REFERENDUM COSTITUZIONALE: PASSATO E PRESENTE, ENRICO BERLINGUER E LE RIFORME ISTITUZIONALI

XVI CongressoPCI_riforme istituzionalidi David Arboit

La zuffa sull’utilizzo politico di Enrico Berlinguer ha malamente aperto un capitolo importante del percorso per chiarire alcuni dei temi che voteremo con il referendum costituzionale. In particolare il riferimento storico è il seguente: una riforma della Costituzione che riveda la parte che riguarda l’ordinamento della Repubblica e la forma di governo è in discussione ormai da molti decenni. Berlinguer è stato tirato in ballo peraltro con uno stile che segna la distanza abissale che ci separa da quegli anni: la personalizzazione. Si discute utilizzando l’argomento “Lo ha detto Berlinguer” dimenticandosi che, per quanto acuto, Berlinguer era comunque il “portavoce” di un partito di massa che elaborava collettivamente le sue strategie politiche.

Allora, per amore di verità e di storia, vediamo piuttosto come al termine XVI Congresso del Partito Comunista Italiano, che si tenne a Milano tra il 2 e il 6 marzo del 1983, durante il quale fu eletto Segretario Enrico Berlinguer, fu elaborato il tema della riforma delle istituzioni.

Nel Documento programmatico approvato alla fine del XVI congresso del PCI un capitolo è dedicato proprio alla riforma delle istituzioni. Il testo cerca di trovare un punto di equilibrio tra i valori della governabilità e della rappresentatività.

  1. Lo Stato – leggiamo nel documento – funziona male in Italia perché la politica fatica «a fare prevalere l’interesse pubblico nei confronti di vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.)». A questi meccanismi interni si aggiungono anche «centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica». Oggi noi possiamo dire che con la globalizzazione la debolezza della politica nei confronti dei “poteri forti” si è ancora maggiormente accentuata.
  2. Da troppo tempo in Italia il governo è nelle mani degli stessi partiti per cui «la discriminazione contro i comunisti, impedendo ogni ricambio, ha portato a una degenerazione profonda anche dei meccanismi istituzionali dello Stato». Da una mancata alternanza al governo del Paese deriva «la particolare gravità ed estensione del corrompimento della vita pubblica». Oggi possiamo dire che in fondo, forse, non era questo il problema, perché la rivoluzione nel sistema dei partiti attuata dopo tangentopoli non ha di certo fatto sparire «la mancanza di trasparenza nelle decisioni, la incertezza e la confusione nelle responsabilità e nei poteri, la pratica spartitoria delle lottizzazioni e della occupazione delle istituzioni, la pretesa impunità e l’intolleranza nei controlli». Ma questo il Documento programmatico del PCI già lo immaginava quando affermava che: «Nessuna riforma istituzionale può da sola assicurare il superamento di mali e di contraddizioni che hanno bisogno, per essere affrontati, di una direzione politica e di uno schieramento sociale nuovo». E infatti dopo tangentopoli abbiamo visto come i vari ritocchi del sistema istituzionale non abbiano risolto i problemi fondamentali né della governabilità né della rappresentatività del sistema.
  3. Che fare? La via per risolvere non è certo una «restrizione della democrazia» e una «concentrazione dei poteri nell’esecutivo». È evidente a tutti che «Si moltiplicano esempi di ritardi, disfunzioni e paralisi» generate da poteri di vario tipo, ma la soluzione non è «Trasformare il Parlamento in un puro e semplice organo di ratifica delle decisioni dell’esecutivo». Non bisogna però fare finta di non vedere che l’esigenza rappresentata da chi vuole un rafforzamento dell’esecutivo è un problema reale: «L’esigenza è quella di una effettiva capacità di governo» e cioè il fatto che il Paese ha bisogno di essere governato e di vedere risolti con chiarezza i suoi numerosi problemi. Esemplare in questo passo il tentativo di equilibrare rappresentatività e governabilità. Un governo infognato in veti incrociati e che produce leggi pasticciate frutto di compromessi che le rendono nella reale applicazione inutili, è un danno per il Paese. Occorre, prosegue il Documento, più competenza e più trasparenza nelle decisioni, ma sappiate che «Una riforma istituzionale moderna non può riguardare solo il Parlamento e il Governo e i loro rapporti reciproci. […] Il governo reale dell’economia, il ruolo della scienza, i sistemi di comunicazione e di formazione costituiscono il terreno su cui una sinistra veramente moderna deve cimentarsi». Da allora si è discusso molto di Governo e Parlamento, ma la sinistra si è ben guardata dal affrontare, discutere e fare diventare nella società battaglia culturale quotidiana i problemi dell’economia, della comunicazione e della formazione.
  4. La lotta contro i nemici della democrazia (terrorismo, criminalità organizzata, poteri occulti), deve essere portata avanti con la «mobilitazione di massa e l’esigenza di misure legislative, politiche e repressive». Essenziale cardine democratico è l’indipendenza della magistratura: «Va respinta qualsiasi forma di controllo politico della magistratura» anche se è auspicabile «una nuova regolamentazione della responsabilità disciplinare».
  5. Garantire la democrazia significa salvaguardare «la centralità del principio di rappresentanza» e respingere «leggi elettorali che portino a una drastica riduzione della rappresentatività». È questo peraltro l’orientamento della Corte Costituzionale che nel 2015 ha sentenziato l’abolizione della legge elettorale approvata dal Centrodestra e con la quale si è votato negli ultimi anni. Ma anche qui non basta limitarsi a revisioni tecniche dei meccanismi elettorali perché «Il problema di una fedele rappresentanza della società non può essere limitato a una discussione sulle leggi elettorali. Sempre più determinante è divenuto il problema della informazione». Ritorna, come anche nei punti precedenti, il seguente tema: è una sciocca illusione pensare che l’efficacia della rappresentanza democratica di un sistema politico sia fondata sui meccanismi tecnici. La democrazia ha soprattutto un fondamento sociale che è culturale, formativo e informativo. Se è vero questo appaiono quantomeno eccessivi e strumentali i toni da “ultima spiaggia della democrazia” che alcuni stanno utilizzando oggi campagna referendaria.
  6. Posto che la nostra repubblica deve restare Repubblica Parlamentare, e che il lavoro del Parlamento e pervertito, è imballato delle dinamiche interne delle maggioranze («sulle maggioranze ricadono le responsabilità delle difficoltà attuali del Paese» non sul parlamentarismo), maggioranze che ledono e vanificano i poteri del parlamento utilizzando un «metodo spartitorio che trasforma i governi in un coacervo di feudi ministeriali», quale soluzione si può proporre? Come affrontare una frammentazione politica che consegna in mano a esigue minoranze numericamente irrilevanti un potere di ricatto, di interdizione, di sabotaggio della vita Parlamentare? «Noi proponiamo di costruire una sola Camera. Ciò consentirebbe di snellire fortemente le decisioni e al tempo stesso di evitare l’eccessiva moltiplicazione e ripetizione delle sedi e dei momenti di contrattazione politica e sociale, come avviene con il bicameralismo attuale, con un evidente incremento delle pressioni corporative. Il monocameralismo che proponiamo porterebbe inoltre a una utile riduzione del numero dei parlamentari». Di questo passo del Documento è interessante in particolare, al di là dell’evidentissimo nesso con il referendum che andremo a votare, l’idea che un progetto di riduzione dei «momenti di contrattazione politica e sociale» non è un assassinio della democrazia, come oggi forse qualcuno direbbe in faccia perfino a Berlinguer se fosse qui, ma un modo per rendere più efficiente ed efficace la democrazia perché e limitazione delle «pressioni corporative». Al Parlamento non deve inoltre essere affidata l’elaborazione di una miriade di leggi e leggine che mettono in dubbio i tempi di approvazione e imballano il lavoro parlamentare. Al Parlamento deve essere affidata soprattutto l’elaborazione di leggi delega o leggi quadro che danno poi al Governo e/o alle Regioni il potere di attuarne i contenuti: «noi proponiamo che la stessa attività legislativa si concentri essenzialmente sulle grandi leggi quadro e di principio».
  1. Infine deve essere assolutamente chiaro che se «I comunisti propongono una riforma dei caratteri e della struttura dell’esecutivo» non è di certo per rendere il Paese meno governabile, non è di certo per trascurare il tema della governabilità perché «Non vogliamo un esecutivo debole: al contrario, pensiamo a un governo autorevole, capace di essere un interlocutore vero del Parlamento». La debolezza dei governi di questi anni – spiega il Documento – è dovuta al fatto che sono stati concepiti «non già in base ad accordi programmatici veri ma su spartizioni di poteri e posti». Questo metodo di formazione dei governi ha prodotto «episodi clamorosi di interne rissosità» che hanno tra l’altro impedito «un’opera di direzione effettiva parte del Presidente del Consiglio».

In conclusione è evidente, quindi, che il documento assume pienamente il problema della governabilità perché comprende bene che un governo irretito nei poteri di ricatto dei partiti è una ferita incancrenita che, come ci insegna la storia, per la democrazia può essere letale.

Il testo del Documento CLICCA qui

P.S. La statura politica e morale di Berlinguer è indiscutibile. Assieme ad Aldo Moro, anche per il percorso politico e umano che questi due uomini hanno fatto insieme, deve essere considerato come indimenticabile padre politico del Partito Democratico. Vale la pena allora riascoltare una bella intervista che Enrico Berlinguer concesse a Giovanni Minoli subito dopo il XVI Congresso, il 27 aprile del 1983.

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Pubblicato il 25 maggio 2016 su POLITICA NAZIONALE, REFERENDUM COSTITUZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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