IL CAPITALE DI THOMAS PIKETTY

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di David Arboit

Erano 3 o forse 4 anni che non li guardavo più, ma ieri sera non ho resistito: c’erano Thomas Piketty e Pierluigi Bersani, l’occasione era troppo ghiotta. Mia suocera ha dovuto rinunciare alla telenovela e ha guardato con me il talk show politico (Santoro).

Thomas Piketty è molto di moda, tutti ne parlano, ma per chi non ne sapesse niente dico che è un francese, che è nato nel 1971 in sobborgo di Parigi e adesso è professore di economia. Dopo avere frequentato le prestigiose École des hautes études en sciences socialese (di cui è direttore) e London School of Economics ha insegnato per alcuni anni al MIT. Insegna ora alla École d’économie de Paris e scrive sul quotidiano francese Libération. È evidentemente di sinistra e quindi bestia nera del liberismo mondiale che lo sta attaccando con ogni mezzo. E si capisce: ha pubblicato un libro dal titolo “Il Capitale”, un titolo non nuovo per chi si occupa di scienze sociali, un titolo che è già di per se una citazione e una chiave di lettura. Parla di ricchezza, di come funziona l’accumulazione della ricchezza, e del suo correlato naturale la crescita della povertà; descrive in modo scientifico e molto documentato meccanismi che le presiedono.

Ma, vedete, non è roba da intellettuali novecenteschi, un totem ideologico, come qualcuno si affretterà a dire. Si tratta del funzionamento della politica nel suo rapporto con l’economia. È un libro che tratta anche di questioni urgenti, che chiedono una soluzione urgente. È di questo che si parla. Ed è una cosa che ha a che fare con il vertice europeo voluto da Matteo Renzi.

 

Il PIL della Germania va giù. Le previsioni vengono smentite: PIL 2014 stima 1,8 – realtà ben che vada 1,2; 2015 stima 2,1 – nuova stima 1,3. Angela Merkel ieri, incontrando Renzi, pare sia addivenuta e ben più miti consigli. È la prima volta che una riunione di primi ministri europei pone al centro della discussione il problema della crescita e la lotta alla disoccupazione e il tema della domanda interna e dei consumi. Al netto di tutti i detrattori del nostro Presidente del Consiglio, questo è un fatto tanto importante quanto assai poco sottolineato dai mass media, che si sono in generale affannati per sminuire, se non ridicolizzare, l’evento. Disinformazione. È la prima volta che la lotta alla disoccupazione occupa il centro della scena politica. Dopo 20-30 anni di neoliberismo come pensiero unico, come ideologia propagandata da tutti o quasi tutti i mass media, la realtà dei fatti obbliga tutti a cambiare prospettiva, a fare i conti appunto con i fatti, e i temi keynesiani della occupazione e della domanda interna sono al primo posto.

La Germania è in decrescita e l’austerità ad ogni costo vacilla. La Germania esporta il 57% del PIL nella UE, e questo è per i tedeschi un problema, mentre in Russia esporta solo il 6%, in Cina poco più. La deflazione morde la Germania che imbocca la strada della recessione, come mostrano gli ordinativi in caduta libera.

Anche in Germania c’è già un problema di disoccupazione e di domanda interna, due cose evidentemente correlate. Ufficialmente la disoccupazione è al 7% ma se si tiene conto dei cosiddetti mini-job (un sistema di lavoro che assomiglia molto a quello delle workhouse inglesi del primo Ottocento, a proposito delle idiozie sulla modernità come superamento del Novecento) la disoccupazione in Germania raggiunge livelli assai maggiori.

Anche in Germania quindi si pone il problema di un sostegno alla domanda.

 

Concludo tornando “in trasmissione”. Da Santoro c’è anche un neoliberista in collegamento con lo studio. Tenta di contestare le tesi di Piketty con affermazioni tanto generiche quanto improbabili. Lo accusa di meccanicismo marxista, cioè in ultima istanza afferma che riguardo alle scienze sociali non sia possibile fare scienza e quindi fare previsioni: sì, nel libro ci sono tanti numeri, tante tabelle ma alla fine… non valgono niente. Ideologico in modo parossistico il neoliberista. Piketty risponde con calma che le serie storiche mostrano come almeno fino alla prima guerra mondiale il sistema economico aveva un meccanismo di distribuzione della ricchezza prodotta che faceva diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Sempre le stesse serie storiche mostrano come a partire dalla fine della Prima guerra mondiale (e aggiungo io dalla comparsa della grande paura per i borghesi: la nascita e la permanenza stabile dell’URSS) il meccanismo di distribuzione della ricchezza si sia invertito e il valore aggiunto abbia cominciato sempre di più a fluire nelle tasche dei più poveri, e a defluire dalla tasche dei più ricchi, con una dinamica di più equa distribuzione, che ha raggiunto il suo massimo dopo la seconda guerra mondiale con il consolidamento del welfare state. E poi, terza serie storica, il meccanismo ha di nuovo invertito il trend e negli ultimi decenni di deregulation neoliberista siamo tornati ai ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che diventano sempre più poveri, con relativa e conseguente recessione mondiale.

Il neoliberista in collegamento però non demorde, va avanti imperterrito. Lei è un meccanicista – dice a Piketty – come Marx, e così dicendo mostra di avere capito niente sia di Marx sia di Piketty.

Piketty non nomina Marx perché sa benissimo che citare quel nome e come darsi da sé il “bacio della morte”. Dice che il sistema economico ha dei meccanismi naturali di funzionamento, il mercato ha un suo modo naturale di funzionare, ma che la politica, la volontà e il progetto umano di giustizia sociale, possono lavorare per modificarli ed evitare i danni che questi “meccanismi” producono. Quindi, conclude, io non sono meccanicista, e che la politica faccia il suo dovere.

Il neoliberista in collegamento ignora inoltre che Marx non era affatto un meccanicista. È infatti l’inventore della “economia politica”. La parola “politica” accanto alla parola “economia” l’ha messa per primo Marx, quando ha inventato la “critica dell’economia politica”, mentre gli altri grandi economisti inglesi, che lui appunto critica, avevano in mente solo una “economia naturale”, meccanicista appunto, cioè incontrollabile, non orientabile con un progetto umano. La parola “politica” significa libertà di scelta, volontà, progetto, per fare giustizia di meccanismi naturali ingiusti.

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Pubblicato il 10 ottobre 2014 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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