GIANNI CUPERLO: «ORA IL CONGRESSO PUÒ PREPARARE IL CANTIERE PER L’ALTERNATIVA»

Gianni-Cuperlo_02MARIA ZEGARELLI, l’Unità 3 ottobre 2013

Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria Pd, parla di una «frattura senza ritorno» che si è consumata ieri nel Pdl. Nulla sarà mai più come prima, anche se l’ evoluzione di questo strappo non è ancora completamente scritta. Secondo il parlamentare Pd è Silvio Berlusconi il grande sconfitto di questa ennesima giornata scandita dai colpi di teatro di un partito al cui interno è successo tutto e il contrario di tutto.

Il colpo di scena in Senato di Berlusconi è l’ammissione di una sconfitta? «Direi che è stata la capitolazione di un leader che ha segnato più di chiunque altro la vicenda italiana dell’ultimo ventennio e che è giunto da tempo alla fine della sua parabola pubblica. In questo la giornata di ieri è uno spartiacque e non solo per la durata del governo che da un passaggio delicatissimo esce rafforzato. La novità riguarda la direzione che la crisi italiana è destinata ad assumere. In particolare l’impatto che la frattura della destra potrebbe avere su un sistema democratico scosso da un sentimento popolare di rifiuto. La capriola di Berlusconi nel voto di fiducia ha certificato la fine di una egemonia ventennale sulla sua creatura padronale. Penso davvero che egli non possegga più una sola parola che parli al presente o al futuro dell’Italia. E noi, per nessuna ragione, possiamo restituire un ruolo da interlocutore a chi ha violentato in modo sistematico le regole e la concezione liberale della democrazia».

È una nuova maggioranza quella che sostiene Letta o la riedizione di quella che c’era fino a qualche giorno fa? «Impossibile dire che non è cambiato nulla. Per certi versi anzi può cambiare tutto. Al fondo la seconda Repubblica sta finendo assieme all’agonia del suo primo attore. La bancarotta del suo modello, di partito, di democrazia è sotto agli occhi».

Sarà un governo più forte, libero dagli ultimatum, o si ricomincerà a ballare? «Questo dipenderà anche da noi e dalle condizioni che sapremo dettare. Ne indico due. La prima è il bisogno che questa novità coincida con un governo dotato della forza, politica e numerica, per aggredire alla radice il dramma sociale che scuote il Paese e ne mette a rischio la tenuta. Tradotto vuol dire che la nostra agenda di governo dovrà indicare per nome le questioni che riteniamo non più rinviabili a cominciare dal contrasto a diseguaglianze divenute immorali e a un impoverimento del ceto medio che ha messo in ginocchio la parte più offesa della società. La seconda condizione, dopo anni di una regressione civile e culturale, deve esaltare la dignità della persona che lavora, che un lavoro lo cerca o che ha smesso persino di cercarlo. Questo è il terreno dove, più che in passato, la sfida etica lanciata dal nuovo pontificato si salda coi fondamenti di una sinistra che ha il dovere di immaginare l’economia, i diritti, i rapporti di forza nello Stato e nel mercato, dopo la destra e la sua egemonia».

La nascita di un nuovo gruppo segna di fatto la fine del ventennio berlusconiano? «Segna una frattura che mi auguro sia senza ritorno. Il punto è se, per la prima volta dalla nascita di questa destra, una sua componente si mette alla guida di un nuovo campo conservatore, in un solido ancoraggio repubblicano. È vero che Casini e Fini avevano già contestato il dominio di un Capo. Ma erano espressione di culture esterne al ceppo originario. Adesso invece può entrare in campo un’altra cultura che, pure se generata dentro l’imprinting di Arcore, rompe con quella matrice. Ci troviamo in una terra di mezzo. Tra un “prima” che non regge più di fronte alla crisi del sistema-Paese. E da qui, l’isolamento di Berlusconi da parte di interessi e poteri dell’economia, dell’informazione, e praticamente di tutte le agenzie di senso che orientano la grande opinione pubblica. E un “dopo” che potrebbe cambiare la natura degli eventi molto oltre i confini della cronaca. Penso che noi abbiamo il dovere di sostenere questa prospettiva con il rilancio di riforme nette nell’impatto che avranno su un sistema pervaso da rendite e incrostazione».

Non crede che questo segni l’inizio di un percorso che porta a un sistema proporzionale? «Non lo so ma eviterei di perseverare nell’errore degli anni passati, l’idea che le regole fossero da sole in grado di plasmare il sistema politico secondo gli umori dei vari ingegneri elettorali. Ripeto, siamo di fronte a un fatto che potrebbe avere delle conseguenze profonde sull’assetto del sistema istituzionale e delle culture in grado di farci uscire da questa fallimentare seconda Repubblica. Quanto alla legge elettorale penso che valga l’impegno preso: si metta la riforma all’ordine del giorno delle Camere e si veda lì chi vuole davvero inchiodare il paese al suo passato».

Il Pd come esce da questa giornata che Letta ha definito storica? «Come una forza popolare e responsabile, che ha retto compatta il tentativo di una spallata ai principi costituzionali. Per noi esiste un legame solido tra l’assetto del sistema politico e l’uscita dalla crisi che divora redditi e fiducia. L’idea che la politica sia l’ostacolo da abbattere è una sciagura prima di tutto sul piano culturale. Ma questo rende la funzione del nostro partito ancora più decisiva. E allora non si va avanti soltanto nel nome della stabilità. Si va avanti, e io penso che lo si debba fare sotto la guida autorevole di Enrico Letta, per parlare a tutti ma in particolare a quella parte che si trova oggi sull’orlo di una caduta, senza che partiti e istituzioni abbiano avuto la forza per garantire a milioni di persone, e a due generazioni di ragazzi, la speranza di un riscatto possibile. E bisogna farlo rivendicando il primato di una democrazia che dovrà ricostruire una trama di principi, a cominciare dalla legalità, slabbrati da anni di prepotenze».

Questo giro di boa mette in sicurezza il congresso e i tempi stabiliti? «Me lo auguro per il bene del Pd. Se davvero siamo a un passaggio decisivo bisogna che noi per primi decidiamo, assieme, di sostenere con lealtà e incalzandolo l’azione del governo. E allo stesso tempo dobbiamo riaprire adesso, non tra un anno, quel cantiere dell’alternativa e di un centrosinistra ampio e invaso dal meglio della società consapevole e dei movimenti, senza dei quali perderemmo di vista l’orizzonte di una grande partito democratico e della sinistra dopo la parentesi di oggi. Il nostro futuro è nelle nostre mani a cominciare dall’idea di Paese e dal modello di partito. Sono certo che nel congresso su tutto ciò sapremo dire parole di verità».

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Pubblicato il 7 ottobre 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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