IL TEATRINO DELLA POLITICA: IL PARTITO DI LOTTA E DI GOVERNO

di David Arboit

Il partito contenitore

In una sistema bipartitico e bipolare si afferma naturalmente una specifica forma di partito: il partito contenitore a vocazione maggioritaria. È naturale che sia così e, in un certo senso, non può essere diversamente. Il partito contenitore, o anche “partito pigliatutto”, è anche un partito a vocazione totalitaria. Il suo progetto politico è rappresentare il tutto, rappresentare tutta la società: la destra, la sinistra e il centro, per quel minimo di significato politico che nella confusione culturale di oggi possono ancora avere queste collocazioni politico-spaziali nella opinione pubblica.

Il partito pigliatutto è poco interessato alla diretta partecipazione politica dei suoi iscritti, non crede di essere strumento di pratica della cittadinanza, ha identità culturali debolissime, continuamente mutevoli, si potrebbe dire volatili, tanto che ciascuna delle tradizionali identificazioni politico-spaziali (destra, sinistra, centro) possono significare di volta in volta qualunque cosa, tutto e il contrario di tutto.

Per restare nel mio campo, tutto e il contrario di tutto può essere definito “di sinistra”. Ed è sulla via di questa stella polare che sembra essersi incamminato il Pd fin dalla sua nascita. Non so se sia stata una coincidenza astrale casuale o un progetto politico ma proprio nel 2007, in coincidenza con la nascita del PD, uscì un testo che (purtroppo) fece molto discutere nel mio partito: Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, Il liberismo è di sinistra, Mondadori. Non se ne è più parlato perché da lì a pochi mesi è scoppiata la crisi in cui ancora oggi siamo immersi. Prendiamolo però come esempio dell’estremo limite a cui può arrivare la cecità culturale.

Il partito pigliatutto è naturalmente, e direi programmaticamente, esposto alla pressione delle lobby e dei poteri forti della società e dell’economia (associazioni industriali, sistema bancario finanziario, associazioni professionali, ecc.) per la semplice ragione che questi in genere controllano la comunicazione e sono il fattore determinante di qualunque competizione elettorale in quanto gestori del marketing politico.

Nel partito pigliatutto la comunicazione è studiata con le forme del marketing commerciale e il sondaggio diventa lo strumento determinate di qualunque scelta politica. Non ci si colloca mai controcorrente. Si va sempre dove porta la corrente, si va sempre con il vento in poppa. Non si cerca mai di orientare il disagio verso percorsi razionali, semplicemente lo si cavalca a briglia sciolta.

Il partito pigliatutto cerca candidati possibilmente di bella presenza, che siano simpatici e accattivanti, che buchino il video.

Il partito pigliatutto non prende mai partito per gli uni o per gli altri per non scontentare mai né gli uni né gli altri. Offre perciò progetti politici sempre ammantati di neutralità, travestiti da scelte tecniche oggettive, e quindi ovviamente condivisibili da tutti. È quindi un partito intrinsecamente a vocazione trasversale e bipartisan. Tutte le scelte del partito pigliatutto devono essere bipartisan.

 

La rappresentazione di maggioranza e opposizione

Lo vocazione totalitaria del partito pigliatutto si esprime oggi con un ulteriore passo verso l’obiettivo del “rappresentare il tutto”. È una nuova versione del vecchio schema “partito di lotta e di governo”. È una interpretazione mass mediatica e rigorosamente marketing style oriented del vecchio schema.

Il vecchio schema del partito di lotta e di governo si basava su un assunto ideologico preciso: la democrazia liberale è uno strumento politico del capitalismo. Per questa ragione il partito antagonista, anti sistema, sta e non sta nello stesso tempo nelle istituzioni, sta al governo ma scende anche in piazza con i lavoratori.

Il nuovo partito pigliatutto espande il suo progetto politico imperialista nella iniziativa della “rappresentazione dell’opposizione”, inglobando scaltramente l’opposizione.

Rappresentare sia la maggioranza sia l’opposizione significa mettere in scena un falso dualismo e quindi questo rappresentare è un “rappresentare” squisitamente teatrale. Di queste rappresentazioni in Italia ne abbiamo almeno tre.

 

Il Pdl

La separazione Alfano-Berlusconi è stata già interpretata come geniale trovata pubblicitaria. Con questa scelta il centrodestra si trova sia al governo sia all’opposizione e nella prossima campagna elettorale potrà nello stesso tempo rivendicare meriti e denunciare demeriti sia dell’una sia dell’altra posizione, diventando bipartisan con se stesso e in se stesso. Autonomo e autoreferenziale all’ennesima potenza, perché l’opposizione non serve più, sono io l’opposizione, ma io sono anche il governo. Io sono tutto, Narciso all’ennesima potenza.

 

Il PD

Nel Partito Democratico obbedisce allo stesso schema la dialettica Matteo Renzi-Enrico Letta. Appurato che i due si differenziano per nulla riguardo a origini politiche, orizzonti culturali e strategie politiche fondamentali, è evidente che dal 9 dicembre anche il PD si appresta a rappresentarsi come partito di governo e di opposizione. Si moltiplicheranno dunque le differenziazioni tattiche perché il copione è questo che prevede. Una finta dialettica interna al PD che ha come obiettivo oscurare, distruggere, l’unica dialettica reale, effettivamente incidente sulla realtà e potenzialmente portatrice di cambiamento, che è quella tra socialismo e liberismo. Sì perché l’unica questione politica tanto seria quanto urgente oggi (attenzione! è concretissima, tutt’altro che ideologica) è la seguente: scartata l’opzione totalitaria comunista (proprietà statale dei mezzi di produzione) in che modo può la politica mettere sotto controllo il mercato, la finanza, il sistema economico? Chi non affronta di petto questa domanda, a prescindere da dove si schiera nel marketing della politica, si acconcia a diventare servo dello status quo.

Nel PD il progetto partito di maggioranza e di opposizione sarà attuabile nella misura in cui la conduzione renziana sarà di tipo populista e cioè fondata sul rapporto diretto e univoco leader-popolo. In vista dell’8 dicembre Matteo Renzi proporrà una lista di pochi punti molto chiari sui quali andrà a chiedere il voto del popolo del PD. Quello che metterà nella lista non importa, tanto ha già vinto sfruttando il sentimento giovanilista e la spinta alla rottamazione che alberga nella pancia del popolo del PD. Ottenuta la legittimazione popolare si rappresenterà come garante unico, e unico gestore autorizzato, della politica del PD. Il popolo mi ha votato, ha votato me, quindi fate quello che vi dico, altrimenti siete contro il popolo. Ingenuo chi come D’Alema pensa che gli organi di governo interni del PD possano in qualche modo limitare questa espansione.

Partendo da questo importante punto di forza Matteo Renzi incalzerà il Governo quotidianamente al grido di “il popolo del PD lo vuole” e metterà sistematicamente Enrico Letta all’angolo costringendolo a degli aut aut che in ogni caso saranno per lui devastanti. Aut fare quello che dice Renzi, il che significherà rendersi evidentemente irrilevante, aut opporsi, cioè contrastare quello che il popolo vuole ed essere rapidamente collocato nella lista degli oligarchi e della cattiva politica che ha già fatto tanto male all’Italia. Per il povero Enrico non c’è scampo. Le elezioni? Il più presto possibile perché bisogna rottamare i parlamentari bersaniani e uniformare il gruppo parlamentare al nuovo PD.

 

Grillo ed M5s

Il terzo teatro dove si rappresenta la finzione dell’opposizione è M5s. Riguardo a M5s il copione è più raffinato e scaltro. M5s si rappresenta come la vera opposizione alla rappresentazione di maggioranza-opposizione messa in scena dai partiti tradizionali (Pdl e Pd meno elle). Grillo e Casaleggio, due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing, hanno raccolto nelle elezioni di febbraio il sentimento di profonda indignazione diffuso nel paese. Grillo si è presentato con un programma elettorale confuso che mescolava liberismo e antiliberismo, apologie del capitalismo “sano” e anticapitalismo, centralismo e federalismo, idee libertarie, idee forcaiole e xenofobia (secondo la logica del partito pigliatutto), ma ha vinto muovendo e gestendo sentimenti come solo un vero artista di teatro sa fare.

Qual è il vero programma politico di Grillo? Cavalcando l’antipolitica, amplificando il sentimento e il grido “se ne vadano tutti” orienta ogni sua scelta politica quotidiana nel quadro della risposta a una sola domanda: come si fa ad andare nei palazzi del potere al posto di quelli là?

Ma il radicalismo purista, il rifiuto delle alleanze, l’assurdità elettorale dell’attesa del 51%, di fatto producono il nulla di fatto, producono il parcheggiare su un binario morto il disagio sociale e  i problemi reali che lo alimentano. La rappresentazione narcisistica e iperbolica della propria alterità, il “noi” e il “loro”, colloca il movimento di fatto fuori dal movimento reale della politica.

Anche qui fa capolino il progetto totalitario tipicamente narcisista. Noi possiamo essere il tutto, noi non vogliamo essere una parte, noi vogliamo essere il tutto. Chi si rappresenta come “parte” ha bisogno dell’altro, istituisce una dialettica, chi si rappresenta come “tutto” rifiuta l’altro e al limite né progetta (almeno come sogno) la distruzione. Se l’altro è abolito (onanismo politico), oppure non è differente da me, è semplicemente un mio clone, io sono destinato alla sterilità. Vale nel sesso ma anche nella politica.

Grillo ha riempito un vuoto politico creando un movimento-partito che è un diversivo.

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Pubblicato il 23 novembre 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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