BUCCINASCO, GIORNATA DELLA MEMORIA 2016: PIANGENDO E BALLANDO

JovicaJovic orchestar

di David Arboit

No so che cosa suonerò stasera – dice il maestro Jovica Jovic in un italiano chiaro ma con forte accento zingaro – noi zingari suoniamo musica per ballare e cantare, ma stasera c’è da fare memoria. Mio padre mi raccontava di Auschwitz – comincia Jovica facendo memoria – dove era stato e del Zigeunerlager, il settore del lager per gli zingari. Mio padre scrisse una canzone per fare memoria. Li dentro in mezzo agli zingari erano capitate anche famiglie ebree, forse per il fatto che avevano la pelle un po’ più scura. C’era una famiglia ebrea con quattro bambini piccoli, fuori al freddo e piangevano disperati per il freddo. La guardia urla alla mamma falli smettere, la mamma prova a farli smettere ma non smettono. La guardia spara e li ammazza tutti e quattro. La mamma come una furia si getta verso le guardie. Le sparano e l’ammazzano. Il padre disperato si vuole lanciare verso la morte certa, ma gli zingari lo abbracciano e lo proteggono, lui impazzito morde a sangue le mani di chi lo trattiene ma quell’abbraccio lo salva.

Memoria di un destino infernale comune tra ebrei e zingari. Mentre in sala le più di 200 persone presenti stanno forse tutte trattenendo le lacrime, Jovica suona e piange con la sua fisarmonica, e una donna canta la canzone scritta dal padre.

Poi parte l’inno del popolo rom: Gelem Gelem che significa “Sono andato, sono andato” e la vitalità musicale degli zingari prende il sopravvento e coinvolge tutti i presenti nei ritmi e nelle melodie orientali tipici della musica balcanica e anche tipici della musica klezmer dell’oriente yiddish. Si perché tra zingari ed ebrei c’è anche una fraternità musicale.

E quando l’orchestrina balcanica attacca un esuberate medley, che inizia con “Kalinka” (omaggio forse ai 20 milioni di russi sterminati dai nazisti e dai fascisti, questi sì veramente e sempre dimenticati), per proseguire con “Hava nagila” (così gli stolti non ci rinfacciano che dimentichiamo gli ebrei) e poi con “O bella ciao” e per finire con un tarantolato “Sirtaki”, allora le donne in sala, ma badate bene solo ed esclusivamente le donne, iniziano a ballare.

Cala il sipario e abbiamo fatto memoria piangendo e ballando.

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Pubblicato il 28 gennaio 2016 su CULTURA, INIZIATIVE, POLITICA LOCALE, Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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