LA RELAZIONE SU MAFIA CAPITALE: LE REGOLE COMUNALI SUGLI APPALTI

di David Arboit

Obiettivo principale del sistema corruttivo messo in atto da Mafia capitale sono gli appalti pubblici. Il problema che l’organizzazione criminale deve risolvere è il seguente: trovare i funzionari comunali e i percorsi che garantiscano affidamenti alle aziende che fanno parte del gruppo Mafia capitale. La Relazione ci spiega con dovizia di particolari quali sono i «collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi».

La Relazione osserva in primo luogo che la situazione legislativa del Comune è già di per se criminogena. Accade infatti che si riscontrano «gravi carenze nella normativa di competenza comunale, dacché l’unico intervento in materia risulta il regolamento dei contratti approvato con delibera del Commissario straordinario» nel 1993. Un testo che oggi risulta «pressoché inapplicabile».

E dire che con il D.L. n. 163 del 2006 (il Codice dei contratti) il governo aveva prescritto agli enti locali di redigere un regolamento stabilendo «limiti di importo delle singole voci di spesa, preventivamente individuate da ciascuna stazione appaltante [l’ente locale]». Prescrizione poi ribadita dal DPR n. 207 del 2010. La Giunta Alemanno che ha governato Roma dall’aprile 2008 al giugno 2013 ha ignorato la disposizione lasciando senza regole, senza copertura normativa di livello comunale, l’acquisto di lavori, beni e servizi.

Un secondo elemento strutturale che favorisce «l’esplicarsi del condizionamento criminale» è la eccessiva pluralità dei centri d’acquisto. Il Comune di Roma presenta «una elevata frammentazione dei centri di spesa e delle stazioni appaltanti». La riduzione dei centri d’acquisto, programmata dalla Giunta Marino con «l’attivazione della centrale unica degli acquisti» ha avuto come obiettivo «evitare che la dispersione delle procedure d’acquisto possa tradursi in facile alibi a sostanziali operazioni di frazionamento artificioso». La legislazione nazionale stabilisce infatti delle soglie di valore economico per lavori, beni e servizi (soglie che possono anche essere rese più restrittive dai regolamenti approvati dal Consiglio comunale) soglie per le quali è obbligatorio prevedere procedure che garantiscono la massima trasparenza; se riesco a frazionare l’appalto e restare come si suol dire “sotto soglia” posso adottare procedure semplificate.

Un terzo elemento di debolezza individuato dalla relazione è le modalità in cui è stato disatteso l’articolo 11 del DL n.163/2006 nel quale si prevede che l’amministrazione, prima dell’avvio delle procedure di affidamento, abbia l’obbligo di redigere e pubblicare un provvedimento dirigenziale (una determina a contrarre) con il quale si formalizza la volontà di contrarre e con il quale si devono individuare: gli elementi essenziali del contratto; i criteri di selezione degli operatori economici; i criteri di selezione delle offerte. Senza questa determina le procedure di selezione del contraente possono essere arbitrarie o aleatorie, «i criteri di aggiudicazione possono risultare non adeguatamente formalizzati». E anche nel caso in cui a Roma le determine erano presenti, il controllo successivo di regolarità amministrativ ha rilevato che «le determine a contrarre esaminate sono risultate in molti casi insufficienti e non idonee a individuare gli elementi essenziali del contratto e i criteri di selezione degli operatori economici e delle offerte».

Lo spazio per l’infiltrazione criminale è stato quindi predisposto grazie «all’ampio ricorso che l’Amministrazione capitolina ha fatto a procedure non aperte, sotto forma di procedure in economia, procedure negoziate, affidamenti diretti spesso utilizzando in modo non corretto le procedure di somma urgenza» quindi disattendendo le prescrizioni dell’articolo 125 del DL n.163/2006. «Non è un caso se gli ispettori hanno rilevato l’illegittimo ricorso ad affidamenti diretti o proroghe in particolare per i servizi dei dipartimenti Politiche sociali, Tutela dell’ambiente e Politiche abitative, ossia proprio in quei settori in cui l’ordinanza “Mondo di mezzo” ha successivamente rilevato la presenza di un forte condizionamento del sodalizio criminale di Carminati.». Proroghe in alcuni casi «protratte per anni senza che fossero previste nel bando originario».

Tra le prassi più ricorrenti utilizzate per condizionare l’esito degli affidamenti le più frequenti sono state riscontrate «nelle procedure negoziate senza previa pubblicazione di bando». A garanzia della trasparenza della procedura negoziata la legge prevede che la stazione appaltante:

  1. individui gli operatori economici da consultare sulla base di informazioni riguardanti le caratteristiche di qualificazione economico-finanziaria e tecnico-organizzativa desunte dal mercato, nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenza, rotazione;
  2. selezioni almeno tre operatori economici, se sussistono in tale numero soggetti idonei;
  3. gli operatori economici selezionati vengano contemporaneamente invitati a presentare le offerte oggetto della negoziazione;
  4. la stazione appaltante infine scelga l’operatore economico che ha offerto le condizioni più vantaggiose, secondo il criterio del prezzo più basso o dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Nel meccanismo predisposto dalla legge dove interviene l’alterazione? «Attraverso il condizionamento dei meccanismi di selezione delle imprese da invitare.» In alcuni casi «le imprese invitate sono solo apparentemente una pluralità in quanto tutte riconducibili a un unico centro di interessi e controllo» oppure si osserva che «alcune non svolgono affatto attività riconducibile all’oggetto dell’appalto» e quindi sono in partenza destinate alla esclusione e rappresentano perciò delle finte concorrenti. In questi casi è chiaro che il funzionario, che individua e invita le aziende, sta orientando in modo illecito la scelta. Accade in altri casi che «i nomi delle imprese invitate ricorrano con frequenza eccessiva, vedendo l’aggiudicazione favorire ora l’una ora l’altra ma, nel complesso, all’interno di un ristretto numero di operatori». Il sistema amministrativo romano sconta «l’assenza di corrette procedure di preselezione delle imprese» in particolare quando «si far ricorso ad elenchi spesso informali o formati in tempi risalenti e non più aggiornati, con ciò esaltando il ruolo [il potere] di alcuni funzionari».

Non di rado l’aggiudicazione avveniva addirittura senza la verifica dei requisiti di ordine generale, relativi alla capacità economico-finanziaria e tecnico organizzativa, nonché dei requisiti morali e di ordine pubblico dell’aggiudicatario.

È evidente quindi che «il contesto di illegittimità amministrativa in cui sono stati affidati gli appalti dei settori citati [cooperative per la gestione dei servizi sociali, ditte operanti nel movimento terra, nello smaltimento rifiuti e nella cura del verde pubblico] non è causa secondaria del grado di pervasività che il sodalizio mafioso è stato in grado di esercitare.»

 

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Pubblicato il 2 gennaio 2016 su LEGALITA', POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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