L’appello di papa Francesco ai mafiosi: convertitevi o finirete all’inferno

Il pontefice accanto a don Ciotti nella parrocchia romana di San Gregorio VII per condividere la testimonianza dei familiari delle vittime innocenti della violenza mafiosa
Europaquotidiano, 22 marzo 2014, di Maria Galluzzo

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L’appello più forte è rivolto ai grandi assenti alla veglia per le vittime innocenti della mafia: agli uomini e alle donne della mafia. Assenti ma protagonisti di tanta violenza e di tanto dolore. Nel cuore della parrocchia romana di San Gregorio VII, a due passi dal Vaticano, papa Francesco li chiama in causa. Sembra quasi trascinarli fisicamente all’interno di quella chiesa. Chiede loro di convertirsi, di cambiare vita, di smettere di fare del male. Glielo chiede «in ginocchio», per il loro bene. Sono ancora in tempo per cambiare strada, per non «finire all’inferno», lì dove li condurranno il potere e il denaro insanguinati, frutto di affari sporchi e di crimini.
È una scossa fortissima come quella che ventuno anni fa provocò Giovanni Paolo II ad Agrigento, quando invitò i mafiosi di convertirsi perché sarebbe venuto il «giudizio di Dio».

Nella parrocchia romana, nella quale papa Francesco è entrato tenendo per mano don Luigi Ciotti, come un padre fa con un figlio, scorrono in un paio di ore vent’anni di morti e di sangue. Sono racchiusi nell’elenco delle 842 vittime innocenti della mafia i cui nomi vengono scanditi dai familiari che si alternano al microfono. Un drammatico elenco cronologico che dal passato ci porta verso il presente.
Scorrono nomi noti e altri sconosciuti. A leggerli c’è anche Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, l’agente di scorta di Giovanni Falcone. Aveva 22 anni quando il suo Vito fu trucidato e un bambino di quattro mesi. Nel giorno dei funerali per la strage di Capaci chiese disperatamente ai mafiosi: «Io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio». Ieri ha preso brevemente la parola per dire: «Grazie Gesù perché in tutti questi anni non ho perso la speranza». Ci sono i parenti di don Puglisi e di don Diana.
A leggere gli ultimi nomi è il giudice Giancarlo Caselli, che ha citato tra gli altri Domenico Petruzzelli, il bambino ucciso a Taranto pochi giorni fa. Un’ultima spietata esecuzione che poco dopo ricorderà anche papa Francesco: non hanno avuto «pietà» neppure per un bambino.
C’è dolore nella chiesa di San Gregorio VII. Incarna quello di tanti altri familiari che ieri non sarebbero potuti entrare nella piccola parrocchia romana, ma che oggi si ritroveranno a Latina, per la giornata nazionale della memoria e dell’impegno promossa da Libera, che si celebra da ormai 19 anni.
Ma c’è anche una grande speranza che accomuna tutte queste persone. Speranza di giustizia, il 70 per cento di loro, ha ricordato don Ciotti, non conosce la verità o la conosce solo parzialmente sul perché della morte del proprio caro. Speranza di un futuro diverso, di una democrazia senza macchie.
Papa Francesco ha espresso loro solidarietà e li ha ringraziati perché non si sono persi d’animo, hanno saputo dare testimonianza, perché non si sono «chiusi» ma «aperti, usciti, a raccontare» la loro esperienza. Consentendo così una più grande condivisione di quel senso comune di «responsabilità» che «deve vincere sulla corruzione in ogni parte del mondo».>

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Pubblicato il 22 marzo 2014, in EDITORIALI, POLITICA NAZIONALE con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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