IL MIO INTERVENTO ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL PD DI QUESTA SERA: MATTEO NON CI CASCARE!

di David Arboit

Non ho il diritto di partecipare alla direzione nazionale del Partito Democratico, ma se fossi lì stasera direi quello che segue.

«IO tratto con i lavoratori, – ha detto Matteo Renzi – non con la minoranza del PD». Una frase ad effetto, come al solito, volitiva e determinata ma senza senso. Una frase infelice che è segno di debolezza.

Che significa? Che cosa vuol dire?

Con la minoranza del PD non tratta perché sono vecchi bacucchi, attaccati al passato, ce l’hanno con lui perché hanno perso le primarie, gente da rottamare… ecc.

Con i sindacati non tratta perché difendono i privilegi di pochi, perché anche loro sono vecchi, perché la concertazione non ha senso, perché sono fuori dal tempo, gente da rottamare…

Ma allora con quale rappresentanza dei lavoratori il Presidente del Consiglio vuole trattare? Quando un Presidente del Consiglio dice «IO tratto con i lavoratori», fuor di demagogia populista, che significato ha questa frase? Chi è la rappresentanza dei lavoratori? Dove sta? Nella sua testa? È lui nello stesso tempo Segretario del PD, Presidente del Consiglio e ad oggi Rappresentante carismatico dei lavoratori?

Berlusconi e Sacconi sono i rappresentanti dei lavoratori? Con questi Matteo Renzi tratta e ha trattato. Sono loro?

È Confindustria che rappresenta i lavoratori? Con questi Matteo Renzi tratta e ha trattato. Sono loro?

Su un punto è inutile discutere, non si deve discutere: il sistema giuridico dei contratti di lavoro deve essere riformato e adeguato ai tempi. Su questo non ci piove e tutti sono d’accordo. Il problema è come e soprattutto quali interessi di fatto si ha intenzione di difendere. Tra capitale e lavoro, tutti i manuali di diritto indicano chiaramente qual è la parte debole, la parte da tutelare maggiormente.

Che fare?

Umiliare la minoranza del PD è una tentazione mai sopita nel cuore e nella mente del Segretario-Presidente del Consiglio del PD, tentazione fondata su una rappresentazione falsa della realtà: la minoranza si muove solo per sete di vendetta, sono i gufi che siccome hanno perso le primarie remano contro. Se fosse vero sarebbero degli idioti del tipo mi eviro per far dispetto a mia moglie. Non è una buona idea umiliare ancora una volta la minoranza, e danneggia ciò a cui Renzi tiene di più, la sua “immagine”. A meno che non sia un progetto politico: il progetto di una unione “democristiana” di centro tra PD, UDC, Scelta civica e NCD. Altri cinquant’anni di stabile potere democristiano. Se non è roba vecchia questa.

La sintonia carismatica con la pancia del Paese, che è il vero fondamento della espressione «IO tratto con i lavoratori», è un’iniziativa politica che solletica la pancia dei non garantiti per metterli contro altri lavoratori “rappresentati” come garantiti, ma che garantiti in verità non sono. Dopo la Riforma Fornero, di fatto l’articolo 18 non esiste più e le aziende hanno libertà di licenziare, come dimostrano i dati statistici.

Ma allora qual è veramente la posta in gioco?

La posta in gioco è simbolica e cioè squisitamente politica. La posta in gioco è l’identità del PD. Il PD è o non un partito del lavoro, un Labour party? L’oligarchia imprenditoriale e finanziaria italiana ha preparato con i suoi massmedia questa trappola simbolica per Renzi, una trappola simbolica che è il tenativo di costringerlo a rispondere alla domanda: “fai vedere a tutti da che parte stai”. È una trappola che potrebbe esse per lui e per il PD letale. È una trappola che è diventata per lorsignori urgente dopo il trionfo delle europee e ha come obiettivo far perdere al PD non meno di un 10% di voti.

Matteo non ci cascare!

Io se fossi Renzi a lorsignori riponderei così.

Il PD è un partito che mette al primo posto la difesa del lavoro. Difendere il lavoro non sognifica essere contro il capitale, ma è essere contro un capitale cieco, senza scrupoli e senza futuro che sega il ramo su cui sta seduto: la domanda aggregata. Non per nostalgie novecentesche, non per veterocomunismo, il PD deve difendere il lavoro lottando contro la precarietà, ma perché sa bene che senza una difesa del salario, cioè senza una riduzione della precarietà, non ci sarà crescita della domanda di beni, non ci saranno giovani con una speranza concreta, giovani cioè che guardano al futuro con un progetto di vita, giovani che vogliono fare figli e costruire una famiglia (la più potente macchina di consumo che ci sia) e non ci sarà più perciò né lavoro né sviluppo economico.

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Pubblicato il 29 settembre 2014 su ECONOMIA POLITICA, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 17 commenti.

  1. CRISI, CROLLANO I CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO. IN AUMENTO I LICENZIAMENTI
    LA REPUBBLICA, 03 AGOSTO 2014

    MILANO – Tra il 2008 e il 2013, la crisi ha bruciato oltre un milione di posti di lavoro oltre a una pesante eredità: i contratti di lavoro a tempo indeterminato sono crollati del 46,4% con un progressivo spostamento dell’offerta verso i contratti a tempo determinato, aumentati del 19,7%. E’ la qualità del lavoro, oltre che la quantità, dunque, a restare al palo in termini di stabilità e di continuità: l’incidenza delle nuove assunzioni con forme contrattuali “instabili” sale, dal 72,7% del 2008 all’80,9% del 2013 mentre il peso di quello stabili, dal tempo indeterminato all’apprendistato, scende al 19,1 del 2013 rispetto al 27,3% del 2008. A scattare la fotografia di un mercato del lavoro schiacciato dalla recessione è uno studio del Servizio Politiche del Lavoro della Uil.

Una “fragilità” che non migliora nel primo trimestre 2014: 4 attivazioni su 5 sono temporanee e rimane altissima la quota dei contratti a termine, circa 1.583.808, che sfiorano il 67% sul totale. I nuovi contratti a tempo indeterminato, invece, si sono fermati a 418.396, il 17,6%, le colloborazioni all’8% (189.922), mentre i rapporti di apprendistato sono stati 56.195 pari al 2,4% del totale.

Una crisi pesante che filtra in controluce dai dati relativi ai rapporti di lavoro attivati dalle imprese e comunicate al ministero del Lavoro dal 2008 al 2013 che forniscono un’analisi asettica ma impietosa della situazione occupazionale del Paese: se nel 2008, infatti, per 11 milioni di volte le aziende hanno avviato al lavoro una persona, nel 2013 ciò è avvenuto solo in 9 milioni di occasioni.

    A confermare il progressivo aumento della temporaneità del lavoro, “che rischierà di espandersi ulteriormente con l’ennesima innovazione normativa del Dl Poletti”, dice ancora la Uil, anche il dato che registra la media di contratti attivati per lo stesso lavoratore: si passa infatti da 1,64 attivazioni del 2009 a 1.78 del 2013. “In sostanza aumentano gli avviamenti a termine ma calano le persone interessate”, spiega il segretario confederale Guglielmo Loy.

    E nel 2013 è il Lazio la regione in cui si concentra il maggior numero di attivazioni di contratti, circa 1,4 milioni, sorpassando così la Lombardia che ne denuncia 1,3 milioni al secondo posto, dunque, seguita dalla Puglia con 1 milione di attivazioni. Ma la classifica indica anche come la quantità di contratti sottoscritti non faccia rima con ‘stabilità’: Lazio e Puglia infatti, si legge ancora nel Report, sono anche le Regioni più flessibili considerato che ogni singolo lavoratore sottoscrive almeno 2 contratti ogni anno.

    Lo scorso anno, inoltre, si sono chiusi 9,8 milioni di rapporti di lavoro con un saldo negativo rispetto alle attivazioni di oltre 157.000. Un dato che conduce anche alla quantificazione dei primi effetti della legge Fornero sull’art.18: i licenziamenti nel 2013 ammontano infatti a 927.175, il 10% in meno di quanto registrato nel 2012, anno della riforma, che si chiuse con un 1.380.919 licenziamenti, ma comunque sempre il 15,6% in più di quanto registrato nel 2009.

    “Alla faccia di chi sostiene che in Italia è difficile licenziare”, chiosa ancora Loy. Discesa vertiginosa invece, per le dimissioni che nel biennio 2012-2013 sono calate di 400mila. Un effetto, scrive il Report della Uil, dovuto principalmente al blocco sostanziale dei pensionamenti disposti dalla legge Fornero e da una stretta normativa sulle dimissioni in bianco.

    In generale comunque, oltre la metà delle cessazioni di contratto ha riguardato i lavoratori under 44 e la cessazione del “termine” è stato il 65% dei motivi alla base della chiusura dei rapporti di lavoro. Circa 1/3 dei contratti cessati è comunque durato non più di 1 mese. Le Regioni con il più alto tasso di “fine lavoro” restano Lazio, Lombardia e Puglia a conferma della forte quota di lavoro fragile in queste realtà. “La bassa crescita continua a provocare danni profondi al nostro mercato del lavoro e che solo affrontando quel tema, appunto la crescita, si potrà guardare con un pò di serenità il futuro occupazionale di milioni di persone”, conclude Loy.

  2. Landini
    «Se uno pensa che decide lui o che decide all’interno di un partito per tutta Italia», dice il leader della Fiom Maurizio Landini del premier Matteo Renzi durante un’intervista con Maria Latella a Skytg24. Renzi, dice Landini, «deve sapere che così facendo parte lo sciopero generale». Perché «non c’è un illuminato o folgorato sulla via di Damasco che cambia il Paese da sera a mattina». «Il Pd può decidere quello che vuole, Renzi può pensare di fare decidere al Parlamento queste leggi folli sul lavoro», ma, avverte Landini, «deve sapere che noi come sindacato non ci fermiamo. Di fronte a leggi sbagliate, ricette vecchie, ci siamo stancati: basta continuare a dire che il problema dell’Italia è che i lavoratori hanno troppi diritti. È vero il contrario».

    Abolire l’articolo 18 è un «falso problema» per il leader della Fiom, perché sull’occupazione non pesano le tutele dello Statuto dei Lavoratori, pesano «i mancati investimenti, la precarietà, i salari bassi», ed «è su questo che si deve agire». «Non capisco perchè – dice Landini -si deve aprire un conflitto di questa misura se non perchè qualcuno vuole portare uno scalpo in Europa». E se Renzi dice che il problema è che l’articolo 18 deve tutelare tutti i lavoratori o nessuno, «sono d’accordo con lui dove dice che l’articolo 18 va esteso a tutti. Io sono perchè ce lo abbiano tutti», ribatte il segretario generale della Fiom.

    Sull’articolo 18, aggiunge, «la proposta nostra, della Cgil e della Fiom, è di introdurre un contratto a tempo indeterminato a tutele progressive, dove ci può essere un periodo di prova più lunga, ma alla fine ci devono essere le tutele per tutti». E questo a condizione che le attuali «46 forme di lavoro» vengano ridotte a «6 o 7» forme contrattuali, perchè se poi «alla fine ne abbiamo una in più, quarantasette, ci stiamo prendendo in giro». In caso di tutele progressive, quanto può durare la fase «di prova» prima di arrivare ad una tutela completa? Landini non entra nel merito perchè «la trattativa oggi non c’è», sottolinea: «Si discute in Parlamento», ma «del sindacato nessuno è stato coinvolto, e non c’è alcuna trattativa».

  3. Ciao David, lettura impegnativa per il lunedì mattina. Direi che il tutto può essere sintetizzato in una semplice domanda: Qual è la via che aumenta la possibilità di occupazione rendendo più fluido e dinamico il mercato del lavoro? L’irrigidimento o la flessibilità? In altre parole: dove si creano più facilmente posti di lavoro? Quali sono le condizioni che permettono alle aziende di investire e assumere? Tu, che oltre al ruolo di “politico” vivi anche nel mondo del lavoro, che risposta daresti? Nella tua azienda l’obiettivo principale della dirigenza è quello di vessare e licenziare i dipendenti, specie se sono produttivi? Io, non credo!

    A tempo indeterminato non vuol dire lifetime job, impiego a vita! Non esiste più, nemmeno in Giappone! Professionisti, imprenditori, artigiani e commercianti non hanno, né hanno mai avuto, alcuna garanzia: la loro unica possibilità di avere un futuro è di tenersi al passo coi tempi e di rispondere adeguatamente e con rapidità alle richieste dei committenti, cioè dei clienti. Questo devono fare le imprese, questo devono saper fare anche i lavoratori.

  4. David, scusa, ma provare a fare il contrario, no? Immaginare un intervento in cui spieghi alla minoranza che prima di tutto è minoranza, dalle primarie alle europee. Che appunto chi alle europee avesse voluto dare un segnale diverso avrebbe potuto votare LISTA TSIPRAS ( è scritto giusto?) ma non mi pare sia successo, neppure per M5S.
    Quindi spiegare che forse la maggioranza degli italiani che votano vorrebbe più unità e capacità di vedere le cose nuove. In pratica ci stai dicendo che oggi vengono dedicate un po’ di ore a parlare di qualcosa che non esiste, ci ha pensato la Fornero.
    Una domanda diretta, tempo fa hai scritto che non hai appoggiato Renzi, ma che poi hai capito che era l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto, ma cosa fa di giusto secondo te?
    Saluti.
    Paolo Caimi

    P.s. con un po’ più di tempo volevo tentare qualche considerazione sui temi: “mercato” e “lavoro”

  5. Andrea, la mia azienda non fa testo. È una azienda che lavora per le grandissime aziende dell’editoria. Siamo dei terzisti che però fornisco un prodotto chiavi in mano. Non facciamo quindi dei pezzi di lavorazione. Sforniamo libri seguendo tutto il processo di produzione digitale, dalla a alla zeta. Faccio parte di quella numerosa schiera di imprenditori che sono n realtà dei dipendenti esternalizzati dalle grandi aziende e quindi hanno sulle spalle tutto il rischio d’impresa senza avere i vantaggi d’impresa delle grandi aziende. Nelle piccole imprese è frequente la solidarietà fra imprenditore e lavoratore perché di fatto l’imprenditore è un dipendente.
    Io non ho competenze per dare risposte e soprattutto non ho le informazioni sufficienti per suggerire una soluzione. Ho però una valutazione generale (ma documentabile) che credo sia il criterio base; è condivisa da grandi economisti USA: negli ultimi 20/30 è accaduto che una grossa fetta del valore aggiunto dal lavoro è stato trasferito (anche grazie alle leggi dello stato) dal salario al profitto. È questo che ha prodotto la crisi della domanda aggregata e la recessione.
    La soluzione è una e una sola: più salario per tutti.
    Capisco che è una soluzione difficile da trovare dopo che la quota di valore aggiunto “donata” ai profitti è stata bruciata nella speculazione finanziaria.
    Capisco che gli inviti a investire fatti dalla politica alle imprese è una menzogna ipocrita. Perché investire per produrre di più se non ci sono soldi per comperare i beni di consumo e se in moltissimi settori produttivi si lavora già sfruttando solo al 50/60% del potenziale produttivo.
    Quale la soluzione: ripeto la via è una e un sola: più salario per i ceti medi e i ceti meno abbienti. Quali strumenti tecnici? Non lo so. La decisione degli strumenti tecnici va trovata mettendo attorno a un tavolo tecnici altamente qualificati che condividano l’obbiettivo di uno spostamento della quota di valore aggiunto dal lavoro dai profitti ai salari.

    • In Italia la netta maggioranza dei lavoratori lavora in Piccole Medie Imprese e poco più della metà (del totale degli occupati) lavora in micro-imprese, come la tua David. Pertanto ti sottovaluti: sei la regola, non l’eccezione; fai parte di un campione statisticamente significativo. Il tuo hobby preferito è quello di vessare i dipendenti e di licenziarli appena possibile? Io non credo (e magari nel tuo contesto non si applica nemmeno l’articolo 18, ma questo non fa di te una belva assetata di sangue). Tra i tuoi amici/colleghi imprenditori riscontri questa sete di sangue? Anche in questo caso non credo. Certo ci sono anche tra gli imprenditori degli individui abietti, inutile negarlo, ma non sapendo creare un ambiente di lavoro in grado di attirare e far permanere i talenti sono destinati a scomparire.

      Il problema dei salari (e della quantità di lavoro) è un tema scottante e quantomai attuale in tutto l’Occidente (poco o per nulla considerato nelle riflessioni sull’argomento), ma non è legato all’articolo 18. Il trend si è registrato anche in Italia (non solo negli USA). Questione di innovazione tecnologica e aumento della produttività: i trattori (e la meccanizzazione in generale) hanno profondamente modificato il rapporto tra profitti e salari nell’agricoltura! Ci riscopriamo luddisti? Spero di no, ma il problema di creare posti di lavoro in una società, come la nostra, sempre più capital intensive è reale. Ma lo era anche nell’Inghilterra del XVIII secolo.

  6. Paolo. Il mio gradimento o non gradimento di Renzi è irrilevante. Ragioniamo sui problemi. Ma prima dico che fin qui Matteo ha fatto ben a parte qualche sbavatura del tipo “capitan fracassa” (una riforma al mese) a cui nessuno, a partire da due secondi dopo averle sentite, aveva mai creduto, tutti, anche i Renziani doc di Buccinasco.
    La Minoranza ha il diritto di criticare il segretario come e quando gli pare. Poi si vota e per me vale il centralismo democratico: ci si allinea al risultato del voto altrimenti si è fuori dal partito. Lo ha detto Bersani: il PD deve decidere se è un partito oppure uno spazio politico; se è un partito la disciplina è una colonna portante. Accetto casi di coscienza ma su questioni molto difficili e tremendamente serie come quelle, per esempio, che hanno a che fare con la vita e con la morte: aborto, eutanasia ecc.
    No Paolo, leggi bene, perché ti conosco e so che sei capace di farlo. Non ho detto che la Direzione del PD oggi discute di un problema che è niente.
    Ho detto che il tema del lavoro è il DNA del PD e che quindi ha un valore simbolico tremendo. Ho detto che l’oligarchia imprenditoriale finanziaria italiana lo ha messo in agenda appositamente e furbescamente perchè è terrorizzata dal 40%, un risultato che era fuori dai loro calcoli politici. Ho detto che Matteo su questo deve trovare una mediazione condivisa che tenga conto soprattutto della stragrande maggioranza dei suoi elettori: i lavoratori, dipendenti, indipendenti o precari che siano.
    Ripeto: questa partita ha un valore simbolico tremendo, e non si può essere così sciocchi da giocarla in modo muscolare contro la CGIL e contro la minoranza del PD. Se di muscoli si deve fare sfoggio, è a favore del popolo italiano e contro le oligarchie potenti, che non sono certamente quelle dei lavoratori a tempo indeterminato protetti dall’articolo 18. Dare la sgradevole impressione di essere supino nei confronti di quelle oligarchie, sarà certamente letale prima per il PD e poi per la carriera politica di Renzi. Visto come è messo l’articolo 18 dopo la fornero, contrappore i protetti dall’articolo 18 ai precari è contraporre i deboli ai debolissimi, e dà la sgradevole impressione di essere al servizio dei veri forti di sempre.

  7. David,stai sentendo Poletti, famoso destro amico di Brunetta?
    PC

  8. Provo a rifare una domanda semplice, ma, a mio parere importante per capire se stiamo parlando di cose concrete o no.
    Perché la LISTA TSIPRAS, certamente portabandiera dell’art. 18, ha fatto flop ?
    Saluti.
    Paolo Caimi

  9. Paolo, ma è semplicissimo.
    Oggi per acchiappare i voti ci vuole un capo che sia come Berlusconi (giovane, non adesso che è rincoglionito quasi come bossi), come Grillo e come Renzi. Diciamo un carismatico, certo ognuno a modo suo. Io per dire tra Grillo e Berlusconi dalla a torre butto giù certamente Grillo che è un cialtrone galattico. Questo è il primo punto del principio “l’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto”.
    Tsipras era un minestrone malcotto inutile guidato da un greco che l’Italia l’ha vista in cartolina o in gita. Il un programma politico era generico e impraticabile. Una progetto politico demenziale, come tutte le precedenti concepite da una certa sinistra che rispetto ai valori è rigorosamente parolaia, inconcludente.
    Noi del PD ci misuriamo da decenni con la concretezza delle scelte amministrative locali. La politica amministrativa locale è una grande scuola di politica perché quando sei lì e c’è un problema le chiacchiere stanno a zero.
    La tradizione del Partito Comunista Italiano a partire da Palmiro Togliatti è sempre stata e trema fermezza sui valori, ma flessibilità quanto basta per applicarli oggi, subito, adesso, in quantità proporzionata alle circostanze, nel presente, incidendo realmente subito nella vita delle persone. Tutta la cosiddetta sedicente sinistra fuori dalla storia del PCI-PDS-DS-PD a cui io mi onoro di appartenere non ha mai voluto fare i conti con questo “realismo togliattiano” e quando si è scontrata con la sua stessa inconcludenza si è divisa in due tronconi: gli squallidi opportunisti, i deliranti onnipotenti terroristi.

  10. No, è tutto tranne che semplicissimo, come scrive Salvati sul Corriere. lascio a te i paralleli che proponi, che mi dicono la solita cosa della sinistra Tafazziana .
    Davvero non c’era necessità di andare così indietro, la Storia è utile se non serve solo per dire come eravamo belli, la mia domanda è sulle elezioni di oggi e su come si sono divisi, in modo indiscutibile, i consensi. Faccio un puro ragionamento di numeri che in democrazia, piaccia o no, hanno un grande peso.
    Saluti.
    Paolo Caimi

  11. Paolo, la mia idea di tafazzi di sinistra è esattamente e specularmente opposta e contraria alla tua. Per me il tafazzismo di sinistra è quel modernismo che da quando è nato il PD pensa e dice che il liberismo è di sinistra. Per me il tafazzi di sinistra è Veltroni per te scommetto che è Bersani.
    Abolire il passato e vedere solo il presente, perdere le proporie radici, significa essere condannati a proporre come modernizzazione, come novità assoluta, progetti e idee dell’Ottocento. Superare il Novecento non significa fare retromarcia verso l’Ottocento.
    E sto anche io parlando di voti. Diciamo che il 15% del 40% di Renzi è gente che ha una memoria da elefante e che non puoi prendere per il culo vendendogli come grande novità moderna le ricette che hanno il fondamento nei principi dell’Ottocento.
    Supponiamo che questo 15% si rompa i “cabassisi” e raggiunga il 20% di Grillo (che è composto per il 90% da persone che si sono rotte i “cabassisi” di deficenti inconcludenti sedicenti “sinistra radicale” e di un PD che giudicano servo dei padroni). Risultato in voti: M5s 35%, PD 25%.
    E supponiamo poi che rottamata la mummia Berlusconi la destra tiri fuori dal cilindro uno con gli “attributi” (sta scaldando i motori Corrado Passera). Dal 25% di Renzi togliamo un altro 10% che sono gli antiberlusconini di destra, di quelli che se c’è uno coi “cabassisi” tornano a casa perché all’imitazione preferiscono l’orginale. A Renzi rimane il 15% mentre FI va al 25-30%.
    A Marchione è sfuggita una frase, un lapsus, parlando di Renzi: «Lo abbiamo messo lì per…»
    Sto parlando di voti anche io Paolo, credimi.
    I poteri forti, che come tutti sanno sono di destra, soffiano vento nelle vele di Renzi perché è l’unico che può tenere testa a Grillo. Quando a destra ci sarà un robusto antigrillo, il vento nelle vele del PD sparisce come per magia, e la barca si arena.

  12. David, scusa, ma al di la di tutti i tuoi se, perché hai scritto che Renzi era l’uomo giusto ecc.? Perché era di moda? Sinceramente non capisco. La pensi come Fassina o D’Alema? Ok non c’è niente di speciale ( stavo dicendo siete in tanti, ma non sembra).
    Devo dire che i tuoi se, sono molto se e non sembrano tenere conto di nessuno dei segnali concreti: voti, sondaggi, parlare con la gente ( non con gli iscritti). Con tutti quei se, se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un tram.
    Ma questo conta poco, quello che conta è la domanda all’inizio, o ti sei sbagliato prima quando eri contro, o ti sei sbagliato dopo quando eri a favore, o ti stai sbagliando adesso, decidi.
    Saluti.
    Paolo Caimi

  13. Ancora una cosa, Passera. Mi pare che di cosidetti tecnici ne abbiamo già visti. Tra l’altro il nostro si dimentica di Alitalia e Airone, ma quando sarà il momento qualcuno glielo ricorderà.
    Se questo è il leader carismatico…
    Saluti
    Paolo Caimi

    PS all’elenco di cui sopra aggiungi anche Saccavini e Andrea D.

  14. Paolo. Ho una mentalità da analista e quindi i “se” e le ipotesi sono il mio pane quotidiano. Da piccolo, molto piccolo (10-13 anni), ero un campioncino di scacchi. Praticamente imbattibile, poi mi sono perso dietro alle gonne… Negli scacchi i “se” sono la chiave e quanti più ne sai calcolare meglio è.
    Si tratta di prevedere un certo numero di scenari e poi di progettare delle soluzioni adeguate a ciascuno scenario. La politica per certi aspetti è un’arte militare e non ci si può fare trovare impreparati dal nemico, bisogna esser capaci di guardare avanti.

    Ribadisco che Renzi è l’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto, ma questo non vuole dire mandare giù tutto prescindere.
    L’uomo ha davanti la sfida più difficile, quella dell’economia e del lavoro. Occorre una enorme astuzia e capacità comunicativa. Constato intanto che ha letto il mio intervento e mi ha ascoltato (fantasia un po’ delirante ma mi piace pensarlo): in Direzione ha concesso qualcosa alla minoranza, domani incontra i sindacati… ottime scelte, è la via giusta. Occorre proseguire insieme, tutti insieme, uniti, tenere tutti in giusto conto. È l’arte della politica.

    La gente ha dato credito a Renzi. Tanti nel PD, e ha fatto bene. L’unico ad avere la forza morale e psicologica per fare un cambiamento.
    Il vento però sta cambiando ed è il tema del lavoro, con la sua potenza simbolica, che agisce nel cuore e nella mente della gente. È la terza volta che mi fermano all’Esselunga di Buccinasco. Mi dicono più o meno “ tu sei del PD, ti ho visto al tavolo delle primarie. Io ho votato Renzi ma non è giusto togliere diritti ai lavoratori. Se lo fa Marchionne ci sta, ma il Pd non è il partito di marchionne vero?”. Io rispondo che Renzi non può andare allo scontro con le forze produttive, né con le imprese né coi lavoratori, deve trovare un quadra per accontentare tutti ed essere convincente.

    Mi sono sbagliato? Sì, nel novembre 2013 quando ho pensato che Cuperlo potesse avere la forza di guidare il PD, o quantomeno di conquistare molto più consenso di quello che ha ottenuto. Ero certo della vittoria di Renzi (per la questione del vento e di chi lo soffia) ma vedevo Cuperlo al 45%. Previsione errata. Con comportamenti del marzo e aprile 2013 la vecchia classe dirigente del PCI si è scavata la fossa. E ben gli sta.

  15. “A Marchione è sfuggita una frase, un lapsus, parlando di Renzi: «Lo abbiamo messo lì per…» ” Direi che vivi qualche contraddizione in seno al popolo
    Saluti.
    Paolo Caimi

  16. Una richiesta, perentoria, raccogliete le firme per buttare fuori l’onorevole Miccoli che, con la patetica scusa della Borsa, ha fatto insieme a tal Rampelli ( se ho capito bene) un’interrogazione su Juve/Roma, direi che sarebbe uno straordinario segno di serietà.
    Saluti.
    Paolo Caimi

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