SEMANTICA DEL PARTITO DEMOCRATICO: AL SERVIZIO DELLE ÉLITE O AL SERVIZIO DEL POPOLO E DELLA GIUSTIZIA

inciucio renzi grillodi David Arboit

Occorre una riflessione post elettorale che vada al di là dei numeri, dei raffronti con il 2013 o con le precedenti elezioni amministrative, che vada al di là delle questioni tecniche elettorali e dei cortocircuiti della semplificazione “chi ha vinto/chi ha perso”. Qual è in fondo, in ultima istanza e al di là delle tattiche politiche e delle strategie il problema del Partito Democratico? Rispondendo a questa domanda è possibile affrontare la battaglia del referendum costituzionale in modo sensato, utile e costruttivo per tutti.

La crisi economica ha livellato due vecchi gruppi sociali eliminando una contraddizione: quella tra la classe media e popolo (impiegati e operai per usare vecchie categorie), due stratificazioni sociali che un tempo erano distinte, divise e per certi aspetti nemiche. Oggi, invece, esiste nella società, ed è anche percepita così dal popolo, un’altra contraddizione, un’altra frattura profondissima: quella tra una oligarchia economica e finanziaria che gode di grande benessere e privilegi, e tutti gli altri, il popolo, i cittadini, la gente. È questa nuova contraddizione ad alto valore simbolico che una politica democratica ha oggi il dovere di valutare e gestire. È questa la contraddizione principale, la contraddizione fondamentale. È una contraddizione che pone al centro della politica una forte domanda di giustizia, di giustizia sociale, e questa domanda di giustizia deve essere governata adeguatamente e senza schemi ideologici.

Gli Stati Uniti, e il Partito Democratico USA, su questo forniscono un interessante esempio. Il popolo che negli Stati Uniti vota Sanders e quello che vota Trump sono in un certo senso lo stesso popolo perché vivono uno stesso disagio che è nello stesso tempo economico (precarietà del lavoro e del reddito), sociale e culturale (immigrazione come nemico, per esempio), disagio a cui si dà risposte differenti. Il disagio si esprime semplificando (con contenuto di verità) così: i signori di Wall Street comandano e la politica è la loro servizio. La metodi di questo tipo di governo è la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite, come dimostra il fatto che sia stato utilizzato il denaro dei contribuenti per ripianare le perdite prodotte dalle avventure speculative delle banche. E non è facile fare capire che Donald Trump è un’arma di distrazione di massa e che con lui al potere Wall Street potrà ancora di più spadroneggiare. Se questo è vero, allora può accadere che negli Stati Uniti alcuni sostenitori di Sanders non voteranno Hillary Clinton, percepita come amica degli speculatori di Wall Street, ma si asterranno oppure voteranno addirittura per Trump.

Con la medesima logica politico-simbolica può essere interpretato il populismo anti Unione Europea che sta crescendo nel nostro continente.

E in Italia? La domanda cruciale in Italia è allora la seguente: il Partito Democratico italiano, e soprattutto il suo Segretario-Presidente del Consiglio che tanto “carico simbolico” porta su di sé, da che parte sta? Dalla parte delle élite o dalla parte del popolo? Il PD è un partito popolare o un partito delle élite? Il PD è vicino agli interessi reali e concreti delle persone normali, del popolo, oppure è vicino agli interessi reali delle élite? Il PD chi e che cosa difende?

Va bene avere il potere, va bene avere la forza e il potere di decidere, ma il potere per fare che cosa? Una leadeship forte ha il dovere di fare giustizia, il potere serve per dirimere le contraddizioni con giustizia, non per fare gli interessi dei potenti. Una leadership forte si pone al centro delle contraddizioni principali del paese, quelle più sentite dal popolo, ponendo questioni di giustizia sociale e trovando vie d’uscita condivise e costruendo così un ampio consenso. Una leadership debole va a ruota (o è percepita come andare a ruota) dei poteri forti, delle élite e contro il popolo, ingannando il popolo. L’azione politica del Partito Democratico, e del suo leader, è oggi contraddittoria e ambigua, non comunica il desiderio, il progetto, la volontà di fare giustizia, di occuparsi dei reali problemi del popolo e di lavorare per risolverli. Ci sono delle ingiustizie? Sì, e allora su queste occorre intervenire con forza e determinazione. Fare giustizia nella società è il dovere della politica e non si può svalutare un progetto di giustizia sociale squalificandolo come populista. Nel popolo c’è sete di giustizia e a questa sete occorre rispondere adeguatamente.

Il PD deve cambiare passo, ci vuole un salto di qualità nell’azione politica e nella comunicazione politica, bisogna mettere al centro dell’azione politica questioni di giustizia sociale.

Alla fin fine, ancora una volta, vediamo come sia cruciale una questione identitaria e simbolica mai risolta per colpa di chi ha diretto il PD dopo il 1989 e per colpa di intellettuali senza intelligenza (intus légere). Le élite politiche del partito hanno prima imboccato la via della autoflagellazione e della totale sudditanza al liberismo liberale della liberal democrazia e poi, quando questa cultura ha prodotto i disastri economici da cui ancora oggi non riusciamo a uscire, hanno imboccato la via del pragmatismo assoluto, completamente privo di valori simbolici e di visioni di giustizia. Unico valore simbolico su cui si è investito un cambiamento senza direzione (la rottamazione) che trova il suo senso solo nella “rapidità” in cui si passa dal vecchio al nuovo, a prescindere. Logica simbolica questa poi riutilizzata anche dal Centrodestra a Milano che è sceso in campo dicendo: “vota per noi chi vuole il cambiamento”. Gli intellettuali del PD d’altra parte, ammesso e non concesso che esitano, sono entrati in clandestinità, non si sono mai misurati con la coscienza sociale reale, hanno prodotto una culturale parolaia e aliena da qualunque contatto con il mondo concreto e la vita della gente.

Sul tema simbolico “partito del popolo” o “partito delle élite” si giocherà anche la partita del referendum costituzionale.

Con il Sì al referendum il popolo, i cittadini, gli elettori contano di più o conta di meno, hanno più potere o meno potere? Con il no al referendum il popolo, i cittadini, gli elettori, contano di più o contano di meno, hanno più potere o meno potere? E viceversa: con il Sì al referendum le élite contano di più o conta di meno, hanno più potere o meno potere? Con il no al referendum le élite contano di più o contano di meno, hanno più potere o meno potere?

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Pubblicato il 8 giugno 2016 su POLITICA NAZIONALE, REFERENDUM COSTITUZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 5 commenti.

  1. Bene dr Arboit
    Ma poi dovrebbe trarre le conseguenze di quanto ha scritto.

    Il PD non rappresenta le esigenze di quello che Lei chiama “il popolo”. Allora meglio che “il popolo” voti altrove.

    Il PD ha creato una tensione sociale tra chi è andato in pensione (retributiva) a 55 o 60 anni e tra chi invece andrà in pensione (contributiva) andrà a 68 o 70 anni? Ha votato le riforme che penalizzano i più giovani a scapito dei più vecchi?
    Il PD ha approvato le decontribuzioni sul lavoro per 3 anni, dopo di che i lavoratori potranno essere scaricati con risarcimenti irrisori? Il Job act è una bolla? prendiamone atto!
    Il PD ha regalato (a debito) 80 euro ad alcuni senza intervenire realmente sugli scaglioni contributivi, per cui si trovano oggi “incapienti” o persone che hanno superato di poco la “fascia protetta” a dovere restituire tutto?
    Il PD ha regalato 500 euro ai 18enni in cambio del loro voto (?) anche se appartenenti a famiglie ricche o ricchissime?
    Il PD sta facendo una politica del lavoro che neanche Berlusconi sognava di fare?
    Il PD ha approvato riforma elettorale e riforma della Costituzione che assieme porterebbero un partitino ad avere la maggioranza alla Camera, nominarsi i propri Giudici Costituzionali, i Membri del CSM ed il Presidente della Repubblica? e magari anche a riformare nuovamente la Costituzione “disegnandosela addosso”?

    Ed allora chi ha il coraggio, sapendo quanto ho provato ad enunciare prima, e scusandomi dei miei limiti che non mi permettono di descrivere compitamente le “malefatte” del PD, di votarlo ancora, o di restarci come iscritto o attivista?

    Caro dr Arboit, prenda un po’ di coraggio e tragga le conclusioni di quanto ha scritto!

    Franco Gatti

  2. Pregiatissimo dottor Gatti

    Proverò a risponderLe a tono (anche riguardo allo stile che visto Lei, perfino nello stile, si fregia di prendere, anche dalla mia persona, le distanze).

    Sui punti da Lei elencati come errori del PD occorrerebbe un approfondimento che in questa sede, un blog, diventa difficile. Comunque per titoli Le dirò come la penso.
    Concordo su una riforma pensionistica sbagliata che fu uno dei numerosissimi errori fatti dal Governo presieduto dal professor Mario Monti. Riforma votata dal PD con uno degli ultimi conati di senso del dovere, spirito di abnegazione e sprezzo del pericolo (politico) che si son visti in Italia. La storia del PCI e piena di questo senso del dovere istituzionale che è sacrificio per salvare il Paese dall’abisso. Con il PD questo senso del dovere si è via via perso, e forse è anche un bene perché non è sempre corretto farsi carico della irresponsabilità altrui. D’altra parte la riforma pensionistica è una delle poche cose su cui si può dire a ragione che sia effettivamente vero che “ce l’ha chiesto l’Europa”.
    Il job act non è servito a nulla? Non sono d’accordo. Non ho le idee chiare su come valutare effettivamente l’impatto si questa legge. Ne mi lascio coinvolgere nel baillame sistematicamente propagandistico orchestrato da giornali come il fatto quotidiano che si fregiano del titolo di bocca della verità mentre sono pieni zeppi di volgari ed evidentissime menzogne. Se fosse vero che il job act è una bolla sarebbe peraltro demenziale che la Francia si sia messa sulla stessa strada quest’anno, sarebbe una testimonianza di idiozia assoluta. Forse c’è un problema strutturale da capire. Comunque, come lei ben sa, da tempo immemorabile sostengo che la causa della crisi, anche finanziaria, sia da ricercare nel processo di svalorizzazione dei salari prodotto dalla globalizzazione, processo che ha distrutto la domanda interna di molti paesi. La quantità di ricchezza bruciata con le speculazioni emerse nella crisi del 2008 se fosse stata distribuita come reddito, come salario, avrebbe generato un nuovo boom economico e l’unico problema che avremmo dovuto affrontare sarebbe stato quello del consumo di risorse naturali. Ma la globalizzazione è stata pilotata dalle oligarchie economico finanziarie mondiali cosa che ho imparato da studente (studente di cinquant’anni, posso dire di non avere mai smesso di essere uno studente, e di essermi solo preso la libertà di scegliermi i maestri) da studente di maestri come Joseph Stiglitz, Nouriel Roubini, Luciano Gallino, Thomas Piketty. Leggendo questi grandi maestri si ha la percezione della complessità del problema della dinamica del sistema capitalista e si acquisisce anche quella umiltà che consente di non liquidare in modo superficiale il job act come politica varata da un “servo dei padroni”.
    Gli 80 euro per chi li ha ricevuti sono la cannuccia per un “sommerso”. Chi non ne ha bisogno irride, chi ne ha veramente bisogno (ho in famiglia degli esempi) ringrazia.
    Riguardo ai 500 euro ai diciottenni si poteva parametrare la norma su una valutazione della ISEE.
    Politica del lavoro? Dettagliare la questione con cifre, fatti, norme precise per favore.
    Riforma elettorale e riforma della Costituzione. Sono favorevole sia a l’una sia all’altra. Ho già scritto qui nel aito il mio punto di vista analizzando la questione che ritengo sia la più importante: il quadro politico. Parlare delle tecnicalità della riforma, dei meccanismi istituzionali che rivede o rinnova, senza tenere ben presente il quadro politico è una sciocchezza che fanno in molti. Ed è a partire dalla mia interpretazione del quadro politico che mi pare che la cosa giusta da fare sia votare Sì. Rimando ai ragionamenti fatti nel gruppo di articoli taggati come riforma costituzionale.

    Termino affermando con chiarezza che il PD è un partito pieno zeppo di difetti e di debolezze. Non le elenco perché essendo il PD continuo bersaglio di quasi tutta la stampa nazionale, non serve riprendere cose molto note. Ma è anche l’unico partito presente nel quadro politico italiano, l’unico cioè che mantiene una qualche parvenza di forma partito e quindi di dinamica democratica interna. L’unico che può garantire una classe dirigente preparata e responsabile. A fronte di avversari politici sicuramente meno seri e preparati e di una sinistra ignorante e presuntuosa, che a Milano e riuscita perfino a dividersi in due pezzi (Pisapia/Rizzo) dimostrando ancora una volta la sua ignoranza, arroganza e impotenza politica.
    Riguardo poi a quello che ha fatto o poteva fare il governo a guida PD, non si può dimenticare che di fatto l’attuale Governo è una grande coalizione, che il Centrosinistra governa con un partito che si chiama Nuovo Centrodestra e dovrebbe essere suo naturale avversario, che sedicenti riformatori radicali come M5S si guardano bene dal prendersi responsabilità di governo nazionale perché il loro unico e vero obiettivo è la distruzione del PD. Assolto questo compito M5S scompariranno, o meglio verranno fatti scomparire da quelle oligarchie economico finanziarie che alimentando ad arte l’antipolitica lo hanno costruito per rendere impotente la sinistra.

  3. Vedo che il confronto è immediatamente ipergalattico, viste le mie competenze volo più basso ( e spero più breve).
    Prima di tutto trovo davvero difficile dare a questa tornata elettorale un valore totalizzante, troppo diversi sono i risultati, i 5S a Torino sono dei maghi e a Milano poco più che nessuno, e altri esempi si potrebbero fare. In generale le amministrative, come è giusto, risentono della realtà e delle rappresentanze locali. Basta vedere l’andamento del voto a Bucci. Alle europee 2014 il PD ha preso 5.705 voti pari al 42.17% su 13.887 ( 65,51%), alla camera 2013 4.474 pari al 26,21% su 17.426 ( 83,86%), al primo turno alle comunali del 2012 1.824 pari al 17.40% su 12.683 ( 60.21%), il CS 4.647 pari al 38.83%, il sindaco 5.371 voti su 9.422. Insomma sembra proprio che il PD di Buccinasco non sfondi a Buccinasco, ma sfonda quello nazionale. Tra l’altro tutto da valutare il ruolo delle liste civiche, portano qualcosa o nascondono i limiti del PD ? Questo per dire quanto voto nazionale e locale debbano essere interpretai in modo diverso.
    Facevo cenno prima ai 5S, per restare sul piano delle elezioni locali, è interessante riflettere sull’esperienza del loro primo Sindaco “importante”: Pizzarotti a Parma. In fin dei conti ha/ hanno vinto le elezioni barando, cos’altro si può dire di chi fa campagna elettorale su: “ l’inceneritore non si fa” e una volta arrivato al Comune, da persona intelligente, capisce che era una promessa senza senso. Ma avrebbe/avrebbero vinto lo stesso con una campagna seria in cui dicevano che non c’erano alternative all’inceneritore?Diciamo che restano molti dubbi. Ma Pizzarotti rappresenta anche il problema della difficoltà di fare il Sindaco “onesto” , inteso senza avvisi di garanzia, ecco anche questo, se si volesse ragionare seriamente ( se lo volesse fare anche il M5S) dovrebbe far molto riflettere
    Detto questo mi avventuro in due domande a chi è intervenuto prima di me .
    Arboit scrive: “Il PD deve cambiare passo, ci vuole un salto di qualità nell’azione politica e nella comunicazione politica, bisogna mettere al centro dell’azione politica questioni di giustizia sociale.” A quale livello del PD si rivolge ?
    A Gatti, di cui seguo gli scritti e le prese di posizione, ma da scienziato, visto che operi in un settore in cui la scienza è fondamentale, un dubbio sul fatto che i numeri non diano ragione a certe posizioni, mai? In fin dei conti siamo in democrazia se il PD e Renzi ( e Sala) fossero la nefandezza che tu disegni tutte le volte com’è che Rizzo prende il 3% ?
    Forse il problema, o la straordinaria novità, è che diventa difficile definire perimetri tipo “gruppi sociali”, basta vedere con chi spesso ti trovi d’accordo, del resto ci sono supergigioni narcisisti che sono disposti a votare Parisi. Cosa non si fa per cavalcare il proprio “io”.
    Saluti.
    Paolo Caimi

  4. Nazionale o locale? Mi pare che anche la seguente affermazione «voto nazionale e locale debbano essere interpretati in modo diverso» sia difficilmente sostenibile perché è evidente ormai che voto locale e voto nazionale si intrecciano in modi vari ed eventuali sempre diversi. In questa tornata amministrativa il peso nazionale a me pare evidente. A me è parso chiarissimo che, al di là di quel che si dice, si è voluto dare a questo voto politico locale un significato nazionale. Obiettivi? Indebolire il Pd e Renzi ad ogni costo. Per questa ragione si arriva al punto di vedere un Dario Fo che dichiara che voterà per Parisi. Tempo fa analizzando i comportamenti simbolici di Renzi osservai che la politica del “Molti nemici molto onore”, un film già visto, o prima o poi avrebbe presentato il conto.

    Vengo ora alla domanda. Vale a tutti i livelli, quello locale e quello nazionale. Ma il punto non è tanto quello del livello, ma che cosa s’intende per giustizia sociale. Posto che ormai per molti motivi la strategia della guerra sociale si è dimostrata perdente, occorre parlare in modo laico e aperto di giustizia sociale, ossia di risposta equilibrata ai bisogni di tutti. Un governo che si occupa di giustizia sociale oggi è difensore dei più deboli se si pone all’interno di qualunque contraddizione dalla parte del più debole. E la contraddizione può perfino essere quella tra impresa nazionale e mercato globalizzato, tra piccola impresa e sistema burocratico statale, ma anche però e soprattutto tra lavoro precario brutalmente sfruttato (l’80% dei giovani, giovani si fa per dire perché hanno 30-35 anni, è in queste condizioni) e aziende sfruttatrici.

  5. A proposito di nazionale/locale sono semplicemente pareri diversi, resta la diseguaglianza dei risultati a rendere difficile, se non impossibile, la lettura nazionale. Che poi a qualcuno interessi giocare questa carta è tutto un altro problema.
    Allora la domanda è un’altra: questo governo è impegnato nell’ottenere il massimi in termini di giustizia sociale?
    Saluti.
    Paolo Caimi

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