LA RELAZIONE SU MAFIA CAPITALE: IL MONDO DI MEZZO E LA MAFIA SILENTE

di David Arboit

Leggere la “Relazione della Commissione d’accesso a Roma capitale” è un’esperienza assai istruttiva per tutti: cittadini, funzionari pubblici e politici. Si tratta di comprendere come un perverso intreccio di strumentalizzazioni reciproche, di utilità date e ricevute, di connivenze, diventi un sistema di potere criminale capace di inquinare la società civile e le istituzioni dello Stato.

È lo stesso Carminati che ci aiuta a capire, coniando un’espressione che sintetizza il sistema “Mafia capitale”: ci dà una definizione intelligente della collocazione nella struttura sociale della sua organizzazione definendola il “mondo di mezzo”. È un luogo «dove, per effetto della potenza e dell’autorevolezza di Mafia capitale, – troviamo scritto nella Relazione – si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il “mondo di sopra”, fatto di colletti bianchi [commercialisti, avvocati e altri professionisti], imprenditoria e istituzioni, e il “mondo di sotto”, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi».

Qual è l’origine della potenza dell’organizzazione? La forza d’intimidazione è alimentata prima di tutto mantenendo relazioni con il “mondo di sotto”, un mondo che garantisce a chi lo frequenta la possibilità di agitare all’occorrenza un “bastone” capace di colpire assai duramente, secondariamente dal carisma del capo Carminati il quale esibisce una storia politica e giudiziaria (esce indenne da processi con imputazione molto gravi, sembra intoccabile) che lo fa apparire dotato di speciale immunità, forse “protetto” anche da apparati dello Stato.

Qual è l’origine dell’autorevolezza dell’organizzazione? Le relazioni stabili con il “mondo di sopra”: politici, funzionari dello Stato e imprenditori, garantiscono autorevolezza al sistema di Carminati & C. Se obiettivo dell’organizzazione è «l’infiltrazione del tessuto economico, politico e istituzionale per l’ottenimento illecito della assegnazione dei lavori pubblici», allora occorre coltivare relazioni con il mondo di sopra garantendo servizi, fornendo utilità. La funzione di mediatore del mondo di mezzo nasce e prospera perché, come dice Carminati «anche la persona che sta nel sovramondo – si legge in un’intercettazione del ROS – ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia cose che non le può fare nessun altro».

Per gli uomini del “mondo di mezzo”, quindi, l’esercizio del potere è assai poco (il minimo indispensabile) attuato con il «ricorso alla violenza e ai reati tipici delle organizzazioni mafiose tradizionali», mentre si realizza piuttosto tramite una rete di relazioni occulte che rendono questa mafia più simile alla famigerata Loggia massonica P2 di Licio Gelli che alla ‘ndrangheta.

È un paradigma mafioso di tipo nuovo, nel quale l’esibizione pubblica della forza è, per quanto possibile, accuratamente evitata, un paradigma la cui utilità comincia probabilmente a essere compresa anche dalle mafie tradizionali. Per essere trait d’union tra mondi in teoria inconciliabili (il mondo delle imprese e dell’alta finanza con i loro rispettabili professionisti e la politica locale e nazionale, il mondo delle organizzazioni criminali) è forse necessario dare nell’occhio il meno possibile, al limite essere invisibili.

Questa invisibilità è diventata anche oggetto di dibattito per la giurisprudenza. Per fare fronte a questa trasformazione del fenomeno criminale mafioso la giurisprudenza sta elaborando il concetto di “mafia silente” per indicare fenomeni di penetrazione nella società «senza manifestazioni esteriori di intimidazione» e poco appariscenti.

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Pubblicato il 30 dicembre 2015 su LEGALITA', POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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