CHI PECORA SI FA IL LUPO SE LO MANGIA. È COLPA DEI SINDACATI E DEI PARTITI

oxfamdi David Arboit

Questa settimana ha trovato spazio su quasi tutti i quotidiani la notizia dei 62 megaricchissimi che possiedono un patrimonio spaventoso. Peraltro solo l’Avvenire l’ha data in prima pagina. Gli articoli riprendono le informazioni pubblicate con il Rapporto OXFAM Un’economia per l’1%”. Come privilegi e potere in campo economico generano estrema disuguaglianza, e come è possibile spezzare questa spirale.

Troviamo anche la notizia, peraltro arcirisaputa, che in questi ultimi decenni i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sono aumentati e si sono ulteriormente impoveriti.

Troviamo la notizia, questa forse meno nota, che le più potenti aziende del mondo pagano imposte in percentuali ridicole rispetto ai loro enormi profitti, mentre la gente comune viene spennata dal fisco; è questa una delle cause per cui i ricchi diventano sempre più ricchi.

E quindi? E allora? Che c’è di nuovo? Qualche rimedio efficace?

Il rimedio proposto dall’associazione Oxfam è il seguente: «A Davos, quest’anno, chiederemo con forza a governi e grandi corporation di porre fine all’era dei paradisi fiscali», dichiara la presidente di Oxfam International, Winnie Byanyima. Eureka! Ecco la soluzione! Geniale trovata, straordinaria efficacia garantita. Fare sparire i paradisi fiscali sarebbe sicuramente buona cosa, peccato che i governi raramente hanno il coraggio di intervenire perché in genere la politica è al guinzaglio dei grandi potentati economici internazionali, e basta guardare a come è stato risolto il problema della crisi finanziaria e bancaria dell’ultimo decennio per rendersene conto.

L’ennesima ripetizione di questa “non notizia” (i ricchi sempre più ricchi) ci consente comunque di fare alcune considerazioni: se la povertà economica è certamente un flagello per i ceti meno abbienti, la povertà culturale è assai più grande e tremendamente più dannosa, e li condanna a un continuo impoverimento.

Povertà culturale? Che significa? Che sono ignoranti e quindi non possono trovare un buon lavoro? Sì, certamente, ma non è questo il punto.

L’ignoranza più profonda e più pericolosa è quella a proposito della propria personale condizione sociale, di una personale capacità di lettura della propria collocazione in un dato contesto socioeconomico, delle cause che la producono, e dei percorsi per migliorare il proprio tenore di vita. È una grave forma di cecità. È questo tipo di ignoranza, per esempio, che ti fa credere alla favoletta liberista secondo la quale trovare un lavoro equamente retribuito sia una questione di skill, di competenze. Ormai la correlazione tra titolo di studio, competenze e lavoro a cui dovrebbe corrispondere un “giusto salario” è sempre più volatile, aleatoria, e cresce sempre di più lo sfruttamento di manodopera professionalmente qualificata e dotata di alto titolo di studio.

Ma allora che fare?

Per quelli che stanno in alto si tratta di capire che se continuano così segano il ramo su cui stanno seduti. Una distribuzione del reddito più equa è condizione necessaria per lo sviluppo economico prossimo venturo, che è legato a un crescita della domanda di beni e servizi, e quindi alla diffusione di un benessere equo, solidale e sostenibile anche nei confronti dell’ambiente. La crisi economica strisciante ed endemica che stiamo vivendo è il risultato di un continuo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti, di un sistema economico che per sua natura produce disuguaglianza e solo la politica, una politica dei redditi, è in grado di creare equilibrio e sviluppo nel sistema produttivo. Guardare al profitto e al breve termine garantisce l’arricchimento di pochi che poi si ritirano a vita privata con i soldi e lasciano il sistema produttivo in stallo.

Per quelli che stanno in basso si tratta di capire che un benessere diffuso, equo, solidale e sostenibile può essere solo il prodotto di una lotta economica democratica. Della responsabilità sociale le imprese, soprattutto le grandi e le medie, in genere se ne fregano, guardano solo al profitto e al breve termine, si giustificano dicendo che il mercato è guerra di tutti contro tutti (vero) e stare sul mercato significa essere spietati con tutti. Questo significa che non sentono ragione a meno che qualcuno non gli faccia con forza intendere le proprie ragioni.

Servirebbe, per esempio, un sindacato nuovo, più diffuso, più capace di organizzare, più capace di lavorare su obiettivi ragionevoli ma inderogabili, più capace insomma di essere strumento di democrazia economica. Fare la guerra ai sindacati significa nello stesso tempo minare la basi della democrazia e del sistema economico. Servirebbero partiti nuovi che avessero la capacità di discutere ampiamente e collettivamente, decidere e portare avanti un progetto di controllo politico della economia di mercato. Servirebbe un passo avanti, non ideologico, verso la democrazia economica. È questo che serve oggi per fare uscire il sistema economico dal circolo vizioso in cui si è ficcato.

Se quanto precede è vero forse allora il punto è la debolezza culturale e organizzativa dei partiti e dei sindacati. C’è chi oggi fa apologia del presente, della volatilità dell’elettorato spacciandola per modernizzazione del sistema politico,vaneggiando di una nuova maturità politica del popolo, ma non si rende conto che il consumatore di politica che sceglie “liberamente” entrando saltuariamente nel supermercato della politica (una settimana prima del voto) non è certamente più maturo, sia umanamente sia politicamente, dell’elettore ideologico di 50 anni fa, che quantomeno, per umiltà, senza credere ingenuamente di avere le competenze per essere libero di scegliere, restava attaccato come una cozza a un’ideale (zoccolo duro). L’astensionismo al 50% significa in parte rifiuto irresponsabile e cialtrone della politica, ma anche rifiuto di tutte le belle confezioni (vuote di politica) esposte sugli scaffali del supermercato della politica.

Se l’offerta politica ha assunto la forma commerciale del supermercato è intelligente dal punto di vista tattico adeguarsi, ma sapendo che l’iniziativa è solo tattica, mentre la politica degna di questo nome deve lavorare su progetti strategici dei ben altro respiro culturale e organizzativo, i soli che possono dare alla democrazia un futuro, mentre il supermercato della politica, con la sua capacità di offerta ampia e differenzia, è simulacro della democrazia, apparenza di democrazia.

Il presente è estremamente problematico, ma i problemi non si risolvono facendo apologia del presente, sdoganando un presente inaccettabile o quantomeno pericoloso.

Senza forma partito e senza organizzazione dei lavoratori, il sindacato, non c’è democrazia. E senza un progetto culturale e organizzativo nuovo e forte per questi corpi intermedi, cioè una proposta intelligente e per questo incisiva in modo misurabile, non c’è né partito né sindacato, ma simulacri di partito e di sindacato.

Il Rapporto OXFAM si trova qui:

http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

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Pubblicato il 23 gennaio 2016 su CULTURA, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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