THOMAS PIKETTY A BUCCINASCO

David Arboit

Sono uno studente di economia, cioè mi piace studiare economia. Sono studente un po’ avanti con l’età, mi piacerebbe molto aggiungere alla mia laurea in filosofia (orientamento scienze sociali) e alla mia mezza laurea in fisica anche una laurea in economia, ma rimarrò studente perché non posso proprio tornare all’università. Mi piacerebbe tanto ma non posso. Figuratevi, adesso sono anche diventato nonno.

Il non essere studente universitario mi dà il privilegio di scegliermi i maestri e io fin qui ho studiato, e continuo a studiare, sui testi dei grandi eterodossi della economia d’oltroceano: da John Kenneth Galbright fino a Joseph Stiglitz, e poi l’ebreo errante Nouriel Roubini, gli italiani Luciano Gallino, Giulio Sapelli e Paolo Savona (si noti in questa lista di italiani la grande apertura a punti di vista differenti). Io sono lo studente, loro i professori, i maestri, quello che so non è farina del mio sacco, l’ho imparato da loro. Non credo di avere idee mie originali, mi accontento di diffondere idee altrui. Spero umilmente di non aver travisato, anche se agli studenti può capitare, e questo sarebbe certamente farina del mio sacco.

Ho accolto in questi giorni con entusiasmo il tour italiano del professor Thomas Piketty, che ho fatto di tutto per seguire (in TV sulla Sette, a Radio 24, sui giornali) perché mi piace che in Europa cresca e si sviluppi, come negli USA, una scuola di pensiero economico che critichi aspramente i miti e le menzogne interessate del neoliberismo.

Mi piacerebbe addirittura a Buccinasco raccogliere un gruppo di attempati studenti come me con cui leggere e studiare i sacri testi degli economisti eterodossi. Una specie di umile accademia, come accadeva nel Settecento, nell’età dell’Illuminismo.

I miei entusiasmi, però, non sono piaciuti a liberisti d’accatto Buccinaschesi. Sono quelli che qualunque cosa appaia soltanto leggermente divergente dalla Bibbia liberista ti inchiodano con epiteti irripetibili tipo: comunista, marxista, obsoleto, superato, «veterocomunismo all’amatriciana».

Da costoro, il buon Piketty, lungamente intervistato e anche evidentemente apprezzato per la sua originalità dall’ottimo Sebastiano Barisoni (che io ascolto sempre in podcast) durante la trasmissione Focus Economia di Radio 24 (emittente de Il Sole 24 ore), il buon Piketty dai liberisti d’accatto locali viene così liquidato: «moderno economista francese di una sinistra vecchio stampo». E più oltre « Le teorie di Piketty si basano su un mix di spesa pubblica, alta imposizione fiscale e imposte patrimoniali tali da consentire la redistribuzione della ricchezza. Ci risparmia, per ora – rimane il dubbio che tali tesi non siano affatto superate, ma solo temporaneamente accantonate – l’esproprio proletario e la rivoluzione bolscevica.» Boooom, annichilito, non parliamone più! Povero Thomas!

Ma vero obiettivo dei liberisti d’accatto buccinaschesi, però, non è Il professo Piketty, ma lo studente di economia David Arboit: della serie “Quando il dito indica la Luna lo stolto guarda il dito”. Segue infatti una tirata su cose né dette né pensate, sul mio attaccamento ideologico al marxismo (peraltro Marx stesso a suo tempo ebbe a dire “io non sarò mai marxista”), sul travisamento del liberismo ecc.

Ditemi voi che cosa è se non ideologia purissima e distillata un ragionamento su fatti che semplicemente non esistono, in riferimento sia a me sia al povero Piketty.

Ma dove la critica diventa straordinariamente esilarante è quando si cita tra virgolette una confutazione delle teorie di Piketty fatta da… sorpresa: Oscar Giannino. Incredibile vero? Ma non è quel giornalista chiacchierone che in campagna elettorale 2013 si è scoperto che aveva trauffaldinamente millantato titoli accademici in economia? Si è quello lì, quello che non avendo titoli accademici per farsi notare si veste con una mix kitsch indefinibile, o forse definibile come rococò postmoderno. Si è proprio lui quello che ha fatto quella figura di m… millantando titoli accademici. E si capisce quindi la ragione per cui sia tenuto in grande considerazione dei liberisti d’accatto buccinaschesi.

Raccomando ai liberisti d’accatto locali di NON cercare le radici antropologiche, filosofiche e morali dell’economia non eterodossa keynesiana dove non ci sono, cioè in Marx e nel marxismo e successivi adepti. Cercatele piuttosto dove ci sono, anche se questo alla vostra cultura di oligarchia settaria illuminata ripugna, ma farisaicamente non lo dite. Cercatele nella Dottrina sociale della Chiesa cristiana cattolica alla quale io mio onoro orgogliosamente di appartenere. In particolare vi consiglio la lettura dell’enciclica “Sollecitudo rei socialis” di Giovanni Paolo I, la lettura della enciclica “Caritas in veritatem” di Benedetto XVI, e poi vi raccomando di ascoltare sempre, tutte le volte, ogni volta possibile, Papa Francesco, uno che non le manda a dire anche e soprattutto a quel cristianesimo ipocrita che ferma la sequela a Gesù Cristo sulla soglia del proprio portafoglio (da tasca o azionario).

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Pubblicato il 14 ottobre 2014 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 12 commenti.

  1. Abbiate il tempo di sintetizzare su un foglio
    le ipotesi del primo paper che ho proposto

    http://mpra.ub.uni-muenchen.de/59179/1/MPRA_paper_57780.pdf

    Economics ed Econophysics:
    dalla Legge dei Gas ideali di Van der Waals
    ai modelli Dynamic Stochastic Equilibrium DSGE

    Il modello Real Business Cycle RBC
    Il modello Dynamic Stochastic Equilibrium DSGE

    Osservanza alle leggi:
    1 – Principio Conservazione della Massa e dell’Energia
    2 – Seconda Legge della Termodinamica
    3 – requisiti Evolution e Survivability
    4 – Satiation
    5 – Social and Legal Constraints
    leggi cioè di Natura,
    ma anche Social e Legal Constraints

    E’ il lavoro del Dr. Edward Song, sembra molto elegante e lineare …
    Per la direzione dei miei lavori affascina l’Econophysics …

    Mi spiego:
    io i calzoni non me li tiro giù di fronte ad un economista qualsiasi,
    nutro invece rispetto di fronte a
    1 – Principio Conservazione della Massa e dell’Energia
    2 – Seconda Legge della Termodinamica.

    Credo, – questo il mio punto di vista –
    che assumere postulati, leggi e principi dalla Scienza
    sia d’aiuto alla formalizzazione nell’Economia.

    Che poi David interpelli una Direttrice, beh …,
    se viene la Fabiola G. ad insegnare i principi della Termodinamica in cucina,
    allora sì potrei venire in Biblioteca:

    chi mi conosce sa che sono un orso !

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  2. Caspita!!! Si è scatenata immediatamente la libidine del sapere, dello studiare!
    Stefano ha buttato lì un seme ed è germogliato immediatamente, e il terreno sembra essere fertilissimo.
    Adesso bisogna solo trovare un po’ di tempo. Cosa tutt’altro che facile in generale, ma quando c’è la libidine il tempo si trova sempre.
    Direi di Coinvolgere anche la direttrice della Biblioteca comunale.
    Pensiamoci su ancora qualche giorno e poi incontrimoci per progettare.

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  3. Ho trovato il paper di Bisin et al. citato da Flavio qui:
    http://www.nyudri.org/wp-content/uploads/2013/08/distributionofwealthandfiscalpolicy.pdf

    Ne approfitto per riportare un altro paio di lavori significativi sul tema:

    1) Personal Income Taxes and the Growth of Small Firms
    http://www.nber.org/papers/w7980.pdf

    This paper investigates the effect of entrepreneurs’ personal income tax situations on the growth rates of their enterprises. We analyze the personal income tax returns of a large number of sole proprietors before and after the Tax Reform Act of 1986 and determine how the substantial reductions in marginal tax rates associated with that law affected the growth of their firms as measured by gross receipts. We find that individual income taxes exert a statistically and quantitatively significant influence on firm growth rates. Raising the sole proprietor’s tax price (one minus the marginal tax rate) by 10 percent increases receipts by about 8.4 percent. This finding is consistent with the view that raising income tax rates discourages the growth of small businesses.

    2) The Systematic Errors In Thomas Piketty’s New Book
    http://www.realclearmarkets.com/articles/2014/04/22/the_systematic_errors_in_thomas_pikettys_new_book_101016.html#.U2_z2WZfHtg.facebook

    3) Thomas Piketty’s Improbable Data
    http://mises.org/daily/6741/Thomas-Pikettys-Improbable-Data

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  4. Un bel saggio di Macroeconomics ed Econophysics,
    utile ai mei modelli

    Economic Science: From the Ideal Gas
    Law Economy to Piketty and Beyond

    http://mpra.ub.uni-muenchen.de/59179/1/MPRA_paper_57780.pdf

    Abstract
    I start with income and wealth inequality data from the Congressional Budget
    Office (CBO) and Thomas Piketty, and propose approaches taken from
    science (for example, behavioral evolution theory,) that might be useful in
    explaining the data and forecasting future economic events. Using a modified
    production function developed by Robert Solow, I also explore redistributive
    effects of income when biological restrictions lead to minimum expenditure
    requirements and satiation conditions. I conclude that redistributing income
    from the wealthy to the poor can have counter-cyclical effects in recessions.
    Moreover, redistribution in the form of human capital can have particularly
    large positive economic growth effects. Finally, I explain how financial
    crisis may lead to large economic downturns by proposing a model where
    productive capital formation is dependent on debt financing.

    Conclusions
    In many ways, physics and chemistry is simpler than economics. Atoms do
    not have a conscious mind. Economists have to model economic actors that have
    free will. Although actors have biological limits, they are free to choose what they
    want to eat and what occupation they want to work in. This requires extensive
    mathematical calculations and relative simple models that have no chance of
    approximating reality. This means that the tools that economists use should be
    eclectic and not limited to DSGE models.

    Il parere “di parte” di Alessandro De Nicola, liberista di Fare

    Le fantasie au XXI siècle

    http://liberoscambio.blogautore.repubblica.it/

    Thomas Piketty é un economista francese ormai famoso in tutto il mondo per aver pubblicato un voluminoso libro, “Le capital au XXI siècle“, in cui cerca di dimostrare che il mondo occidentale è sempre più diseguale e l’unico rimedio a ciò, a costo di frenare la crescita, é tassare ferocemente i benestanti. Tesi rispettabile, ma non proprio nuovissima, che lo studioso parigino, cercando di imitare “Das Kapital” di Karl Marx, tenta di suffragare inserendo enormi quantità di dati all’interno del suo lavoro.
    Bene. La fama acquisita lo ha inevitabilmente reso un ambìto firmatario di appelli per le migliori cause del mondo ed in vista delle elezioni europee di maggio ne ha vergato uno, insieme ad una dozzina di luminari transalpini, pubblicato qualche giorno fa in prima pagina da Repubblica.
    Oltre ad un condivisibile appello per una maggiore democraticità dell’Unione Europea, gli intellettuali francesi propongono, in primis, un’imposta sulle società uguale per tutti i paesi dell’area euro. Infatti, “ogni paese, preso a sé, è raggirato dalle multinazionali di tutti i paesi, che giocano sulle scappatoie e le differenze esistenti tra le legislazioni delle varie nazioni per evitare di pagare le tasse”. É necessaria quindi un’autorità sovranazionale europea che tassi tutti in modo uniforme ed inoltre si dovrebbe “fissare una politica concertata che renda la tassazione del reddito e della ricchezza più progressiva”.
    Orbene, tralasciamo il fatto che non si capisce per quale motivo l’Irlanda o qualsiasi altro paese che riesce ad attirare imprese nel proprio territorio grazie alla bassa imposizione dovrebbe rinunciarvi. Per permettere ai governi incapaci di porre freno alla spesa pubblica di aumentare il carico tributario? La concorrenza fiscale sulle aliquote (non sulle regole, che é meglio siano standardizzate) é un fenomeno ben presente anche negli Stati Uniti d’America, una nazione con un grado di integrazione che l’Europa per ora si sogna. Inoltre, sfugge a Piketty (forse deve intraprendere un’altra ricerca di 1000 pagine) che quand’anche il suo sogno si realizzasse, la conseguenza sarebbe una fuga di imprese dall’area euro verso gli altri paesi UE, come la Gran Bretagna e persino la Svezia, con regimi fiscali più convenienti, se non addirittura un’emigrazione al di fuori dell’Europa.
    Tralasciamo l’invocazione verso una tassazione più progressiva la quale, essendo il mantra di Piketty, é un postulato che non ci sogniamo di contraddire ma che non smettiamo di disapprovare.
    La proposta più clamorosa é però certamente l’ultima. Il consesso di luminari francesi é convinto “che l’unico modo di lasciarci alle spalle” speculazione finanziaria e la crisi del debito “sia di mettere in comune i debiti dei paesi della zona euro”. Certo! Mi immagino Austria, Germania, Olanda e la stessa Spagna in fila per unire i loro debiti pubblici con quelli italiano, greco, portoghese e presto francese. Ma in cambio di cosa si dovrebbe dire ad ogni cittadino tedesco, infante o centenario, di accollarsi 10.000 € del club Mediterraneo e alzare il tasso di interesse delle proprie emissioni di titoli di stato? É vero che un’Europa autenticamente federale prevederebbe un passo di questo genere, ma non si potrà convincere nessun popolo virtuoso a rinunciare alla propria sovranità se prima gli altri non daranno prova di altrettanta virtù. Il tanto detestato fiscal compact, che dovrebbe obbligare ogni stato ad allineare le proprie finanze pubbliche ai parametri di Maastricht, sotto questo profilo é l’anticamera necessaria ad una Unione più integrata: prima di una tale convergenza si parla di fantasie e si incoraggia l’azzardo morale degli imbroglioni (i passati governi greci) o dei dissipatori (gli italiani).
    Temevo, insomma, di trovare proposte di Pikkety e soci con cui essere d’accordo: questo mi avrebbe costretto ad una più seria considerazione della montagna di aneliti redistributivi ed egalitaristici che sono il nocciolo del suo pensiero. Invece, constatando l’irrealizzabilità e la dannosità delle sue elucubrazioni anche quando assumono l’innocua forma di un manifesto pre-elettorale, ho tirato un sospiro di sollievo.

    E infine:
    Massachusetts Institute of Technology, Department of Economics,

    The Rise and Fall of General Laws of Capitalism

    http://economics.mit.edu/files/9834

    Abstract
    Thomas Piketty’s recent book, Capital in the Twenty First Century, follows in the tradition of
    the great classical economists, Malthus, Ricardo and Marx, in formulating “general laws ”to diagnose and predict the dynamics of inequality. We argue that all of these general laws are unhelpful as a guide to understand the past or predict the future, because they ignore the central role of political and economic institutions in shaping the evolution of technology and the distribution of resources in a society. Using the economic and political histories of South Africa and Sweden, we illustrate not only that the focus on the share of top incomes gives a misleading characterization of the key determinants of societal inequality, but also that inequality dynamics are closely linked to institutional factors and their endogenous evolution, much more than the forces emphasized in Piketty’s book, such as the gap
    between the interest rate and the growth rate.

    Conclusion
    Piketty’s ambitious work, fashioning itself after Marx’s Capital, has focused a great deal of new attention on inequality. Piketty pro¤ers a bold, sweeping theory of inequality applicable to all capitalist economies. Though we believe that the focus on inequality and the ensuing debates are very healthy and constructive, we have argued that Piketty goes wrong for exactly the same reasons that Marx, and before him Malthus and Ricardo, went astray: his approach and general laws ignore both institutions and the ‡exible and multifaceted nature of technology shaped by institutions. We have further suggested that the history of inequality over 20th century in economies such as South Africa and Sweden shows why the focus on top 1% inequality is unsatisfactory and why any plausible theory of inequality has to include political and economic institutions at the center stage. We have also provided a brief outline of a framework that squarely puts the spotlight on institutions, their nature and evolution in the study of inequality.

    Un lavoro del Prof. Alberto Bisin è
    Benhabib, Jess, Alberto Bisin, Shenghao Zhu (2011) “The Distribution of Wealth
    and Fiscal Policy in Economies with Finitely Lived Agents”

    Grazie a David,
    per averci stimolato la ricerca !

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  5. Ciao Stefano, l’idea è accattivante e stimolante, soprattutto se il gruppo fosse eterogeneo con punti di vista profondamente diversi. Per iniziare sconsiglierei il libro di Piketty: quasi 1.000 pagine infarcite di dati, non sempre accurati, renderebbero il lavoro disagevole. Si potrebbe affrontare, magari limitandosi alla parte più discorsiva a gruppo rodato.

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  6. Stefano Parmesani

    Caspita, mi allontano dal computer per 36 ore circa e trovo questo squisitissimo confronto. Bene “ragazzi” la voglia di studiare, capire e discutere è segno di gioventù.

    E se cogliessimo al volo la proposta “accademica” di David?

    So che nella Biblioteca di Buccinasco è partito un gruppo di lettura che si occupa di narrativa. Scelgono un libro, lo leggono, si trovano a discuterne.

    E se facessimo partire come altra iniziativa della Biblioteca di Buccinasco anche un gruppo di lettura sulla saggistica? Saggi di economia, di scienze sociali più in generale, o altro ancora, di quelli più divulgativi e sufficientemente abbordabili da una persona normale. Magari ne leggiamo solo uno o due capitoli alla volta, poi ci confrontiamo: studiare, capire, discutere.

    Insomma: facciamo un “chi vuole studiare con me metta il dito qui sotto?”

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  7. Amici del blog,
    riconosco
    che anche gran parte della mia giornata è fatta di “conti della serva”.

    Ho 1 ipotesi da verificare, ci sto lavorando da molto tempo,
    quando scrivo, essa ipotesi è sottintesa,
    forse non pienamente rivelata.

    Comunque per “conti della serva” intendo
    tutto ciò che non è Tattica o Stategia,
    tutto ciò che non è Pratica rispettabilissima o Teoria.

    I nemici esistono:
    non sono nè David, nè Andrea,
    persone più mature ed equilibrate di me.

    Preferisco parlare con loro, qui, “a libro aperto”,
    che dedicarmi agli aspetti produttivi.

    Con loro, e spero con tanti altri di voi,
    spero potermi sedere a tavolino,
    e progettare di sconfiggere i veri nemici,
    giocando sulle loro divisioni interne (tattica)
    più che trattarli come monoliti da distruggere (strategia).

    Se a David ed Andrea tendi la mano,
    loro te la stringono !!

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  8. David, puoi tranquillamente dire che ci stanno a cuore, anche se abbiamo approcci diametralmente opposti. E’ vero le questioni cono complesse e non pretendo che si risolvano in un blog che, però, può fornire ottimi spunti di riflessione per chi legge.
    A volte la necessità di sintesi impone l’uso di etichette o di immagini forti e impattanti, ma quel che conta è che le persone che leggono imparino a valutare gli argomenti con spirito critico. In economia non esiste la ricetta perfetta, ci fosse non saremmo qui a discutere. Esistono, però, approcci che non possono, data la natura umana, avere risultati positivi generalizzati (potrebbero, in casi specifici e particolari, rivelarsi vincenti, ma diventano perdenti quando si cerca di generalizzarle estrapolandole dal contesto).

    In Italia la pressione fiscale reale supera ormai il 50% (vista la presenza del sommerso che paga tasse poco o per nulla). Il problema è che i debiti degli Stati non sono come i debiti delle aziende e il confronto tra attivo e passivo non regge (senza dimenticare che la prima regola per valutare la solvibilità di un debitore è la sua capacità reddituale, il patrimonio funge, al limite, da garanzia di ultima istanza, che non vale per gli Stati). Ancor meno importante, dal punto di vista del debito pubblico, la storicamente elevata propensione al risparmio degli italiani (oggi drasticamente minacciata dalla crisi), a meno di non pensare di forzarli a investire nel debito nazionale (una sorta di mega-patrimoniale).

    Il concetto di fondo è se per un’economia nel suo complesso sia preferibile il binomio alta imposizione e alta spesa pubblica (ridistribuita ma anche no) o bassa imposizione e bassa spesa pubblica. Cosa favorisce maggiormente la crescita? Perché senza crescita si distribuisce solo povertà!

    PS Il concetto di Piketty è che una tassazione feroce dei redditi più elevati consentirebbe maggiore uguaglianza (e, si spera, maggiore benessere perché se maggior uguaglianza volesse dire tutti nel m.. fino al collo non sarebbe un bel quadretto, no?). Ora se spingiamo all’eccesso il ragionamento e portiamo la tassazione al 100% con reddito egualmente ridistribuito dovremmo ottenere il paradiso sulla terra, giusto? Ci hanno già provato ed è finita male! Anche in quel caso non erano comunque tutti uguali perché c’era qualcuno molto più uguale degli altri che, invece, sprofondavano nel guano. E’ lì che vogliamo andare?

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  9. Andrea. In un blog si può ragionare, ma fino a un certo punto per ragioni di tempo e di spazio. Lo sai anche tu. I temi che mi stanno a cuore, e forse, anche da punti di vista diversi, si può dire che ci stanno a cuore, sono complessi anche solo da capire.
    Ma non voglio sottrarmi. Per esempio: l’Italia ha 2000 miliardi di debito pubblico, 4500 miliardi di ricchezza patrimoniale pubblica, 8500 miliardi di ricchezza patrimoniale privata, con una fiscalità che sommate le varie percentuali di incidenza sul reddito (45%?) è assai pesante. Questi quattro numeri parlano di un problema, enunciano un problema. Basterebbe fare un ragionamento corretto su questo. Fare su questo un po’ di conti della serva e dedurre alcune logiche inferenze.

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  10. Ciao Flavio, per quanto mi riguarda nessuna offesa. Sono, per mia natura, un eclettico e, ne sono perfettamente cosciente, non vado oltre la mediocrità. Magari una vasta mediocrità che mi consente una visione d’insieme che può sfuggire a chi è troppo concentrato su temi specifici; vedo l’albero e anche la foresta (in questo senso la considero aurea alla stregua di Orazio). Confermo che non sono un accademico e, ti devo contraddire, non mi atteggio a tale (mi spiace averti dato questa impressione). Sono un cittadino medio che crede nel confronto dialettico.

    Per il resto la creatività, che è genio creativo e, quindi, genialità, ha molte facce, tra cui quella del pensiero laterale, l’innovazione banale ex-post, ma geniale ex-ante. Adoro il genio che vedo e ritrovo costantemente in tante piccole cose, ma che spesso non vedo in tante altre.

    Infine ti ringrazio: 2 o 3 buone idee possono sembrare poca cosa, me se tutti le avessero … il mondo rasenterebbe la perfezione.

    Mi piacerebbe approfondire la tua visione dei conti della serva che, nella loro semplicità, rappresentano il quotidiano.

    Mi piace

  11. Caro David,
    dei Fisici hai la compostezza nel parlare, tipica del pensiero cartesiano,
    ma non la genialità !

    Anch’io sto studiando Economics, come quando ero 17enne a Fisica.

    Io però “penso teorie”, descrizioni matematiche calzanti dei Fenomeni, con linguaggio matematico. Scrivo equazioni, appunti, faccio rischi sui Mercati.

    Sono amico di Alberto Bisin (Università di NY),
    mi confronto con l’Econometria, forte della mia Matematica che è superiore a molti altri,
    visti i miei 3 corsi di Laurea.

    Dalseno, a parte 2 o 3 idee buone, si atteggia ad accademico, ma è un mediocre,
    anche se ha la spillina del Rotary …
    Sembrava partito bene, ma ora la sua dialettica, indubbia, serve ai conti della serva !

    Dovete subito comprendere se uno è Von Neumann o un ragioniere !
    Bisogna saper pensare, colpire l’immaginario !
    “Metti via quegli splendidi balocchi, quello che voglio è il tuo sguardo segreto, il tuo vero sorriso, il sorriso solitario ed ironico che il tuo freddo specchio conosce” (Jorge Luis Borges).

    Spero sempre di non offendere nessuno col mio stile,
    fatto a modo mio !

    Mi piace

  12. Caro David, reazione comprensibilmente piccata, visto che il mio post era sferzante e non tenero, ma del tutto scollegata dal merito delle questioni.

    Non ti piacciono le etichette, ma, dovendo essere succinti, sono una comoda scorciatoia per inquadrare rapidamente il problema! Se poi battono dove il dente duole …

    Tipico, poi, l’atteggiamento attraverso il quale, non essendo in grado di controbattere nel merito le tesi dell’interlocutore (nemmeno ci provi), lo si liquida attaccando la persona, nello specifico Giannino (intendiamoci, dopo la magra figura rimediata, avrei preferito si ritirasse a vita privata – cosa che non dico ora ma che ho scritto a tempo debito- tuttavia la questione non mi impedisce di seguire, con spirito critico, i suoi ragionamenti, cosa che, evidentemente, a te non riesce).

    Il fulcro della questione, che continui a non afferrare, è che nessuno è in grado di fare previsioni attendibili di lungo periodo! Sulla base di questo assioma devi prendere in esame, con senso pratico e spirito critico, le tesi di Piketty.

    Tanto per capirci, le teorie keynesiane e neokeynesiane sarebbero, forse, valide in un mondo perfetto, ma si rivelano dannose nella realtà perché i “politici” non sono dei santi che tendono al bene della collettività, ma degli uomini che guardano, a voler essere buoni almeno in parte se non del tutto, ai propri interessi (VEDI).

    Indubbiamente affascinante la trafila di nomi e di titoli altisonanti, ma dovresti ben sapere che gli errori restano tali anche se la cultura dominante e pervasiva non li ritiene tali; è grazie al genio e alla caparbietà di pochi individui se oggi viviamo nel mondo che conosciamo e non siamo ancora ancorati a concetti quali una terra piatta posta al centro dell’universo!

    Per cui attendo qualche tua riflessione nel merito delle questioni che vada oltre gli slogan, più o meno di moda, ripetuti a gran voce, anche se dai tuoi riferimenti mi sembra di capire che all’analisi critica tu preferisca la cieca fede nei dogmi.

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