UNA DOMANDA A RENZI

di Luca Landò – L’Unità, 12 Gennaio 2014

CHI TAGLIA E CHI ANNUNCIA, MA NESSUNO PROGETTA. BENVENUTI IN ITALIA, NONA POTENZA mondiale in caduta libera, ma primatista assoluta del tirare a campare: quello del 41,5% dei giovani che non trovano lavoro e quello di un governo che, se va bene, dicono che durerà al massimo un anno. Siamo il Paese del giorno per giorno e in questo, almeno in questo, possiamo dire che la politica sia in perfetta sintonia con la vita di una parte sempre più grande, sempre più vasta di italiani che non vedono il futuro e non sentono il presente. È in questo paesaggio postatomico (Cormac McCarthy non sarebbe riuscito a far meglio) che va in scena il complicato rapporto tra il presidente del Consiglio e il segretario del suo stesso partito. Cose che capitano, si dirà: se ne sono visti tanti di duelli in famiglia ai tempi della prima Repubblica e della Dc. Vero, ma erano altri tempi e altri Pil. E non c’era la globalizzazione e la concorrenza dei prezzi e dei prodotti, con gli altri Paesi che investono e crescono e tu, nona potenza mondiale, che resti lì a guardare e litigare.

Come tutti i duelli politici, anche questo procede a singhiozzo alternando i «Fassina chi» e i «Siamo su scherzi a parte» agli «incontri utili e produttivi», come quello a sorpresa di venerdì mattina tra premier e segretario. Guerra e pace, insomma, in attesa di ricominciare da capo.
Il motivo è evidente: Renzi è il nuovo che avanza, ma siccome a Palazzo Chigi c’è un signore che gli impedisce di avanzare oltre (la poltrona è occupata) il giovane segretario deve fare di tutto per tenere intatta la sua immagine di novità. Soprattutto non può mostrare di accettare le dinamiche, i tempi e nemmeno i luoghi di quella politica vecchia che intende cambiare, anzi rottamare. Renzi conosce bene gli strumenti della campagna elettorale permanente, fatta di annunci, attacchi e battute mirati a tenere aggiornato il suo profilo social di leader attivo e instancabile.
C’è però un problema. Se vuole candidarsi a guidare l’Italia e non solo il Pd, Renzi non può insistere sull’immagine unica del rottamatore senza macchia e senza paura, deve costruire, coltivare e difendere quella, assai diversa e impegnativa, dell’innovatore. I titoli del job act, per quanto sommari, vanno proprio in quella direzione e la piccola ola del centrosinistra (insieme alla reazione sfottente di Brunetta) indicano che si tratta di quella giusta. Nella direzione opposta s’incammina invece l’attacco a testa bassa  contro ministri e viceministri del governo.
Perché in assenza di una legge elettorale e della possibilità di tornare alle urne (Napolitano lo ha detto a chiare lettere: piuttosto mi dimetto) attaccare il governo in questo momento significa indebolire il Paese mettendo a repentaglio quelle misure, poche, che l’attuale esecutivo sta cercando di portare avanti. Tanto per esser chiari, non si può chiedere a Letta di cambiare passo e poi azzoppargli i ministri.
Guerra e pace, dunque: è probabile sia proprio questa la strategia di Renzi per essere anche domani il giovane dirompente che è oggi. Peccato che così facendo si corra un rischio, anzi due. Il primo è che il Pd finisca per presentarsi agli italiani come il partito del litigio e delle sfide interne. Un sondaggio di Demopolis realizzato per la trasmissione Otto e mezzo ha valutato che l’effetto Renzi ha portato il Pd dal 28% a quasi il 33%. Un balzo del 5% in una settimana è un talmente bel colpo che nasconde una domanda: se è possibile salire così in fretta, non si corre il pericolo di discese altrettanto rapide e forse più ripide?
Il secondo rischio è quello di una prolungata e pericolosa ambiguità: se Renzi crede, come ha fatto capire dopo l’incontro di venerdì, che questo governo possa davvero cambiare passo, è bene che il Pd lo appoggi, non a fasi alterne ma tutti i giorni, aiutandolo a superare nel migliore dei modi l’appuntamento del semestre europeo e rinviare al 2015 l’ipotesi del voto. Se così non fosse, non sarebbe meglio usare l’arma nuova della franchezza? E dire senza giri di parole: cari signori, qui non si cava un ragno dal buco?
Il dramma più grande, in questa situazione pericolosa per il Paese e gli italiani, è la mancanza di progetto, di uno sguardo lungo capace di decidere dove andare e come fare. Perché mentre litighiamo sulla casa e scivoliamo sui 150 euro da chiedere ai docenti, nessuno si occupa di ragionare sul domani, di pensare alle strategie per uscire dalla crisi in maniera strutturale e non episodica. Cose meno immediate della Tasi, tanto per intenderci, ma sicuramente più importanti. Se il futuro è nel digitale, perché la banda larga continua ad essere un oscuro oggetto del desiderio? E perché nel 2014 dopo Cristo il 25% dei Comuni (oltre duemila, tanto per intenderci) sono privi di connessione? Connettere tutti gli italiani: questa sì che sarebbe una grande opera da progettare. Che tra l’altro ci aiuterebbe ad abbattere tempi e costi della burocrazia che, calcolano, ci fa perdere ogni anno 31 miliardi di euro. Ancora: a ottobre la Banca mondiale ha stilato la graduatoria annuale dei Paesi che presentano le migliori condizioni per chi vuole aprire un’impresa. Al primo posto c’è Singapore davanti a Hong Kong, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Danimarca. Il Regno Unito è decimo, la Germania 21esima, la Francia 38esima. E l’Italia è  al 73esimo posto, dietro Bielorussia (63), Fiji e Samoa e appena davanti a Trinidad e Tobago e Ghana. E non è finita, perché se guardiamo le voci analizzate per stilare l’elenco, lo sconforto sale come lo spread ai tempi di Berlusconi: permessi di costruzione siamo al 112esimo posto (ci vogliono 11 procedure e 233 giorni); tempi per un allaccio elettrico 89esimo posto; ottenere un credito 109esimo; far rispettare un contratto 103esimo. La voce più negativa riguarda la tassazione che ci pone al 135esimo posto su 189 Paesi: i pagamenti delle tasse per una impresa in Italia sono 15 in un anno e richiedono 269 ore di burocrazia e di pratiche.
Di cose da fare, insomma, ce ne sarebbero tante. Perché non farle? E qui arriva una domanda che vorremmo rivolgere da tempo a Renzi: anziché sfidare Letta sul giorno per giorno, perché non spingere l’Italia a costruirsi un futuro? Perché Renzi non fa di questi punti un suo cavallo di battaglia? Gli consentirebbe di smettere la pericolosa armatura del rottamatore e di indossare il vestito più comodo dell’innovatore. In attesa che si liberi la poltrona di Palazzo Chigi (tra non molto, in ogni caso) potrebbe costruirsi l’immagine del politico che non guarda alle elezioni del giorno dopo, ma al Paese che vogliamo. Nell’Italia del tirare a campare sarebbe una novità. Quasi una rivoluzione.
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Pubblicato il 12 gennaio 2014 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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