REFERENDUM COSTITUZIONALE: VALUTAZIONI A PROPOSITO DEL QUADRO POLITICO NAZIONALE, E SU CHE COSA DEVE FARE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

di David Arboit

Attorno al referendum costituzionale si sta giocando una complessa battaglia politica che va ben oltre il tema in sé, ossia la modifica della seconda parte della Costituzione ovvero dell’Ordinamento della Repubblica. Questo significa che valutazioni e posizionamenti delle forze politiche sono determinati anche da numerosi fattori non direttamente relativi al tema centrale.

Per provare forse a fare un po’ di chiarezza il quotidiano “Il Foglio” ha dato la parola a un vecchio patriarca della Repubblica, un uomo che per età e storia dovrebbe, pur con sue opinioni personali, collocarsi ben al di sopra e al di fuori della battaglia politica quotidiana: Giorgio Napolitano (clicca qui). Le valutazioni Presidente emerito sono: un Sì al referendum costituzionale e possibile revisione della legge elettorale con il consenso della maggioranza delle forze politiche.

L’intervento del Presidente emerito ha aperto un dibattito. Secondo Stefano Folli (La Repubblica, clicca qui) Renzi deve prendere il toro per le corna e mettere mano all’Italicum: sarebbe il solo modo per mettere al sicuro la vittoria al referendum e la prosecuzione della legislatura. D’altra parte si potrebbe obbiettare a Folli che l’odore del sangue (di Renzi) ha accecato parecchi, e questi appaiono assai poco disponibili a trattative, concessioni anche modeste e opzioni di buon senso. Secondariamente, buttare l’Italicum nel cesso per ritornare a un Mattarellum restaurato è come dire che il lavoro parlamentare fatto fin qui è stato inutile.

Secondo autorevoli commentatori, e in particolare secondo il Presidente del Senato Piero Grasso, è da buttare anche il più importante elemento della riforma costituzionale: la fine del bicameralismo. Secondo Grasso è falso affermare che la colpa del ritardo nella approvazione delle leggi è del bicameralismo.

Eppure il dibattito sul “bicameralismo all’italiana” è sul tappeto si può dire da sempre, e tutti da sempre hanno notato l’unicità dell’anomalia italiana: abbiamo due camere elettive l’una fotocopia dell’altra, a differenza di altri sistemi bicamerali dove la seconda Camera rappresenta interessi economici, interessi regionali, oppure è una Camera ereditaria o vitalizia. Il bicameralismo italiano è «uguale, paritario e indifferenziato»; in parole povere la seconda camera è un doppione della prima e basta.

Dice “ma le seconda camera è garante della democrazia perché ha una funzione di decantazione e di raffreddamento dalla polemica su temi politici anche delicati, consente importanti pause di riflessione, consente di accantonare momentaneamente questioni controverse, consente di offrire più occasioni di mediazione”. Certo, nel migliore dei mondi possibili tutto quanto precede può essere vero, ma l’esperienza ci insegna che lo stesso strumento è stato spesso usato come arma di ricatto, per sabotare il procedimento legislativo, per preparare imboscate parlamentari, per menare il cane per l’aia all’infinito, per consentire all’opposizione di rendere inconcludente la maggioranza e poi rinfacciarglielo, per approvare leggi pasticciate se non contraddittorie inserendo emendamenti introdotti da pressioni lobbystiche che nelle infinite mediazioni e imboscate parlamentari ci sguazzano.

Questi problemi furono già stati presi in considerazione dal Partito Comunista Italiano nei primi anni Ottanta: «Noi proponiamo di costruire una sola Camera. – leggiamo nel documento programmatico congressuale del PCI del 1983, Congresso nel quale fu eletto segretario Enrico Berlinguer – Ciò consentirebbe di snellire fortemente le decisioni e al tempo stesso di evitare l’eccessiva moltiplicazione e ripetizione delle sedi e dei momenti di contrattazione politica e sociale, come avviene con il bicameralismo attuale, con un evidente incremento delle pressioni corporative. Il monocameralismo che proponiamo porterebbe inoltre a una utile riduzione del numero dei parlamentari». Berlinguer intuiva già allora che un deficit di capacità decisionale della politica, quindi parliamoci chiaro un deficit di governabilità, insomma una politica impotente, consegnava il potere e il governo della società nelle mani delle oligarchie finanziarie e imprenditoriali.

Di tutto questo Piero Grasso non si rende conto o non ne tiene conto.

Le opinioni Grasso sono state adeguatamente riportare da Massimo Franco sul “Corriere della Sera” (clicca qui) e ovviamente amplificate a dismisura dal “Il fattoquotidiano” (clicca qui).

Quindi, signor Presidente del Consiglio e Segretario del PD, riassumendo, i consigli sono:

  • buttare l’Italicum e ritornare alla legge Mattarella, ossia ripartire dal via, cioè da quando un gruppo di cialtroni che erano pure in malafede decise di dare vita al cosiddetto Porcellum.
  • buttare la colonna portante della riforma costituzionale e mantenere il bicameralismo.

Che fare? La tentazione di fronte a questo conservatorismo in parte ottuso in parte peloso è tirare diritto, ma forse non è la cosa più saggia. C’è tempo per discutere. Si discuta. Poi, però, bisogna decidere evitando di cambiare tutto per non cambiare niente.

E alla fine forse il dilemma è: durare o cambiare?

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Pubblicato il 24 luglio 2016 su POLITICA NAZIONALE, REFERENDUM COSTITUZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Il presidente “emerito” e’ quello che con un secondo mandato ha violato la Costituzione…..che dice espressamente che dopo 7 anni si deve eleggere un NUOVO Presidente …..e quindi non si deve rileggere quello di prima…..!! Pare che in Italia ci sia una gran voglia di andare a votare per dare voce al popolo…..si chiama Democrazia……dato che gli ultimi tre governi non sono stati eletti….e pare che in Italia le cose vadano peggio di prima….. e quale occasione migliore per votare NO al prossimo referendum ?

  2. ……….Lo stesso ragionamento è sostenuto anche da Goldman Sachs. In caso di vittoria del No, si legge nel report, «è più probabile un rimpasto di governo magari con allargamento della coalizione, visto che da nuove elezioni nascerebbe un Parlamento bloccato». E le conseguenze sul piano finanziario? «È improbabile un allargamento dello spread sia perché non vi sarebbe grande instabilità politica sia perché gli acquisti di Btp nell’ambito del Quantitative Easing della Bce stabilizzerebbero i prezzi». L’unica a soffrire veramente sarebbe Mps perché sarebbe più difficile trovare una soluzione di sistema al problema dei crediti in sofferenza. Ma questa è un’altra storia.

    Le ultime tre righe sono un ottimo motivo per votare NO.

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