IL PASTICCIO DEL TESSERAMENTO E LE PAURE DEL PD

David Arboit

Avrebbe dovuto essere una cosa seria e invece e diventato un’altra volta un pasticcio. Un pasticcio tremendo che sta alimentando potentemente il populismo, che sta dando potentemente fiato a tutte le peggiori valutazioni dell’antipolitica. Un pasticcio che che fa perdere agli elettori di Centrosinistra la voglia di partecipare alla vita politica nazionale, e per un partito nato per riforndare la politica e offrire spazi di partecipazione al popolo è una beffa.

La vicenda delle tessere farlocche produce una gragnuola di interventi a Radio popolare questa mattina. Sono tutti, uno dopo l’altro, interventi che esibiscono una pesantissima disillusione, che esprimo disgusto per queste “dinamiche interne” del partito, e distruggono ogni desiderio di partecipazione; in sintesi: mai più tessere, mai più primarie, è tutto inutile, che schifo.

Come è potuto accadere? La piegazione è molto semplice.

Quando pè stato varato il regolamento ogni persona di buon senso e razionale appartenente al PD ha pensato: la regola di fare tesserare le persone fino all’ultimo minuto è un errore madornale, è pericolosissima. È evidente a chiunque utilizzi un po’ di buon senso che con questa regola si apre la porta alla possibilità del tesseramento di “cani e porci” in funzione di progetti strumentali di potere. Che senso ha tesserare a chiunque, a gente sconosciuta, a gente mai vista, a prescindere? La ragione, il buon senso, visti i tempi e i modi della politica, non pretende che si faccia come una volta, quando prima di avere la tessera del PCI c’era un apprendistato politico da fare; anche se ripensandoci questa vecchia modalità appare non priva di saggezza se si ipotizza che scegliere di prendere la tessera di un partito sia una cosa seria, un impegno, un presa di posizione importante.

Ma allora, se è così, per quale ragione è stato votato un regolamento che conteneva una falla così evidente e clamorosa, una falla che prodotto un grave danno, un danno che si poteva facilmente prevedere?

È stata votata per paura. La paura sembra in certe fasi prevalere nel PD come criterio fondamentale delle scelte. Per paura di che? Per paura del vittimismo, strumento tipicamente populista, come insegna il Gran Maestro nazionale del populismo Silvio Berlusconi. Il vittimismo populista è stato sparso a piene mani gonfiando a dismisura il tema della “polemica sulle regole”, una polemica che se osservata con razionalità e freddezza era ed è assolutamente priva di fondamenti reali.

Non a caso, in fase di redazione del regolamento delle primarie 2013, c’è chi la polemica sulle regole l’ha evocata ad arte e per ragioni strumentali. E sì perché se si fosse deciso che il voto nei circoli era un diritto solo e soltanto di chi alla data di approvazione del regolamento era già tesserato, i populisti del PD avrebbero gridato allo scandalo e avrebbero tirato fuori la solita propaganda sulla volontà del partito di impedire la più ampia partecipazione per danneggiare qualcuno. Una affermazione falsa, che si è dimostrata evidentemente falsa e strumentale, in particolare a Buccinasco ma anche nel resto dell’Italia, grazie alla straordinaria partecipazione suscitata dalle primarie 2012 per il candidato Presidente del Consiglio vinte da Pierluigi Bersani.

Adesso, accade che una scelta evidentemente sbagliata produce conseguenze che chiunque poteva facilmente prevedere e danneggia pesantemente il Congresso: si parla delle regole, si parla di nuovo di un Partito che trucca la competizione interna per la leadership, non si parla della identità e della cultura del partito.

Un danno di immagine incalcolabile generato da smanie di potere e ambizioni squisitamente personali che sembrano avere la priorità su tutto e su tutti, a prescindere e in ogni caso. Per quale ragione gli italiani dovrebbero oggi dare fiducia, cioè affidare con fiducia il governo del Paese, a un Partito che dà di sé un’immagine così poco edificante? È un colpo al cuore della “forma partito” come strumento utile per la democrazia popolare: e se fosse un progetto preciso?. Una forma partito che da questa vicenda viene rappresentata solo e soltanto come strumento nelle mani di oligarchie assetate di potere. Un altro passo avanti verso la democrazia populista, verso la demagogia carismatica come motore della poltica.

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Pubblicato il 9 novembre 2013 su POLITICA LOCALE, POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Egregio Davide,
    io di tessere nel portafoglio non ne voglio avere,
    ma mi aggrada parlare con i miei Amministratori,
    anche solo due chiacchere, visto che in Politica sono un ignorantotto.

    A quale classe sociale appartengono Bersani, Epifani e Renzi ?

    Prendiamo quest’ultimo, colui che vincerà.

    Io ho apprezzato il tuo – consentimi la familiarità – intervento in Consiglio, “giacobino”, sulla ricchezza dei politici,
    e l’ho letto così: meglio un benestante che può pagarsi una trasferta,
    rispetto a chi si attende la cinquina dalla Politica, e da essa non acquista la Signorilità.

    In analogia, dicevo: chi è Renzi, e cosa sarà il PD ?

    Basta guardare i suoi nemici:
    – disprezzato dai ricchi
    – odiato dai poveri
    – ridicolizzato dagli intellettuali.

    Perfetto: è un borghese, che si rivolge al ceto medio produttivo.

    E il borghese è a favore della meritocrazia, come miglior mezzo per arricchirsi.

    Al Renzi borghese i valori, o forse anche gli ideali, non interessano molto.

    E’ un uomo pratico,
    un moderno Francesco Datini, con le sue lettere di cambio e i suoi mercati nelle Fiandre.

    Alle classe base, operaia, i borghesi sono molto più nemici dei “padroni”.

    Molto, molto più signorili altri uomini del PD (penso a D’Alema ed E. Letta) !!

    Ringrazio.

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