STORIA E FUTURO. IL PD ALLA PROVA DEL CAMBIAMENTO

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Enrico Farinone

[ di Enrico Farinone ] tratto dal suo sito – cliccare QUI

E’ mia precisa convinzione che la nascita del Pd non sia stata preceduta da una adeguata analisi dei problemi, identitari e non solo, che essa avrebbe comportato. Questa superficialità determinò da subito (“l’amalgama non riuscito” di D’Alema è solo di un anno dopo la fondazione) diversi problemi: alcune questioni di fondo non erano state affrontate, sbagliando. La discussione, successiva alla costituzione del Pd, che produsse il Manifesto dei Valori pagò quella indeterminatezza lungo tutto il dibattito nel gruppo di lavoro, e alla fine produsse un onesto compromesso che però – e fu inevitabile – non venne considerato da nessuno. Il documento venne pubblicato, e subito dimenticato.

In questa indeterminatezza ci furono però due punti fermi con i quali ogni aderente al Pd dovette fare i conti: le “primarie” per la scelta del segretario e la “vocazione maggioritaria”, espressione veltroniana ostica per i non addetti ai lavori ma chiara nel suo contenuto politico. Ebbene, anni dopo e in un contesto radicalmente mutato sono ancora questi due i veri caratteri fondativi e identitari del Pd. Che Renzi ha colto e interpretato perfettamente, mentre invece essi non sono stati metabolizzati dai suoi oppositori della sinistra interna.

Le Primarie sono state il dato costitutivo del Pd, assai più di ogni altro riferimento passato attraverso il frullatore mediatico ma poi scomparso senza lasciare traccia o quasi, dal “pantheon” dei progenitori alle “culture politiche” fondative. Il primo segretario venne eletto così. Con Primarie aperte a tutti i cittadini. Il punto che voglio segnalare è esattamente questo. La posizione apicale per eccellenza di un partito, il segretario nazionale, per la prima volta veniva eletto non dagli iscritti bensì da quei cittadini-elettori che desideravano esprimere il proprio consenso a un candidato alla guida del partito senza con questo essere obbligatoriamente costretti a tesserarsi, cioè a esprimere un grado di appartenenza maggiore.

Non entro nel merito delle Primarie per come si sono svolte. Dal sostegno diffuso a Veltroni ma non sincero, come dopo si vide; al decisivo supporto della CGIL e del vecchio richiamo comunista a supporto di un candidato che prometteva il ritorno alla “ditta” e al tradizionale partito solido. Il punto decisivo è la scelta di quello strumento. Così, quando esponenti della attuale minoranza del partito parlano di Renzi quasi fosse un usurpatore che ha conquistato il partito mediante una sorta di scalata dall’esterno ammettono senza rendersene conto che è esattamente quello il fatto nuovo: Renzi ha preso il possesso del partito in virtù di un voto, molto largo fra l’altro, arrivatogli non tanto dai tesserati quanto piuttosto dai cittadini non tesserati.

Il Pd dunque individua nella comunità degli elettori la fonte legittimatrice della sua dirigenza, così come avviene per le cariche istituzionali. Quindi il riferimento prioritario del partito diviene la società nel suo insieme, non più (non solo) la piccola (sempre più piccola) comunità dei soci, degli iscritti. Si orienta così il partito a porre al centro della sua attenzione, suo primo obiettivo, il perseguimento del consenso degli italiani nel più ampio numero possibile; non più nella fidelizzazione di un ristretto numero di “appartenenti” legati al partito da motivazioni ideologiche o comunque valoriali. Questo spazio non scompare, è anzi quello nel quale continuano a formarsi, prevalentemente, i dirigenti locali del partito ma non è più, decisamente, lo spazio privilegiato.

Quando Renzi, pur col suo modo un po’ spiccio e quindi per molti irritante, sostiene di preferire un modello di partito nel quale contino di più i voti delle tessere non fa altro che tradurre in chiaro quello che implicitamente il sistema delle Primarie comporta. Chi non condivideva questa idea non doveva consentire che si concretizzasse. Un altro dei temi di fondo che non furono adeguatamente studiati nella fretta della costituzione del partito. Dopo aver vissuto, per di più, dieci anni di Ulivo che ben avrebbero potuto essere utilizzati anche per discutere del futuro Pd, delle sue tavole fondative, ideali e organizzative. Chi non apprezzava questa idea adesso è inutile che se la prenda con Renzi. Lui ha compreso meglio di tutti quello che agli inizi forse solo Veltroni aveva chiaro in testa, e che poi non seppe (e non potè) realizzare. Renzi ha, conseguentemente, dapprima conquistato consenso nell’opinione pubblica e dopo ha puntato alla vittoria nel partito. Non per caso le sue Primarie contro Bersani erano per la premiership, non per la segreteria. Cui è arrivato solo in seguito al disastro del 2013 (elezioni non vinte, vergogna dei 101, governo con Forza Italia) sostenuto dal 50% e poco più degli iscritti, ma trionfalmente da centinaia e centinaia di migliaia di italiani elettori del Pd ma non tesserati del Pd. E che, come si è visto, non hanno alcuna intenzione di tesserarsi al partito.

Che dalle Primarie derivi naturaliter il concetto di “vocazione maggioritaria” a questo punto appare già chiaro. Se il focus per la elezione del vertice del partito è il consenso popolare, l’obiettivo di quel vertice diviene l’acquisizione del massimo consenso popolare possibile. Che è qualcosa di più, si badi, della semplice ambizione di vittoria elettorale. E’ il tentativo di allargare quanto più possibile, senza stravolgere le coordinate di riferimento essenziale del partito, il perimetro di interesse elettorale del partito.

Un partito nuovo, non semplice sommatoria delle culture politiche originarie. Un passo oltre l’Ulivo. Un partito inclusivo, per una società inclusiva. Un partito riformatore, non “progressista”. Un partito non “socialista”. Non semplice prosecutore della pur importante storia della Sinistra. Un partito rispettoso e garante della libertà religiosa e del ruolo attivo esercitato dalla Chiesa Cattolica in Italia. Ma non di appartenenza culturale all’area cattolica. Un partito del nuovo secolo che supera lo scontro berlusconiani-antiberlusconiani per affrontare invece lo scontro vero, che è quello conservatori contro riformatori, portando da questa seconda parte quanti più moderati possibile. Per vincere.

Sfidare la Destra sul fronte decisivo per l’Italia in crisi di oggi, quello dell’innovazione. Non su contrapposizioni paraideologiche, come quelle sulla giustizia, bensì sulla capacità di interpretare le assolute novità esplose con la globalizzazione (dei mercati, della comunicazione, delle informazioni, dell’economia…) e di intervenirvi per controllarla senza subirla, non per eluderla come pretende di fare la nuova Destra.

Per farlo occorreva, occorre, lavorare per convincere quante più persone possibile che senza un processo riformatore, anche radicale, guidato da riformatori il Paese è destinato a implodere, a perdere pace sociale, ad essere sconfitto dalla nuova condizione, dalla nuova era mondiale. Allargare il campo del consenso per centrare questo obiettivo storico, decisivo. Questa è la vocazione maggioritaria. E non è forse ciò che sta facendo Renzi?

Ma l’obiettivo di Renzi sembra ancor più ampio, più ambizioso. Il “Partito della Nazione”. Sarebbe meglio, peraltro, trovare una denominazione diversa, forse “Partito del Paese” è già meglio. Ma il nome migliore rimane Partito democratico, su questo per me non c’è dubbio. Ad ogni modo per il momento chiamiamolo pure PdN. Il Partito della Nazione è un passo oltre la vocazione maggioritaria. Il PdN è un partito che una volta si sarebbe definito “interclassista”, come lo era la DC In esso, cioè, si rispecchiano le varie categorie, i diversi interessi, le differenziate articolazioni della società in misura tale da poter, potenzialmente, puntare al conseguimento della maggioranza assoluta dei voti. (Alla sua maniera, era quello cui puntava Berlusconi con la Forza Italia delle origini: il Presidente operaio, quello ferroviere, quello…ricordate? Tutte figure volte a significare esattamente questa idea di una rappresentanza vasta del popolo, illustrato nelle sue varie modalità). Vi sono almeno tre differenze, però, con la DC, oltre naturalmente al radicale mutamento dello scenario complessivo.

Anche se nella Democrazia Cristiana c’era di tutto, il riferimento valoriale, inscritto fin nel nome, la vincolava (ma per i più era una scelta precisa e voluta) ai dettami morali della Chiesa Cattolica, fra l’altro ai tempi molto impegnata a far sentire la sua voce nella politica italiana. Oggi non è più così. E questo consente al Pd, anche a quello del cattolico Renzi, di parlare a quella parte del mondo fortemente impegnato sul fronte dei diritti civili che una volta aveva poca udienza dalle parti democristiane). L’interclassismo democristiano si traduceva in una sostanziale forza rappresentativa all’interno del partito: correnti organizzate e filiazioni dirette dei “corpi intermedi”, il cui ruolo era effettivamente rilevantissimo, nella società e nel rapporto con la politica. Oggi viceversa questo ruolo è messo in discussione da Renzi. Che punta a un dialogo diretto con le basi di ogni associazione, oltrepassandone il filtro organizzativo. In modo ostentato. Questo è un punto da indagare bene. Perché se è vero che le tradizionali sigle associative non vivono la loro stagione migliore (e questo in relazione ai nuovi strumenti tecnologici che tendono a far superare ogni forma di rappresentanza) è pur anche vero che in un qualche modo esse non sono ancora del tutto non rappresentative. La CGIL lo ha dimostrato pochi giorni fa.

Il PdN per il momento è solo un’idea che sta sullo sfondo. Più concreto, invece è quello che Ilvo Diamanti ha definito il PdR. Il partito di Renzi. Questo è un punto delicato, naturalmente. Il “partito del leader” (chiamiamolo così invece che PdR) è evidentemente qualcosa che va ben oltre l’idea di partito popolare. Che va oltre alla riconosciuta necessità, peraltro sempre esistita ma oggi necessaria più che mai, di avere un punto di riferimento valido per tutti ben spendibile all’esterno e soprattutto in tv. Il partito del leader deriva la sua forza attuale anche dal discredito nel quale è precipitato il tradizionale sistema dei partiti. Una continua inesorabile caduta avviatasi oltre 20 anni fa con Tangentopoli e proseguita a fasi alterne ma continuativamente.

Renzi sul principio di “rottamazione” della casta, le stesse persone sempre lì da almeno due decenni o anche più, ha costruito la propria irrefrenabile ascesa. In anni di antipolitica egli è riuscito a cavalcare parte dell’onda (l’altra parte l’ha cavalcata Grillo) e a incanalarla – questo è stato il suo capolavoro – nonostante tutto in un partito che durante la gestione Bersani aveva azzerato le istanze più innovative della narrazione veltroniana per rifare, addirittura, la “ditta”. C’è un’espressione nella giovanilistica ed efficacissima lingua renziana, che rivela forse più di ogni altra la sostanza etica che sta dietro alla leaderizzazione del partito-ex partito-degli-iscritti: “ci metto la faccia”.

E’ l’assunzione individuale di una responsabilità che spesso sfuggiva nella dimensione collettivistica di un partito. E’ se vogliamo la traduzione in politica del principio di “accountability”, cardine del pensiero manageriale anglosassone. Io sono il capo, io mi rivolgo direttamente ai cittadini senza troppe intermediazioni, io detto la linea, io produco il successo della nostra comunità-partito, io mi assumo la responsabilità degli eventuali insuccessi. Io “ci metto la faccia”.

Renzi, dicevamo, ha impostato il suo successo sul principio di “rottamazione”. Dapprima della vecchia classe dirigente del suo partito. In un secondo tempo, giunto al governo, delle consolidate e pure esse vecchie consuetudini del potere. Esprimendo sempre queste sue scelte con un linguaggio franco e a volte anche sgradevole ma sempre chiaro e trasparente. Giovanile. Paradigmatica è stata la sua polemica con il classico convegno di Cernobbio, l’appuntamento settembrino del bel mondo dell’economia cui non si può mancare. Lui non solo non ci è andato. Preferendo l’inaugurazione di una fabbrica. Ma ha pure sparato alzo zero contro i “professionisti delle tartine”. Marcare la sua lontananza, di nuovo, dalla casta, non solo quella dei politici. Vicino agli industriali, venendo loro incontro come sta facendo con la legge di stabilità, ma solo se e quando fanno il loro mestiere, creare lavoro e ricchezza. Lui è e vuole apparire estraneo a quel mondo paludato nel quale si muovevano a loro agio i suoi predecessori a Palazzo Chigi. Lui è diverso e vuole apparire diverso da chi l’ha preceduto. Lui sta col popolo. Dove per popolo si intendono tutte le professioni, tutti i mestieri, tutti gli interessi ma non organizzati, non mediati da un sindacato, un’associazione o quant’altro. Ci parla direttamente lui. Proprio perché non è come quelli che c’erano prima di lui. Le associazioni professionistiche dei convegni e dei “tavoli” sono lontane dalla vita quotidiana dei cittadini. Lui marca questa distanza, la enfatizza per evidenziare la sua differenza. Contro l’establishment. La sfida, quasi personale, è contro i conformismi consolidati, contro i conservatorismi. Specie quelli della sua parte, il centrosinistra. Una sfida che fa più rumore per questo, evidentemente. Addirittura è la CGIL, il sindacato di riferimento della sinistra, l’emblema dell’antico modo di rappresentanza degli interessi. E questa battaglia contro la conservazione Renzi la fa con la classica categoria amico/nemico declinata però nella forma nuovo/vecchio. Nuova non è solo la classe dirigente che lui ha in larga misura premiato al governo e nel Pd. Nuove sono le politiche, che vogliono superare le incrostazioni accumulatesi negli anni.

Portabandiera del Nuovo. Del Cambiamento. Delle Riforme, come scrive, ancora, Ilvo Diamanti. La cifra che più d’ogni altra contraddistingue Renzi è dunque la modernità. Quando irride gli avversari collocandoli in un’epoca tecnologica irrimediabilmente superata egli rafforza la sua narrazione di fondo e giustifica la necessità del cambiamento generazionale, perseguita sempre e comunque tranne eccezioni dettate da condizioni oggettive insuperabili.

Renzi ha colto per tempo, anni fa, la richiesta (ai tempi non ancora puntualmente espressa ma già presente nell’humus dell’opinione pubblica) di rinnovamento radicale della classe politica nazionale e ha conseguentemente messo in campo un’offerta politica esattamente mirata a rispondere a quella domanda latente. Per attrezzarsi meglio alla bisogna Renzi ha costruito la Leopolda, il luogo nel quale, specie i primi anni, quelli della rincorsa al potere, individuare capacità individuali, elaborare idee di fondo innovative, cominciare a tessere la rete di rapporti sociali ma soprattutto con alcuni campioni dell’imprenditoria non irrimediabilmente riconducibili al solito giro confindustriale e dei vecchi salotti buoni.

Non sono mai stato alla Leopolda, i primi anni perché non potevo causa vari impegni e questi ultimi due per non essere associato ai tanti che vanno a farsi vedere dal potente di turno per accreditarsi, in genere dopo averlo ignorato o osteggiato quando costui era solo un incursore ritenuto un ragazzo presuntuoso e non molto di più. Ho però seguito nel corso del tempo quanto da lì emergeva, almeno a livello di messaggio forte. E se nel 2010 il tema era il ricambio generazionale (e infatti c’era anche Pippo Civati) già nel 2011 si toccava il punto che ha incendiato le ultime settimane, ovvero la valutazione negativa di un sindacato fattosi esso pure casta non più difensore del lavoro di tutti, a cominciare da quello di chi non ce l’ha, quanto di quello dei soli lavoratori iscritti, spesso addirittura già pensionati. E nel 2012 si poneva l’accento sull’assenza in Italia delle riforme di sistema ormai indispensabili causa l’incapacità delle forze politiche di governo (di centrodestra e di centrosinistra), guidate – ovvio – da politici ormai superati, da rottamare. Appunto. E nel 2013, senza timore di apparire in sintonia con Berlusconi e contro un Pd e un suo gruppo parlamentare – ne sono buon testimone – da anni ispirato da un giustizialismo esagerato, l’attacco a una Magistratura che troppo spesso si erge a forza morale invece che, più semplicemente, fare il suo mestiere, ovvero difendere e affermare la legalità. E’ da questi messaggi dirompenti rispetto alla politica e all’organizzazione del Pd bersaniano che Renzi muove alla conquista del Pd come tappa obbligata per conquistare Palazzo Chigi. Non è pertanto un caso se il Pd di Renzi individua nemici e avversari non convenzionali da sconfiggere, se gli “annunci” riformatori e poi i relativi disegni di legge si pongono l’obiettivo di superare vecchie sedimentazioni e di tracciare i primi schizzi di un disegno di cambiamento orientato al futuro. E si chiede e chiede retoricamente ai suoi oppositori interni se essere di sinistra vuol dire “provare a cambiare il futuro” oppure “restare aggrappati alla nostalgia”. Ma l’obiettivo è chiaro: intercettare piccoli e medi imprenditori, professionisti lavoratori autonomi, ceto medio. Moderati tradizionalmente ostili alla sinistra. E lo fa, questo il paradosso, definendosi di sinistra lui che certo non viene da quella storia e osando quello che neppure Bersani aveva osato: entrare nel Partito Socialista Europeo senza tante discussioni.

E allora, in questo partito a conduzione leaderistica e a vocazione ultramaggioritaria, tanto che vorrebbe una legge elettorale con premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, quale è il modello organizzativo, la diffusione territoriale, la tipologia politica che meglio si adatta al suo sviluppo? In un partito decisamente orientato agli elettori, non solo quelli fidelizzati ma ancor più quelli d’opinione, di tendenza, volatili per definizione quale è il ruolo degli iscritti? Di più, hanno un ruolo gli iscritti? I circoli territoriali che attività politica producono? Ma, in verità, hanno oggi uno spazio effettivo di agibilità politica, anche nei confronti semplicemente degli amministratori locali espressi dal partito?

Lo scetticismo – se non la feroce critica – che oggi si riversa sulla vecchia idea di partito popolare presente capillarmente in ogni singolo paese e in ogni città attraverso l’azione di militanti tesserati è alimentato oggettivamente dalla loro riduzione progressiva intervenuta negli anni. Perché – ci si chiede – un cittadino italiano dovrebbe oggi iscriversi a un partito, considerando il discredito che anni di antipolitica hanno gettato sui partiti? Perché impegnarsi in un partito se il ruolo dei militanti è quasi irrilevante? Qualche riunione, nemmeno quasi più l’impegno per organizzare iniziative, potere decisionale praticamente nullo. Perché iscriversi – sostengono i critici del Pd – se con la tessera non si ha il potere nemmeno di scegliere il segretario del partito?

Del resto, questa non è una “colpa” di Renzi. E’ lo Statuto che recita: “Il Pd è un partito federale costituito da elettori ed iscritti”. Nemmeno “da iscritti ed elettori”, no, proprio da “elettori ed iscritti”. Quindi non solo da fedeli – come lo erano in passato gli iscritti, quasi una sorta di devoti a una religione laica, la Politica, e a una sua Chiesa, il Partito – bensì cittadini non impegnati continuativamente su una base ideale; e non alcuni specifici cittadini, bensì potenzialmente tutti gli italiani. E allora quando Renzi dice “meglio un voto in più che una tessera in più” non fa che estremizzare – come si usa quando si vuol rendere chiaro un concetto – questa idea di partito che venne formulata, peraltro solo nelle sue basi teoriche, sin dagli inizi della vita del Pd. Un partito che punta ai voti, più che agli iscritti. E per ottenere i primi occorre avere introiettata la vocazione maggioritaria e avere un leader in grado di attrarli col proprio carisma mediatico. Tutto si tiene. Con Bersani non c’era né la prima né il secondo. Con Renzi ci sono entrambi.

Certo, un partito nel quale gli iscritti sono pochi e contano poco diviene sostanzialmente un partito del leader pro-tempore. Un partito solo elettorale. Nel quale in luogo della discussione interna al massimo si registra lo scontro personale fra aspiranti leader. Diminuisce il grado di approfondimento delle questioni e di elaborazione politica e aumenta la propensione all’utilizzo di slogan e tweet nonché alla ricerca della migliore immagine. Da offrire ai teleutenti-possibili-elettori. Non certo ad uno sparuto e residuale gruppo di iscritti.

Eppure uno spazio per una partecipazione più attiva esiste. Ed è intorno a quello che bisognerà lavorare. Individuare una serie di “gratificazioni” che rendano interessante la decisione di iscriversi al partito. Interessante significa sentirsi parte attiva di una comunità, come accadeva (parzialmente, in verità) nei vecchi partiti popolari, ma in forme nuove. Si potranno utilizzare i social network, ad esempio, per una interazione frequente fra dirigenti, parlamentari e operatori locali del partito. Così da ottenere il massimo di condivisione delle decisioni. L’organizzazione delle Primarie, dalla selezione dei candidati alla scelta dei vertici di partito, potrebbe venire strutturata in modo da rendere essenziale e decisivo l’operato del volontariato territoriale. Si può ragionare sull’esperienza dei Community Organizing, ovvero organizzazioni locali che affiancano il partito nella interazione la più profonda possibile con le comunità locali sulle questioni che interessano loro per poi aiutarle nell’organizzazione di battaglie su singole issues di grande impatto locale (ovviamente se compatibili con le idee e le proposte del partito). Si dovrà inventare qualcosa di specifico dedicato agli elettori delle Primarie, coinvolgendoli con maggior continuità pur se non ossessivamente (chè sarebbe controproducente, trattandosi di persone disponibili a impegnarsi ma solo in determinate circostanze o per determinati obiettivi). Questo insieme di iniziative, e altre ancora, potrebbero avere anche degli interessanti risvolti sul fronte dell’autofinanziamento, tema cruciale posto che soldi dallo Stato ne arriveranno sempre meno. E posto che le cene a mille euro riservate a facoltosi imprenditori non potranno costituire la fonte primaria del finanziamento di un partito come il Pd. Anche se non sono da scartare a priori, naturalmente. Certo, le fa Berlusconi. Ma da sempre le fanno anche i Democratici americani, e non solo loro.

Ora, però, questo partito deve risolvere alcuni suoi problemi politici, anche identitari. Oppure li deve posticipare nel tempo, andando però in questo caso immediatamente ad elezioni politiche anticipate. Perché l’effetto T.I.N.A. (There Is No Alternative – non c’è alternativa) non durerà per sempre. Bisogna avere un grande rispetto per il travaglio di una Sinistra storica che fatica a vedere o ad accettare i tempi nuovi, ammettendo che – purtroppo – sono peggiori di quelli che stiamo abbandonando e comporteranno per le persone, per i lavoratori problemi che si pensava fossero stati superati per sempre dopo il forte ciclo di lotte sindacali svoltesi a cavallo degli anni Sessanta e Settanta.

Quella Sinistra sindacale che scende in piazza, quella Sinistra politica che vive l’angoscia dei tempi meritano rispetto. Non è che sono ferme al Commodore 64. E’ che non sono riuscite ancora a modulare una nuova modalità della loro missione storica nel tempo odierno, che è quello del digitale. Fuor di metafora, nel tempo della globalizzazione. Questa parte del Pd, rilevante e importante, deve decidere che fare, che poi è un classico, un evergreen della Sinistra. Con questa parte bisognerà cercare il dialogo, un accordo, fino all’ultimo. Il nuovo Pd è orientato all’innovazione. Giusto. Lo si è detto. Ma non va bene dimenticare, accantonare completamente i tratti basilari del suo DNA costitutivo. Il futuro si costruisce anche sulla base degli insegnamenti del passato. Abbandonare completamente il sindacato a sé stesso, considerarlo un corpo intermedio inutile e superato, immaginare un rapporto diretto con operai e giovani disoccupati è una sfida eccessiva, anche per il nuovo Pd. Soprattutto nella logica inclusiva della vocazione maggioritaria.

Diverso è il discorso per le altre due Sinistre che albergano nel Pd. Quella un po’ piaciona, light, ad uso dei media, quella che ogni giorno ci dice che se Renzi non cambia abbandonerà il Pd. Quella che è tentata dal fare un nuovo partito con i resti di SEL. Beh, è ora che si decida. Dalle cose dette sin qui parrebbe più coerente, effettivamente, una sua dipartita. Vedremo che farà. Purchè lo decida presto.

E poi c’è l’altra parte della Sinistra storica, quella che ha il volto sofferente di Bersani e quello più furbino dei giovani. Mentre il primo coi suoi coetanei non è ancora riuscito a rielaborare il lutto e non riesce più nemmeno a inventarsi nuove fantasiose e per lo più incomprensibili metafore, i secondi puntano ad ottenere l’intera posta: mantenere una integrità di sinistra e al tempo stesso sfruttare il successo di Renzi sulla base del mero dato generazionale. Stanno dentro tenendosi il troppo spazio che hanno ottenuto alle politiche 2013 grazie alle liste fatte da Bersani e Migliavacca (chi si ricorda di costui?) pronti però a scalzare Renzi non appena questi dovesse sbagliare qualcosa o perdere il “tocco magico” ma nel frattempo trattando con lui per garantirsi riservati posti di potere. Questi sono i più infìdi avversari-alleati di Renzi. Forse lui lo sa. Forse bisognerebbe dirglielo. Questa tipologia è presente, numerosa, anche nei territori, e anzi spesso governano il partito nei territori.

Ma quelli che hanno potenziale forza elettorale sono i primi, non questi ultimi.

Siamo giunti ad un momento decisivo della ancor breve ma già così intensa storia della vita del Partito democratico. Non so dire se vi sarà a breve un big bang e se il detonatore sarà il voto parlamentare sul jobs act. Probabilmente no, ma non è detto. Certo è che la velocità imposta agli eventi da Matteo Renzi produrrà inevitabilmente esiti rilevanti per il futuro del partito. Sono venute a maturazione in un brevissimo arco di tempo tutte le principali questioni aperte sin dalla costituzione del partito e mai risolte, sostanzialmente mai affrontate.

C’era una divisione “costitutiva” fra laici e cattolici o per meglio dire fra eredi della tradizione della Sinistra comunista e del cattolicesimo democratico.

Anche in virtù del trascorrere del tempo e soprattutto per il ritrarsi dei secondi (tema che merita una trattazione a parte) il punto può dirsi superato. Il paradosso è che a determinare questo risultato sia stato un giovane proveniente dal cattolicesimo democratico che ha condotto il Pd nel socialismo europeo avendo contro proprio la più parte degli eredi della Sinistra, comunista peraltro, più che socialista.

C’era, c’è tuttora ed è il problema al momento potenzialmente devastante aperto nel partito (ma che Renzi è ben determinato a far esplodere e a risolvere) il confronto fra le tradizionali “due anime” della Sinistra. Non tanto però quello “classico” fra una Sinistra di impostazione socialdemocratica che aspira a governare – largamente prevalente in Europa – e una Sinistra radicale il cui imprinting è la necessità vitale di contestare e contrastare l’esistente nel nome di una palingenesi futura tanto idealizzata quanto concretamente irrealizzabile. Il confronto oggi è piuttosto fra una Sinistra socialdemocratica in senso tradizionale, politicamente ancorata alle politiche di welfare dello scorso secolo e una Sinistra moderata più orientata verso politiche liberaldemocratiche meno legate all’intervento dello Stato e più ancorata a una visione nella quale è la persona il motore dello sviluppo. L’accento è posto sull’eguaglianza delle opportunità più che sull’egualitarismo. “Il merito è di sinistra, la qualità è di sinistra, il talento è di sinistra”, dice Renzi. “Concetti che mi fanno cadere le braccia”, controbatte il grande vecchio ex comunista Alfredo Reichlin, uno dei due estensori del dimenticato Manifesto dei Valori del Pd.

C’era la questione della “guerra dei vent’anni”: antiberlusconiani viscerali, giustizialisti trainati dall’ala più dura della Magistratura, influenzati da popolani privi di cultura alla Di Pietro e antiberlusconiani moderati, consapevoli sia della rappresentatività di Berlusconi (un terzo degli italiani, e più, è stato con lui) sia della carente condizione del settore Giustizia in Italia, della quale la Magistratura (“casta” con non pochi privilegi) ha molte responsabilità. La sterzata di Renzi sul punto è stata notevole. Ma ha trovato consensi perché posizioni critiche ma silenti o silenziate rispetto alla politica succube al giustizialismo condotta dal Pd fino ad un anno fa erano da tempo presenti nel partito e diffuse.

C’era poi la questione generazionale. Affrontata e risolta mediante la cruda “rottamazione” dei non ancora anziani leader degli ultimi vent’anni e l’imposizione di una nuova generazione al comando. Un classico, se vogliamo. Il problema ora, però, è non accantonare tutti quelli che hanno più di una certa età solo per questo loro dato anagrafico. Posto che il ricambio generazionale c’è stato si tratta adesso, alla prova del governo del Paese e della guida del partito, di utilizzare tutte le competenze e le esperienze utili alla causa. Su questo punto Renzi deve ancora dimostrare qualità. La tendenza a decidere tutto da solo, e ad escludere quelli più anziani di lui se non costretto da qualche fattore esterno momentaneamente non superabile offre un’idea di insicurezza, come se temesse l’emersione di personalità in grado di fargli ombra, che non fa onore alle sue effettive doti e capacità, alla sua reale forza.

C’era infine un tema mai emerso. Ma esistente. Chi riteneva intoccabile la nostra Costituzione (parte seconda) e chi riteneva al contrario dovesse venire modificata pesantemente perché invecchiata, espressione di una “democrazia dei partiti” non più esistente nei fatti.

La riforma istituzionale non per caso è stata ed è il principale impegno riformatore di Renzi, perché per cambiare lo Stato italiano con tutte le sue inefficienze che ne soffocano ogni possibilità di sviluppo occorre iniziare proprio da lì.

Renzi in pochi mesi è entrato in pieno su queste questioni, ecco perché è molto gradito da larga parte dell’opinione pubblica e molto contestato da larga parte della ex maggioranza del Pd. E inoltre ha affrontato di petto il tema della eterodirezione del partito: dal sindacato CGIL, dalla corrente di Magistratura Democratica, dai giornali d’area… e contestando a viso aperto l’idiosincrasia del vecchio gruppo dirigente verso le leadership individuali ha condotto il Pd sulla strada tracciata dai Democratici USA e seguita da molti partiti di impostazione laburista o anche socialdemocratica. Quella che vede partiti leggeri nelle strutture interne e più orientati a ricercare il consenso sociale, organizzati a supporto di un leader. Perché l’attuale modalità di competizione politica nelle moderne democrazie massmediali è questa, incentrata su figure forti e carismatiche, non più su organizzazioni orizzontali e plurali. Conciliare questa idea con il permanente fascino del “partito-comunità” è tutt’altro che facile. Non so se a Renzi interessa. So che i suoi oppositori ne fanno un punto dirimente. Occorre però riconoscere che per come sono messe oggi le cose un partito non può che essere, di fatto, la struttura di supporto di un leader. Paradigmatica è la campagna elettorale 2013 della CDU-CSU tedesca: tutta incentrata su Frau Merkel, unicamente sui risultati conseguiti dai governi guidati dalla Cancelliera. E’ un po’ ovunque così, anche dove il sistema istituzionale non è di tipo presidenziale. Anzi, in questi ultimi casi l’impossibilità del Presidente di ricandidarsi ne indebolisce la presa sul partito negli ultimi 12/24 mesi di mandato, come ben si vede negli Stati Uniti. Cosa che non accade laddove il leader può decidere autonomamente, e non per vincolo istituzionale, quando ritirarsi.

Naturalmente, come in tutte le cose della vita, esiste un rovescio della medaglia: un eccesso di consenso nasconde facilmente al leader (che per definizione è persona con altissima autostima) la percezione delle insidie che prima o poi si paleseranno. La prima delle quali, naturalmente, è la scomparsa del “momento magico” nel quale l’empatia con l’opinione pubblica è massima, garantita. Citare in questi giorni il caso Obama, dopo la disfatta dei Democratici alle elezioni di medio termine, è sin troppo facile. Ma proprio la parabola del primo Presidente di colore degli Stati Uniti deve fungere da monito a Matteo Renzi: le difficoltà incontrate, soprattutto negli ultimi due anni dopo una rielezione celebrata col famoso quanto sfortunato “the best has yet to come”, la sostanziale impossibilità di soddisfare le aspettative di mutamento che il suo “change” aveva generato mostrano plasticamente l’altra faccia del successo eccessivo: troppe aspettative all’inizio, troppa delusione alla fine.

Da questo punto di vista, poichè di “uomini della Provvidenza” è meglio non avere bisogno, e nonostante la stringente e contraddittoria necessità di avere un leader forte e carismatico, la persistenza di un partito-comunità è utile, indispensabile. Un’ancora a disposizione di tutti i suoi sostenitori, legati da un sentimento comune seppur differenziato, da una visione del mondo o almeno del proprio Paese sostanzialmente simile. Talvolta, oggi (sempre, ieri) da una condivisa e basilare appartenenza ideale e identitaria.

Il nostro essere qui, stasera, testimonia della volontà di voler contribuire a rafforzare il Pd, il Pd del quale Matteo Renzi è il segretario nazionale. Il Pd del quale comunque Matteo Renzi ha bisogno. Il nostro sostegno a Renzi è il nostro sostegno al partito. E viceversa. La riflessione che avviamo oggi sarà uno spunto per valutare come affrontare al meglio le future battaglie che il Pd dovrà affrontare. Perché ci è chiaro che la crisi economica non si risolverà in pochi mesi e genererà tensioni e frustrazioni che potrebbero condurre a forme molto insidiose di disgregazione del comune sentire nazionale. E’ un’Italia in ebollizione quella che potremmo aver davanti nei prossimi mesi. Rafforzare un leader e un partito che hanno ben chiaro il percorso di cambiamento che essa deve assolutamente affrontare credo sia il contributo migliore che potremo offrire, sin dalle prossime settimane, per vincere questa sfida decisiva.

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Pubblicato il 14 novembre 2014, in POLITICA NAZIONALE con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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