CAMPANIA, COMUNE DI QUARTO: I FATTI OLTRE LE CHIACCHIERE E LA PROPAGANDA

grillo_ranadi David Arboit

Sul web e altrove, sul comune campano di Quarto si è scritto e letto di tutto. Oggi la tecnica, infatti, non è nascondere il fatto e la notizia, ma seppellirla sotto un cumulo di commenti che nulla hanno a che fare con il fatto, in modo da farlo scomparire. Il web, twitter, facebook obbligano a al batti e ribatti immediato, al commento a caldo, a parlare e fare valutazioni immediate senza sapere. Il commento senza una base di fatti e circostanze impazza creando e alimentando la confusione, e la necessità narcisitica all’esserci che diventa coazione al commento a caldo. Stare zitti non si può, nella baraonda anche IO (l’io narcisitico sempre più ipertrofico) devo esserci. Ed così che si sguazza nella chiacchiera senza fondamento alcuno commentando, e quindi collocandosi in una realtà effettivamente virtuale tutta fatta di chiacchiere senza costrutto e senza fatti.

Capisco che qui si collochi chi deve difendersi e perciò stesso creare confusione, capisco meno altri, anche del mio partito, che hanno saputo dire solo “ma guardiamo piuttosto in casa nostra”. Qui non si tratta di distogliere lo sguardo, ma di capire come funziona, capire come funziona che non è un puntare il dito (perché «chi è senza peccato…» oppure perché guardare la pagliuzza negli occhi di altri camuffa la trave nel proprio).

I fatti li snocciola stavolta non il “Il Fatto” (che anche lui dice quello che gli pare e gli fa comodo) ma il quotidiano L’Unità.

«Quarto è comune ad alta densità mafiosa, – scrive Rosaria Capacchione – la mafia era e resta un’organizzazione opportunista, la mafia ha eletto il suo rappresentante – il consigliere più votato – nel consiglio comunale che la sorte aveva destinato al Movimento Cinque Stelle. A ben vedere era quasi scontato che accadesse. I due anni di commissariamento che avevano preceduto le elezioni erano serviti a rimuovere alcuni ostacoli e condizionamenti, ma non tutti e non tutti rimovibili. Per esempio, la presenza nella casa comunale di impiegati e funzionari sfiorati dalle indagini della DDA napoletana, cambiati di posto ma ancora in servizio. Per esempio, un corpo elettorale troppo incline a votare chi garantiva interessi particolari. Lo stesso corpo elettorale che nel 2011 elesse a furor di popolo tale Armando Chiaro, coordinatore del Pdl, che nei giorni del voto era in carcere per reati di mafia. Ebbe 385 preferenze, un’enormità.»

La corruzione, la puzza di marcio, quindi, promana non solo dal politico e dai politici, ma evidentemente anche dai funzionari comunali e da una società che solo uno stolto può chiamare “civile”.

«Quando dopo due anni di amministrazione prefettizia si è tornati al voto – continua l’articolo dell’Unità – la platea non ha potuto scegliere fino in fondo. Il Partito Democratico è stato escluso dal Consiglio di Stato per irregolarità formali nella presentazione delle liste. Alcuni anno ripiegato sulla formazione che prometteva onestà e trasparenza; altri sono rimasti a casa. Gli elettori di Armando Chiaro (e del clan Polverino)? Le intercettazioni diffuse in questi giorni sono chiarissime: hanno votato M5S, per scelta o per forza. E hanno fatto convergere le preferenze su Giovanni De Robbio, il consigliere (ormai ex) indagato per voto di scambio politico-mafioso, che ha portato a casa quasi mille preferenze: tre volte quelle di chiaro. Sarebbe bastato questo piccolo dato numerico per far issare le antenne ai maggiorenti del Movimento: troppi voti personali, un decimo di quelli della lista. E invece non è successo niente, se non le sfilate festose con i leader campani Di Mio e Fico.

Un mese di amministrazione e arrivano i primi problemi. La Quarto calcio per la Legalità, la squadra confiscata alla camorra e rimessa in piedi per scommessa dalla Procura di Napoli, dal suo amministratore e da un nugolo di piccoli sostenitori, è costretta a rinunciare alla iscrizione al campionato, fiaccata da decine di atti vandalici e dalla mancanza di certezze sull’affidamento dello stadio. Che il Comune di Quarto tiene per sé. A settembre la Giunta revoca la delibera di pubblicazione delle osservazioni al piano regolatore. A ottobre scoppia lo scandalo della casa abusiva in cui abita la sindaca Capuozzo, dell’incarico conferito al progettista rinviato a giudizio per concorso eterno, dei servizi di tipografia comunale affidati al marito della prima cittadina. Inizia a girare il dossier con la planimetria della casa abusiva e intanto arriva anche l’altolà dell’antimafia alla ditta che sta eseguendo i lavori della rete idrica, ditta che però continua allegramente a lavorare. Ed ecco che scoppia l’epidemia. Rosa Capuozzo e i suoi amici del Movimento si ammalano all’improvviso, della sindrome del bispensiero: gridano al complotto e minacciano denunce. La malattia raggiunge picchi altissimi in concomitanza con la perquisizione in casa del consigliere De Robbio. Si scopre che era stato lui a minacciare la diffusione del dossier sulla casa abusiva, ma che la sindaca – e in quanto tale pubblico ufficiale – non l’aveva denunciato. Si scopre che la stessa, interrogata dal pubblico ministero, aveva mentito (il 21 dicembre), rettificando il giorno successivo ma tornando sui suoi passi nella conferenza stampa di fine anno. A oggi non è ancora chiaro se Rosa Capuozzo si sia sentita intimidita o se considera “normale dialettica politica” il ricorso al ricatto. Ho parlato non a caso di sindrome del bipensiero. Le parole di Orwell mi ronzano nella testa sin da quando ho iniziato a leggere deliranti comunicati diffusi dal blog del Movimento ormai diversi anni fa. In “1984” l’autore della apocalittica distopia aveva scritto di uno Stato in cui il partito si impossessava del passato e modificava i documenti relativi ai fatti accaduti.

“Ch controlla il passato controlla io futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, diceva il Grande Fratello. E il cittadino era costretto a “dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo”. Il bipensiero, mediante una menzogna che arriva sempre prima della verità.

È sufficiente una lettura veloce dei commenti sui social per verificare che il meccanismo è stato perfettamente rodato e messo in funzione. Rosa Capuozzo, che omette di denunciare il ricatto, è “parte offesa”; De Robbio “è stato espulso prima che venisse indagato” (falso); il PD che non è presente in consiglio comunale) va a braccetto con la mafia. Fino a Grillo, con il suo commento sconcertante: “I voti della camorra non hanno condizionato le elezioni”.

Giusto per rimanere sulla traccia orwelliana, un piccolo dettaglio: dal sito del Movimento sono spariti i profili dei candidati al Consiglio comunale di Quarto. Un’operazione volta a modificare il passato (a futura memoria) ma effettuata in maniera dilettantistica visto che la copia cache è ancora sul web. Con questo corredo politico, con il ricorso sistematico alla menzogna o allo scaricabarile, con l’ingenuità (voglio credere che di questo si tratti) così esasperata, non c’è difesa possibile dalla mafia. Che intanto assiste e ride.»

Questi i fatti, compreso il fatto che per salvare l’immagine della purezza del Movimento si spara una raffica di menzogne. È la menzogna il fatto più grave, perché non ci aiuta a capire che amministrare città ad alta densità mafiosa è molto difficile (quando ci si trova a vivere in certi ambienti è facile sbagliare), e perché non ci mette crudamente di fronte al fatto principale e cioè che la politica, quella onesta e quindi mediamente ingenua, ha a che fare:

1) con una società sedicente civile ampiamente disponibile, in nome dei propri interessi particolari, alla corruzione e al compromesso con le mafie;

2) un’amministrazione pubblica, la burocrazia comunale, devastata dalla corruzione e a volte perfino zimbello delle mafie.

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Pubblicato il 8 gennaio 2016 su LEGALITA', POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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