LA RELAZIONE SU MAFIA CAPITALE: LA CORRUZIONE DIFFUSA NELLA SOCIETÀ CIVILE

di David Arboit

L’inquinamento mafioso del sistema economico e istituzionale romano non è avvenuto per mezzo di intimidazioni e violenza, ma in gran parte per mezzo della corruzione. Il quadro che l’inchiesta dipinge è di una ambiente romano caratterizzato da «una forte propensione alla corruttela». È la disponibilità alla corruzione della società civile e degli apparati pubblici che consente «un progressivo e subdolo radicamento delle organizzazioni mafiose nel tessuto economico e imprenditoriale».

Dalla Relazione emerge l’immagine di una società civile per la quale il principio morale fondamentale sembra essere il motto latino “pecunia non olet”. Si tratta per esempio di «figure professionali qualificate (bancari, commercialisti, esercenti le professioni sanitarie) non reattive in termini di legalità» dinanzi alle condotte illegali del sistema mafioso di Carminati & C, al quale «di fatto forniscono un consistente appoggio, spesso traendone personali vantaggi».

È la disponibilità della gente, dei cittadini, a derogare ai principi della legalità, che apre le porte alla corruzione. È una mentalità diffusa tra politici e imprenditori, tra funzionari dello Stato e liberi professionisti, che crea il presupposto affinché si realizzi «una sistematica infiltrazione del tessuto imprenditoriale attraverso l’elargizione di favori, e delle istituzioni locali attraverso un diffuso sistema corruttivo».

Ma quali sono i percorsi di infiltrazione?

«Gli imprenditori in una prima fase si rivolgono all’associazione per chiedere aiuto o protezione». Può essere la necessità di denaro per finanziare una fase di espansione o per superare un momento di difficoltà, denaro del quale l’imprenditore non chiede la provenienza. Può essere la necessità di un recupero crediti e in questo caso l’imprenditore non sta a discutere sui metodi utilizzati per il recupero. Queste le occasioni per agganciare l’azienda, ma il vero obiettivo va ben oltre, «il vero obiettivo della strategia è entrare in affari con gli imprenditori attraverso un rapporto paritario» che porta progressivamente «gli imprenditori “avvicinati” a lavorare per l’organizzazione criminale».

A margine si può osservare che l’inefficienza del sistema del credito bancario e l’inefficienza del sistema della giustizia civile hanno un responsabilità indiretta nel fatto che alcuni cittadini si facciano sedurre dalla possibilità di imboccare scorciatoie.

Accade anche che nel momento in cui vive un periodo di difficoltà l’imprenditore sia disponibile ad accettare «l’ingresso del socio “mafioso” nell’azienda, al dichiarato scopo di portare liquidità, ma ben presto trasfuso nello spossessamento della stessa». L’obiettivo finale dell’associazione criminale è infatti il pieno e assoluto potere sull’impresa, e qualora l’imprenditore manifesti riserve e pretenda di svolgere ancora un ruolo dirigenziale si passa alla larvata allusione intimidatoria.

L’insieme dei “servizi alle imprese” offerti da Mafia capitale viene prodotto da un gruppo di collaboratori specializzati che la magistratura definisce “burocrazia illecita” guidata da Carminati e dal suo braccio destro Salvatore Buzzi.

La burocrazia illecita è un «capitale umano», a disposizione del sistema, che produce «false fatturazioni, transito e consegna di flussi finanziari illegali, predisposizione di documentazione falsa per alterare i processi economici, documentazione dell’attività illecita (scritture contabili illecite, il cosiddetto “libro nero”), custodia della documentazione, […] frodi fiscali necessarie a fare pervenire nella sua disponibilità i profitti, […] alterazione di documentazione finalizzata a interferire con i processi decisionali della Pubblica Amministrazione».

La burocrazia illecita mette a punto «protocolli operativi» che hanno l’obiettivo di massimizzare sempre di più i profitti dei reati.

L’attività imprenditoriale di Mafia capitale s’intreccia a volte direttamente con l’attività imprenditoriale delle mafie tradizionali. «La Cooperativa 29 giugno negli anni 2008/2009 aveva infatti gestito il C.A.R.A. [Centri Accoglienza Richiedenti Asilo], istituito dal Ministero dell’Interno, ubicato nel villaggio turistico “Alemia” di Cropani Marina (CZ), nato per sopperire al sovraffollamento di immigrati presso il C.P.T. Di Crotone». Da questa esperienza era nata un’alleanza criminale grazie alla quale il clan ‘ndranghetista locale otteneva «attraverso il Buzzi la possibilità di investire nella Capitale» tramite un parente che risultava essere “pulito” per la legge.

Annunci

Pubblicato il 1 gennaio 2016 su LEGALITA', POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: