REFERENDUM COSTITUZIONALE: IL SÌ “MALGRADO TUTTO” NON È UN TURARSI IL NASO, MA UN PASSO COSTRUTTIVO

di David Arboit

Il mio Sì alla riforma costituzionale è un Sì con convinzione. Sì perché la riforma costituzionale migliora i meccanismi di governo del Paese e raggiunge in parte l’obiettivo di dare alla politica più efficienza e più efficacia, in un mondo caratterizzato dalla globalizzazione economica e quindi dalla presenza, e dallo strapotere, di soggetti economici e politici che giocano partite di livello mondiale. Ma comprendo anche chi intravvede dei rischi, e vede dei limiti in questa riforma; apprezzo in particolare il senso di responsabilità di chi partendo da questa posizione ha scelto la via del “Sì malgrado”.

La scelta del “Sì malgrado” è una scelta di responsabilità, e non ha nulla a che fare con il banale turarsi il naso, che da sempre è motivato solo da una scelta di appartenenza, di parte. La scelta del “Sì malgrado” è senso di responsabilità, uno dei valori fondamentali e fondativi della sinistra italiana, da Togliatti a Berlinguer ed oltre. Il contrario e far prevalere l’interesse personale o di cordata, ma soprattutto, oggi più che mai, lasciarsi dominare dalla malattia del secolo: il narcisismo.

Non sono d’accordo con Romano Prodi quando definisce “modesta” questa riforma costituzionale, anche se è certamente vero che è soltanto una riforma e non un mutamento del DNA della nostra Costituzione: non è un cambiamento radicale dei principi fondamentali e della forma di governo (clicca qui). Se le critiche di Prodi al metodo e al percorso con cui è stata portata avanti sono profonde, le parole di Romano salvano però l’obiettivo di «dare a questo Paese una democrazia finalmente efficiente e governante» visti «i cambiamenti epocali in corso».

Al ragionamento di Prodi si rifà direttamente il deputato milanese Barbara Pollastrini. Aspra la critica verso un percorso che poteva essere fatto con uno «stile più saggio e aperto verso chi avanzava rilievi e proposte» (clicca qui). Ma se l’obiettivo politico è dare voce, ma anche forza e potenza politica, a un popolo che chiede di essere effettivamente (ma anche efficacemente) rappresentato, in un mondo in cui le disuguaglianze crescono, allora la regola numero 1 è camminare insieme, sostenersi reciprocamente pur nella critica anche aspra, che in fondo è correzione fraterna. D’altra parte l’impotenza e il fallimento della sinistra tradizionale, o sedicente radicale, è stata ieri sera plasticamente rappresentata a Torino, dove Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle hanno riempito alle 17 Piazza San Carlo, uno spazio tradizionalmente presidio della sinistra.

Ha aperto la strada al “Si malgrado” Gianni Cuperlo con la sua iniziativa politica sull’Italicum che all’inizio è sembrata solitaria, e direi quasi temeraria, ma che giorno dopo giorno è apparsa sempre più come lungimirante. Gianni ha avuto il coraggio di intervenire per rafforzare l’idea che c’è una sinistra per il Sì e una sinistra per il No, e che quindi la contraddizione Sì/No non deve spaccare il popolo della sinistra. Quando l’ho incontrato in piazza a Roma il 29 ottobre l’ho salutato, forse troppo timidamente, avrei dovuto abbracciarlo. «Mi pongo il problema di come rafforzare la qualità della democrazia nel nostro Paese, – ha detto Gianni a “Piazzapulita” su La7 TV – e penso che nel momento in cui ci troviamo noi adesso, bloccare questo processo di riforma e di rinnovamento, e trovarci in una condizione in cui il giorno dopo il referendum cade il governo del Paese, penso che non renderebbe le nostre istituzioni più forti. È un gesto di responsabilità da parte mia». La sera del 5 dicembre, ha continuato Cuperlo, temo molto che «di fronte a una vittoria del No a incassare per primi il risultato politico della vittoria possano essere le forze della destra».

Se la crisi della democrazia oggi è oggettivamente un dato reale allarmante, se esiste un enorme problema di rappresentanza, di questo io sono pienamente convinto, accapigliarsi sulle forme di governo significa non capire la profondità del problema: è una crisi che ha a che fare soprattutto con i luoghi di formazione delle competenze politiche e informazione politica del cittadino; qui si tratta dei percorsi e degli strumenti di una partecipazione informata del cittadino alla vita politica. Di pari passo con la crisi della democrazia marcia l’impotenza del socialismo europeo, una sterilità che oggi è prima di tutto un problema culturale, cioè il risultato della sconfitta in una lunga guerra culturale, ed è anche il risultato di una ristrutturazione del sistema economico che ha trasformato in normalità impotente (anche nella coscienza dei lavoratori) la precarizzazione e la svalorizzazione del salario. La soluzione allora non può che essere una lunga marcia sia di tipo culturale sia di tipo sociale (ricostruzione di una comunità di azione e di ideali). Sarebbe un grave atto di miopia sacrificare queste opzioni strategiche in nome di posizionamenti tattici, personalismi narcisistici e inestinguibili rancori.

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Pubblicato il 3 dicembre 2016 su POLITICA NAZIONALE, REFERENDUM COSTITUZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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