LA RELAZIONE SU MAFIA CAPITALE: IL METODO MAFIOSO

di David Arboit

Dopo la scoperta dell’organizzazione criminale romana guidata da Massimo Carminati (novembre 2014), stampa e opinione pubblica si sono chiesti se l’espressione “mafia capitale” con cui è stata battezzata sui giornali l’inchiesta, e il fenomeno che descrive, fossero adeguati. In particolare c’è chi ha sostenuto che il temine “mafia” era stato usato in questo caso impropriamente se non a sproposito. La “Relazione della Commissione d’accesso a Roma capitale”, recentemente desecretata, chiarisce in modo esauriente la questione (http://www.huffingtonpost.it/2015/11/05/mafia-capitale-relazione_n_8481836.html).

In sintesi la Relazione arriva alla conclusione che il concetto e la fettispecie giuridica di “metodo mafioso” descritto dall’articolo 416 bis del Codice penale non deve essere applicata solo a organizzazione che storicamente vengono definite come mafiose, ma può essere applicata in generale e a tutte le organizzazioni criminali che si comportano secondo le caratteristiche del “metodo mafioso”.

La Relazione ricorda che il terzo comma del 416 bis descrive gli elementi tipici del “metodo mafioso”. Gli “indici di mafiosità” di un’organizzazione criminale sono i seguenti:

1) la forza di intimidazione che deriva dal vicolo associativo;

2) la condizione di assoggettamento prodotta dall’intimidazione;

3) la condizione di omertà prodotta dall’intimidazione.

Il metodo mafioso viene applicato per conseguire vari vantaggi: «acquisire in modo diretto o indiretto , – continua la Relazione – la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, o di realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, o impedire o ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali».

Quindi il metodo mafioso definito dal 416 bis deve essere necessariamente svincolato dalle «matrici sociologiche» che sono state all’origine della sua definizione, e può essere applicato «a forme criminali a struttura organizzativa non classica», prodotte a volte da gruppi etnici, anche stranieri, diversi da quelle tradizionali.

La norma che descrive le caratteristiche del “metodo mafioso” non comprende nemmeno il controllo del territorio. La legge, quindi, non prevede che per essere definita mafiosa un’organizzazione criminale debba necessariamente svolgere azioni di controllo del territorio come antistato, cioè intervenire «nella regolazione dei conflitti e nell’allocazione delle risorse».

È un filone interpretativo che trova riscontro in numerose recenti sentenze della Corte di Cassazione.

Nel caso di Mafia capitale qual è l’origine della «forza di intimidazione che deriva dal vicolo associativo»? È la storia di Massimo Carminati e delle sue relazioni: il collegamento con l’eversione nera e con la banda della Magliana, e le relazioni che Carminati e questi due ambienti romani, come è noto, intrattenevano con «esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario, con appartenenti alle Forze dell’ordine e ai servizi segreti».

Rafforzano il potere d’intimidazione anche i mass media, quando magnificano la potenza di Carminati & C. Esemplare a questo proposito il caso dell’articolo intitolato “I quattro re di Roma” pubblicato dall’espresso nel dicembre del 2012. Paradossalmente, l’effetto mediatico dell’articolo è funzionale al consolidamento della forza d’intimidazione del sistema Carminati.

Visto quanto precede, non è chiara la ragione per cui c’è stato perfino chi ha rifiutato la definizione di “mafioso” attribuita dalla magistratura al metodo applicato dall’organizzazione romana di Carminati & C, quando la possibilità di applicazione della fattispecie giuridica appare evidente.

Il 416 bis del Codice penale, quindi, non deve essere applicato solo alle storiche e antiche organizzazioni della criminalità organizzata, ma può essere applicato a chiunque applichi il metodo mafioso secondo le caratteristiche definite dalla legge, e cioè a qualunque organizzazione criminale che generi assoggettamento e omertà contando sulla forza d’intimidazione prodotta dal vincolo associativo.

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Pubblicato il 29 dicembre 2015 su LEGALITA', POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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