REFERENDUM COSTITUZIONALE: PARLAMENTARE, PRESIDENZIALE, SEMIPRESIDENZIALE: LE FORME DI REPUBBLICA

presidenzialismo-suffragiodi David Arboit

Elemento cardine delle costituzioni moderne è la divisione dei poteri. Questo principio, frutto della cultura dell’Illuminismo e delle rivoluzioni francese e americana, nato nel Settecento per opporsi all’assolutismo (tutto il potere è del sovrano), prescrive che l’attività di direzione politica sia distribuita fra più organi e che la distribuzione del potere a più istituzioni garantisca una equilibrata ripartizione delle prerogative di indirizzo politico (la possibilità di prendere decisioni politiche) e un reciproco controllo.

La divisione dei poteri è una conseguenza del principio della sovranità popolare, una conquista politica anche questa dovuta alle rivoluzioni del Settecento: con le rivoluzioni si afferma l’idea che titolare primo e ultimo del potere politico non è più il re ma il popolo.

Il popolo sovrano delega l’esercizio di alcuni poteri a differenti organi perché ritiene pericoloso delegare tutto il potere a una sola persona, cioè conferire a una unica persona (o a un unico organo) il titolo di “rappresentate della volontà e della sovranità popolare”. Ecco che allora “in nome del popolo italiano” agiscono sia il Parlamento (potere legislativo), sia il Governo (potere esecutivo) sia la Magistratura (potere giudiziario). Ma questi poteri non posso agire secondo il loro arbitrio, devono operare seguendo le leggi: da questo si deduce logicamente il primato del potere legislativo, del Parlamento; in questo senso lo Stato moderno è “Stato di diritto”.

Nella discussione politica odierna prevale un approccio superficiale alla questione istituzionale. Prevale l’idea che le forme di governo delle repubbliche democratiche possano essere valutate in sé e per sé, a prescindere dal contesto storico, sociale e culturale. È diffusa anche l’idea che gli schemi politici del mondo occidentale siano ricette applicabili in tutto il mondo. È un approccio tipicamente tecnocratico e sbagliato. Si trascurano così situazioni sociali, economiche, storiche e culturali che possono avere un peso determinante in vista della riuscita o del fallimento quando si tratta di costruire o cambiare i sistemi politici. Sono le situazioni concrete della vita reale che possono essere determinanti per decidere il giusto rapporto tra l’esigenza di rappresentatività e l’esigenza di governabilità che sono il fondamento di ogni sistema politico democratico. Una politica che decide senza riferimento alla sovranità popolare è un simulacro di democrazia. Una politica che si avvita in discussioni inconcludenti, veti incrociati, e non decide, è ostaggio dei potentati imprenditoriali e finanziari.

 

La Repubblica parlamentare

Nella Repubblica parlamentare la sovranità popolare si concentra nel Parlamento e si esercita per mezzo del Parlamento. Nel Parlamento si forma una Maggioranza e una Minoranza, e la Maggioranza ha dunque titolo per definirsi rappresentante della volontà del popolo. Nel sistema politico parlamentare la Maggioranza parlamentare, cioè la maggioranza dei parlamentari, vota la fiducia al Governo. Governo e Parlamento quindi sono legati da uno speciale rapporto: il potere esecutivo (il Governo) per agire deve avere la fiducia del potere legislativo (il Parlamento), rappresentante unico della sovranità popolare, che è l’unico titolare del potere di indirizzo politico. Il Parlamento può togliere la fiducia al governo con una mozione di sfiducia; questo significa che il popolo sovrano, rappresentato dal Parlamento, toglie al governo i suoi poteri.

Il Capo dello Stato (Presidente o Re poco importa) è totalmente estraneo alle funzioni di indirizzo politico ed è solo garante di un corretto svolgimento della vita politica nazionale, cioè del rispetto della Costituzione. Possono essere Repubbliche parlamentari anche quelle in cui è prevista l’elezione diretta (per mezzo del voto popolare) del capo dello Stato; il capo dello Stato è direttamente eletto dal popolo, ma anche in questo caso a lui non sono attribuiti poteri di indirizzo politico. Il capo dello Stato caso rappresenta il Paese ma a lui non è delegata la sovranità popolare.

 

La Repubblica presidenziale

La Repubblica presidenziale è l’opposto della Repubblica parlamentare. Il Presidente della Repubblica è il rappresentante legittimamente investito della sovranità popolare e quindi nelle sue mani si concentra la maggior parte del potere di indirizzo politico perché viene nominato direttamente dal popolo con le elezioni (anche in due fasi: vedi meccanismo USA dei grandi elettori). Il Presidente in questo caso cumula la carica di Capo dello Stato e di Capo del governo. Nel sistema presidenziale manca la fiducia parlamentare, la mozione di sfiducia e il potere di scioglimento, ma tra Parlamento e Governo sono previste relazioni di reciproco controllo, il cosiddetto meccanismo dei “checks and balance”. Nel caso degli Stati Uniti il Presidente è in grado di influenzare l’attività legislativa del Parlamento proponendo leggi oppure opponendo il veto alla promulgazione di una legge. Il Parlamento (Il cosiddetto “Congresso”) condiziona l’indirizzo politico del Presidente gestendo il potere legislativo (può respingere le proposte del Presidente) e l’attività di controllo.

 

La repubblica semipresidenziale

Il semipresidenzialismo è una ibridazione tra parlamentarismo e presidenzialismo. Si parla perciò di Repubblica parlamentare con tendenza presidenziale. Nella Repubblica semipresidenziale (la Francia per esempio) il Presidente viene eletto dal popolo e perciò è titolare della sovranità popolare e dotato di importati poteri di indirizzo politico, nomina il governo e può sciogliere il Parlamento. Sono però presenti nello stesso tempo elementi di sistema parlamentare: è previsto un Capo del Governo che non è il Presidente, l’Assemblea nazionale può votare la sfiducia al Governo.

 

Il sistema politico e il sistema dei partiti

In uno Stato la storia politica e culturale del Paese produce un particolare sistema dei partiti. Tra i fattori che sono importanti per il buon funzionamento di uno specifico sistema politico c’è la configurazione del sistema dei partiti. La domanda che ci si deve porre è allora quanto una specifica configurazione del sistema dei partiti si adatta a una determinata forma di governo.

Il sistema politico parlamentare, per esempio, è definito a governo forte quando si realizza nella circostanza del bipartitismo (o bipolarismo) e a governo debole quando si realizza nella circostanza del multipartitismo. La “debolezza” che si verifica nella circostanza del multipartitismo è evidentemente legata alla difficoltà delle alleanze; la difficoltà di costruire una coalizione che abbia la maggioranza in Parlamento è direttamente proporzionale al numero dei partiti. Può infatti accadere che per ottenere una maggioranza parlamentare, per arrivare il 51% in Parlamento, anche partiti molto piccoli, che raccolgono il 2 o il 3% dei voti, detengano un potere di condizionamento sul governo enormemente superiore al loro peso elettorale. Quando il quadro partitico e molto frammentato può inoltre capitare che si formino maggioranze con partiti che hanno programmi politici completamente differenti o maggioranze che comprendono partiti con programmi politici opposti e da sempre avversari nella campagna elettorale (la cosiddetta grande coalizione, o governo di unità nazionale).

Un sistema politico bipartitico può prevedere due varianti. In quella che si può definire la democrazia del leader la scelta politica del cittadino è meno orientata da una scelta programmatica e da una scelta di coalizione ed è più orientata alla persona; è il caso per esempio degli Stati Uniti dove il profilo personale, le qualità e il carisma, del candidato Presidente hanno il maggiore peso nell’orientare l’elettorato. In quella che si può definire la democrazia di programma la scelta del leader avviene a conclusione di un percorso che prima di tutto programmatico e di coalizione. La spettacolarizzazione della politica determinata dai massmedia e dalla rete favorisce ovviamente l’affermarsi del primo modello; nasce così quella telecrazia, orientata al cesarismo e al plebiscitarismo, descritta da Giovanni Sartori nel suo Homo videns.

Il combinato disposto tra forma di governo e assetto del sistema dei partiti sembra oggi, in particolare in Italia, orientare l’evoluzione istituzionale verso una direzione: il passaggio dalla democrazia dei corpi intermedi (partiti e sindacati) verso la democrazia plebiscitaria. Questo orientamento dell’opinione pubblica è il prodotto in primo luogo del malfunzionamento del sistema dei partiti e delle rappresentanze sindacali, secondariamente di una martellante campagna di propaganda contro i partiti e contro i sindacati, campagna che propone posizioni ideologiche che vanno molto oltre la legittima critica delle evidenti degenerazioni dei partiti.

La posta in gioco è, in estrema sintesi, la scelta tra due opzioni.

  • Una democrazia diretta basata sulla relazione tra due soggetti politici: il singolo cittadino e il leader. In questa forma di politica l’aggregazione tra cittadini comuni avviene soltanto occasionalmente, in modo assolutamente instabile e volatile, come orientamento di opinione, come registrazione del numero di opinioni di tanti singoli, come sondaggio.
  • Una democrazia rappresentativa basata sulla relazione tra numerosi soggetti politici: il leader, il singolo cittadino, ma anche i cosiddetti corpi intermedi come le libere associazioni politiche (i partiti e movimenti) o le libere associazioni economiche (sindacati, associazioni d’impresa, ecc.). I corpi intermedi si distinguono dai gruppi di interesse, che tendono a influenzare la politica in modo occulto, in particolare perché pongono obiettivi politici dibattuti dall’opinione pubblica, programmi politici discussi e discutibili, sottoposti alla capacità di giudizio razionale del cittadino.
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Pubblicato il 22 maggio 2016 su POLITICA NAZIONALE, REFERENDUM COSTITUZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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