STATI UNITI PARADISO DEGLI EVASORI E DEL RICICLAGGIO? NON CI POSSO CREDERE!

di David Arboit

Crolla un mito, una illusione che anche io, evidentemente per ignoranza, ho contribuito a diffondere. Scrive il celebre settimanale economico inglese “The economist”: «Dimenticatevi della Svizzera. L’America ora è il luogo più famoso per custodire e nascondere il denaro sporco».

«Dopo aver lanciato e guidato la battaglia contro l’evasione fiscale off-shore, – continua il settimanale – l’America è ora diventata parte del problema».

Non c’è peraltro né da stupirsi né da scandalizzarsi. La globalizzazione della competizione economica produce una concorrenza globale che è di fatto una guerra economica continua e, come tutti sanno, la guerra è guerra e le regole valgono fino quando mi fanno comodo e ho la forza per imporle.

Visto l’intricatissimo intreccio tra economia legale ed economia illegale, anche ad alto livello e in luoghi insospettabili, è lecito chiedersi se ha ancora senso parlare di legalità quando si tratta del sistema economico globalizzato, o se non valga invece il principio “pecunia non olet”. Ed è inoltre logico chiedersi se il rispetto della legge in campo economico non sia l’ennesima tassa che i meno abbienti devono pagare per garantire ai potentati economici di prosperare tranquillamente in una economia illegale. Viene anche da chiedersi come mai lo Stato consenta di agire illegalmente ai potentati economici e se non si stia sempre più avverando quella profezia che interpretava il ruolo dello Stato come “comitato d’affari” dei potentati economici.

L’articolo di “The economist” è intitolato “The biggest loophole of all” (clicca qui). Un “loophole” è una ambiguità presente nella formulazione di un contratto che consente varie interpretazioni: è una  formulazione non chiara che permette di evitare o sfuggire un costo o un onere legale che altrimenti dovrebbe essere rispettato. L’articolo inizia così:

Devin Nunes ha sollevato le sopracciglia nel 2013, mentre, come presidente di un gruppo di lavoro del Congresso in materia fiscale, affermava che urgevano riforme che avrebbero reso l’America “il più grande paradiso fiscale della storia”.

Probabilmente pensava a una crescita della competitività degli Stati Uniti, piuttosto che a trasformare il suo paese in un rifugio per il denaro sporco, e le parole sono stati sorprendenti: l’America è più conosciuta come Stato che combatte gli evasori fiscali che come un paese che dà loro il benvenuto.

La sua lotta contro le banche svizzere che hanno aiutato l’evasione fiscale, lanciata nel 2007, ha scatenato una rivoluzione globale nella trasparenza finanziaria. Il prossimo anno dozzine di governi inizieranno a scambiarsi informazioni sui clienti delle loro banche, automaticamente, e non solo quando su richiesta. Il lassismo fiscale verrà perseguito negli angoli più remoti del mondo.

Eppure sta succedendo qualcosa di strano: quello che il signor Nunes auspica può avverarsi.

Gli Stati Uniti non sembrano sentirsi vincolati dalle regole globali che sono state create come risultato della propria guerra contro l’evasione fiscale.

Non riesce a contrastare le società anonime di comodo spesso utilizzate per nascondere i soldi.

Il Tax Justice Network, un gruppo di pressione, ha definito gli Stati Uniti una delle tre più importanti “giurisdizioni segrete” del mondo, dopo la Svizzera e Hong Kong.

Tutto questo aggiunge “un altro esempio di come gli Stati Uniti abbiano un elevato numero di casi di eccezione rispetto a principi costitutivi “, dice Richard Hay dello studio legale Stikeman Elliott. “L’Europa è stata raggirata”.

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Pubblicato il 23 febbraio 2016 su CULTURA, ECONOMIA POLITICA, POLITICA INTERNAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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