima privilegiata della guerra e di quel modo d’essere retto dalla guerra. L’antitesi tra guerra e gherùt non potrebbe essere più netta. Nella carta dello «straniero residente» il principio fondamentale è quello che ingiunge di accoglierlo come cittadino. Perché il gher ricorda al popolo ebraico, uscito dall’Egitto, di essere stato straniero, lo spinge a mantenere l’esilio nella sua dimora.

 

«Lo straniero [gher] che abiti con voi sarà per voi come un cittadino [ézrakh] e amerai per lui quel che ami per te, perché anche voi siete stati stranieri [gherîm] nella terra d’Egitto.» (Levitico, 19, 34). [Bibbia CEI 2008: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio».

 

La figura dello straniero scuote l’abitare, lo estranea e lo sradica dalla terra. Lo strappa al possesso, all’appartenenza, all’avere, lo trasferisce all’essere, lo rinvia a quell’esistere nel mondo che è un soggiornare transitorio. Secondo la costituzione politica della Torah tutti i cittadini sono stranieri, tutti gli abitanti sono ospiti. Il concetto di ospitalità si amplia e si approfondisce fino a coincidere con quello di cittadinanza. Non può essere la zolla, né il suolo, né la proprietà, il fondamento di questo duplice diritto che si legittima nell’abitare.

«La terra non sarà alienata irrevocabilmente, perché è a Me la terra, perché voi non siete che stranieri e residenti temporanei presso di Me.» (Levitico, 25, 23) [Bibbia CEI 2008: «io sono il Signore, vostro Dio… Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti».]

Dall’inalienabilità della terra, proclamata a chiare lettere, discende la condizione politico-esistenziale dell’abitante che è allo stesso tempo straniero e residente.

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Pubblicato il 11 novembre 2017 su CULTURA, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. Hai avuto una settimana difficile, Dr. Arboit ?

    https://www.google.it/imgres?imgurl=http%3A%2F%2Fwww.stranieriinitalia.it%2Fimages%2Fstories%2Ffoto21%2Fiwobi24.png&imgrefurl=http%3A%2F%2Fwww.stranieriinitalia.it%2Fattualita%2Fattualita%2Fattualita-sp-754%2Fil-leghista-nigeriano-che-sdogana-il-qnegherq.html&docid=ZDF7ByvobKpZdM&tbnid=VNqhMoTZdiYGFM%3A&vet=10ahUKEwi4_ZrHj7fXAhWF2hoKHYySD60QMwgvKAkwCQ..i&w=310&h=240&bih=618&biw=1366&q=negher%20Lega%20Nord&ved=0ahUKEwi4_ZrHj7fXAhWF2hoKHYySD60QMwgvKAkwCQ&iact=mrc&uact=8#h=240&imgdii=VNqhMoTZdiYGFM:&vet=10ahUKEwi4_ZrHj7fXAhWF2hoKHYySD60QMwgvKAkwCQ..i&w=310

    David, sei sempre il più forbito !!

    La sapevi questa ?
    Che “negher” è solo un modo espressivo di definire in Bergamasco una persona di colore !

    Flavio
    IWBank UBI Bergamo

    Mi piace

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