BUCCINASCO, GIORNO DELLA MEMORIA 2016, IL DISCORSO DEL SINDACO AI RAGAZZI

Maioranodi Gianni Maiorano

Care ragazze, cari ragazzi, convenuti tutti, buongiorno. Questo nostro ritrovarci, divenuto ormai una costante in questi anni, assume sempre più caratteristiche di maturità e consapevolezza. Ci accompagna da sempre il monito del premio Nobel per la Pace 1986, Elie Wiesel che afferma: “Senza memoria non c’è cultura, non c’è civiltà, né umanità”. Più oltre nel suo vibrante appello dice ancora: “Ricordare impone una dimensione etica. Per questo è un rimedio contro il male, uno scudo contro la crudeltà”.

Che l’Olocausto abbia rappresentato e storicamente rappresenti il peggiore dei mali, l’ingiuria più grande che si potesse fare all’uomo, la pretesa più assurda e bestiale di uomini padroni del destino di altri uomini in nome di una pretesa superiorità della razza, c’è unanime convinzione.

La visita, lo scorso anno, nei luoghi della vergogna e delle efferatezze programmate ce lo hanno dimostrato in modo netto. Quanti di noi, presenti a Mauthausen sono riusciti a cancellare dalla propria memoria l’orrore di quei tubi contorti della camere a gas? Quanti non hanno ancora presenti ai propri occhi quelle bocche fameliche dei forni che inghiottivano sistematicamente i malcapitati di turno? Chi ha rimosso l’immagine di quelle gallerie scavate anche con le unghie sotto il motto inaccettabile del “lavoro vi farà liberi”? Solo pensare di poter dimenticare tutto questo è fare torto alla propria intelligenza come, per tornare a Wiesel, voler desiderare per sé la peggiore delle malattie che conduce a morte certa. Significa soprattutto rifiutare di fare i conti con la storia e aprirsi il baratro per il futuro. A questo male, la nostra risposta non può che essere un NO corale, MAI PIÙ, un no che trae origine, ancor prima che dal sentimento di compassione, dalla ragione del nostro essere, dal significato più vero e profondo della cultura della vita umana.

Rendere ragione ai milioni di morti, ai tanti innocenti, a popoli interi è l’impegno oggi e sempre per sfuggire alla tentazione del diabolico dominio dell’uomo sull’uomo. Quanto questo impegno sia grave e urgente ce lo dicono le cronache tutti i giorni. Ce lo ricorda il terrorismo che continua a mietere le sue vittime attaccando la normalità del vivere quotidiano. Ce lo fa presente lo scenario dei milioni di fuggitivi che rischiano la propria vita nel desiderio di un approdo che sempre più frequentemente si trasforma in miraggio. Ce lo raccontano quelle migliaia di persone che, con significativa espressione, Papa Francesco definisce “scarti”. Sono questi purtroppo i volti nuovi dell’Olocausto: la mancanza della necessaria solidarietà tra i popoli, l’assenza di reale promozione di tutte quelle azioni che possono portare all’equa distribuzione dei beni, l’accantonamento del principio dell’uguaglianza che esige i diritti non meno che i doveri, il superamento del senso di accoglienza che molti dei nostri nonni hanno sperimentato trasferendosi in ogni parte del mondo alla ricerca di dignità e di lavoro. Non ultimo l’arroganza di chi pretende di fare parti uguali tra diseguali come ben ammoniva don Lorenzo Milani.

Facciamo memoria oggi di milioni di vittime. È la memoria in particolare del popolo ebreo che più di altri ha sofferto la spietatezza dell’Olocausto. Di un popolo, appunto, condannato proprio perché tale, per la sua specifica identità, per la sua storia millenaria. Se questo è il cuore della sofferenza inflitta dal nazifascismo, sarebbe grave fingere l’inesistenza di quanti hanno dovuto condividere con gli ebrei la stessa sorte e le stesse sofferenze. È questa la ragione che ha portato l’A.N.P.I. e l’Amministrazione a voler sottolineare quest’anno in modo specifico un fatto, quello dei popoli rom e dei sinti, chiamati con disprezzo “zingari” dai razzisti di oggi, un evento niente affatto marginale nel perpetrarsi della violenza nazifascista, senza nulla togliere ad altre componenti quali i disabili, gli omosessuali, i comunisti, i tanti chierici e sacerdoti. Il perché di questa sottolineatura ce lo suggerisce una grande autrice del mondo ebraico, partecipe delle Resistenza in Francia che ha sperimentato da internata il campo di concentramento. Dice dunque Miriam Novitch, questo il suo nome: “Il trascurare gli zingari, il tacere del loro massacro, costituirebbe una seconda ingiustizia contro di loro. … Onoriamo queste vittime assieme ai martiri dell’Olocausto”. Di fronte a questa affermazione, le polemiche da taluni sollevate in questi ultimi giorni lasciano veramente il tempo che trovano e mi auguro siano più il frutto di ignoranza storica che di voluta e malcelata malafede. Il dovere istituzionale non fa calcoli di bottega, ma afferma l’essenza della sua rappresentanza condannando e contrastando tutte le violenze chiunque ne sia l’autore.

C’è quindi sì qualcosa di diverso rispetto agli anni precedenti. C’è la memoria della partecipazione di un “popolo” che, a differenza di quello ebreo non è mai stato considerato tale e che ancora oggi facciamo fatica a riconoscere, ma al quale non è stato riservato un trattamento diverso dagli ebrei condividendone anzi lo stesso destino come ci ha appena ricordato Miriam Novitch.

Parliamo dei cosiddetti zingari, dei rom e dei sinti. Abbiamo la consapevolezza che parlare oggi di loro assume il valore di una sfida, ma verremmo meno al nostro compito e offenderemmo insieme la loro memoria non meno che quella degli ebrei. Inaccettabile! Certo, parlare di queste etnie non è facile. Si fa tremendamente fatica. Si rischia di perdere qualche consenso, ma rifiuto la demagogia e l’insulto, preferendo un atto di dignità intellettuale e morale. Gli zingari allora; fanno la figura dei dimenticati. È un popolo apparentemente senza storia perché nessuno ha mai provveduto a lasciare testimonianze scritte come di norma avvenuto e avviene per gli altri popoli. Sono figli di una cultura e una tradizione tramandata oralmente di padre in figlio, di generazione in generazione. Una cultura e una tradizione che per molti aspetti resta ancora oggi immutata e che non lascia traccia certa nei luoghi attraversati o temporaneamente occupati. Una cultura spazzata più frequentemente dal vento, ma non per questo meno interessante. Ne parlano, scritte da altri, alcune cronache che li vedono presenti ad allietare con gioco, balli e musiche le diverse corti dei regnanti europei. C’è traccia di loro quando hanno subito veri e propri stermini come in Spagna nel 1749 o in Olanda nel 1835. Poi difficilmente visibili, quasi inabissati nell’oblio ma comunque ritenuti pericolosi sino a essere scoperti come “asociali” dal nazismo. Questa la colpa loro attribuita e per questo destinati ai campi di concentramento e allo sterminio. Nessuno è ancora in grado di quantificarne i morti. Recenti ricerche fanno schizzare in alto i numeri. C’è chi ne conta più di un milione. Non si sa quanti, magari di più, magari di meno. Sono comunque tantissimi e hanno diritto al nostro riconoscimento.

È innegabile che la presenza di una loro piccola comunità, installatasi a Buccinasco poco meno di 40 anni fa, rappresenta un motivo in più per far conoscere queste storie nel tentativo di ottenere un duplice risultato attraverso l’approfondimento e la conoscenza. Da un lato la maturazione di una convinzione che porti loro all’accettazione di regole che facilitino percorsi di seri processi di convivenza e di integrazione, dall’altro favorire un clima di reciproca comprensione che avvii al tramonto pregiudizi duri a morire senza che questo si trasformi in improvvisazione, opportunismo e inutile buonismo. Non è semplice, non è facile, ma è possibile. E che lo sia, cari ragazzi, lo dimostrate proprio voi che non vi lasciate sopraffare dal timore nell’avere giovani come voi, appartenenti alla comunità sinta, quali coetanei, compagni di studio e di giochi.

L’invito che mi sento di fare all’intera comunità cittadina, proprio in questa circostanza, è quello di rafforzare l’esercizio dei diritti, ma allo stesso tempo di non accantonare l’esercizio dei doveri. La legalità è e resta il primo requisito del reciproco riconoscimento. Chi sbaglia dovrà essere punito senza guardare in faccia a nessuno. Il nostro MAI PIÙ non è quindi la ripetizione monotona di uno slogan per una storia del passato, ma l’impegno costante a evitarne perché, pur in altri e diversi scenari, la stessa abbia a ripetersi.

Annunci

Pubblicato il 28 gennaio 2016 su CULTURA, INIZIATIVE, POLITICA LOCALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: