TELECOM E ALITALIA: CAPITALISMO CIALTRONE + POLITICA SERVILE = FALLIMENTO

David Arboit

La miscela devastante che ha portato l’Italia alla rovina si è formata mescolando un capitalismo cialtrone con una politica servile. In questi anni si è soprattutto puntato il dito sulla politica, sui limiti colossali della politica, e lo si è fatto magari dalle colonne dei giornali di proprietà di quel capitalismo straccione che ha portato alla rovina Telecom e Alitalia con una politica industriale completamente sbagliata. Telecom e Alitalia sono però anche simboli smaccatamente evidenti della incompetenza e della meschinità della oligarchia imprenditoriale e finanziaria italiana, che incapace di fare veramente impresa e di competere veramente sul mercato globale, si è garantita per decenni la sopravvivenza combinando pastette con una politica servile che gli ha sempre fatto da stampella quando si è trattato di avviare e portare avanti privatizzazioni realizzate senza soldi, cioè utilizzando il denaro di banche compiacenti.

Il fatto

E così, alla fine, Banca Intesa, Mediobanca e Generali hanno ceduto il controllo di Telecom Italia alla società privata spagnola Telefonica garantendole il controllo (60% dei titoli con opzione per il 100%) di Telco, una società che ha sua volta controlla Telecom, essendo azionista di riferimento del gruppo. Gli Spagnoli con solo circa 300 milioni si portano a casa il controllo di un’azienda che è attualmente quotata in Borsa al valore di 7,7 miliardi di euro. Per le banche si è trattato di uscire con meno danni possibile da un affare per alcuni aspetti poco redditizio garantendosi un prezzo di acquisto delle azioni che è il doppio dell’attuale valore di mercato. Le banche alla fine se la svignano anche perché non sono imprenditori del settore e non hanno né le competenze né gli uomini per realizzare una vera politica industriale, ma hanno comunque incassato da Telecom negli ultimi dieci anni oneri finanziari per circa 3 miliardi all’anno. È il risultato inevitabile delle privatizzazioni all’italiana, delle privatizzazioni fatte dagli imprenditori senza soldi.

Le azioni di Telecom ieri hanno perso più del 4% perché pare poco probabile che gli spagnoli facciano investimenti nel nostro paese. Anche Telefonica ha un indebitamento molto alto e il futuro più probabile per Telecom è lo spezzatino: frazionamento degli asset e vendita opportunistica.

«I capitani di sventura – scrive Stefano Feltri su Il Fattoquotidiano di ieri – che hanno distrutto Telecom sono gli stessi che governavano il grosso del capitalismo italiano di relazione: comandano su Rcs-Corriere della Sera, a un passo dal portare i libri in tribunale, hanno “salvato” l’Alitalia, che domani sarà consegnata ad Air France, con tante scuse; hanno creato mostri finanziari come Romain Zaleski e Salvatore Ligresti, capaci da soli di destabilizzare i bilanci delle grandi banche. I nostri capitalisti all’impresa hanno preferito la rendita, compiacendosi nelle articolesse encomiastiche che ottenevano sui giornali di cui erano proprietari. Questa classe dirigente è stata definita come una “élite estrattiva”: ha svuotato il Paese che le era stato affidato e, una volta consumato il bottino, ne consegna i rimasugli al primo straniero che passa».

Queste affermazioni nette di Feltri sono sostenute da riscontri economici precisi – fonte Il Sole 24 ore – : mentre i titoli del settore delle telecomunicazioni europee hanno guadagnato mediamente il 15%, il titolo Telecom dalla privatizzazione ad oggi ha perduto il 25%; se poi si valuta il calo del titolo a partire dal suo massimo storico toccato nel 2005 si nota che ha perso il 90% del valore, buttando nella spazzatura 42 miliardi di euro di capitalizzazione. Negli ultimi 10 anni, però, ma guarda un po’ il caso, sono stati distribuiti complessivamente 11 miliardi di euro agli azionisti.

All’origine del disastro un percorso di privatizzazione completamente sbagliato (ma Massimo D’Alema non lo ha ancora capito), che ha portato un’azienda sana, l’antica e famosa Stet-Sip, guidata dai tanto vituperati manager di Atato, allora all’avanguardia e tra i leader in Europa, all’odierno e inglorioso capolinea. Il veleno dell’ideologia liberale e liberista fu inoculato per la prima volta svendendone il controllo per quattro soldi alla finanziaria Ifil d Fiat, poi ci fu la cordata Colaninno e soci (Niutti) voluta da D’Alema & C: con loro il debito di Telecom passa da 10 miliardi a 23 miliardi perché l’acquisto è stato fatto indebitandosi con le banche, con la seguente e obbligatoria cessione di asset importanti (svendita di Omnitel). Poi il passaggio a Tronchetti Provera organizzato da Berlusconi (il debito per la stessa ragione passa 50 miliardi), in una caduta inarrestabile fino al disastro di oggi. Questo è il percorso che ha portato alla morte finanziaria e di conseguenza industriale dell’azienda perché con un debito del genere non è più possibile fare investimenti.

E dire che c’è ancora oggi chi va in giro a parlare di privatizzazioni e impunemente; che coraggio!

Le reazioni del governo

Sul tema Telecom il governo ha dimostrato ieri con chiarezza di non essere all’altezza dei compiti storici che l’Italia deve affrontare in materia di politica economica e in particolare di politica industriale. I commenti sono stati una gara senza esclusione di colpi al gioco “Ci fai o ci sei”.

Primo premio al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Ha demolito ieri il piccolo patrimonio di credibilità che aveva accumulato in questi mesi con una affermazione sconcertante: «Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionale, ma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo». Ignoranza? Malafede? Cieco furore ideologico iperliberista? Poco importa. Qui non si tratta di mettere in campo un vetero nazionalismo ormai ridicolo di fronte al sistema economico globale, di difendere la cosiddetta “italianità”, ma dell’azienda Italia, di un potenziale industriale che è doveroso lavorare per sviluppare e tenere sotto controllo per garantire al nostro Paese la possibilità di avere un reale peso politico ed economico nelle relazioni internazionali. Sarebbe stato un eccesso di Statalismo fare intervenire (varando un’apposita legge) la Cassa dei Depositi e Prestiti, che ha liquidità inutilizzate per 140 miliardi, per evitare la svendita di un asset strategico in molti sensi?

Lo stato, comunque, può e deve esercitare la “golden share” di cui dispone secondo gli indirizzi prescritti dalla UE (golden power), lo Stato può prevedere lo scorporo dell’infrastruttura della rete, lo stato insomma deve trovare delle soluzioni per governare l’economia nel rispetto del libero mercato. E non si poteva provvedere in tempo a legiferare in materia di “golden power” secondo le indicazioni della UE? L’idea di esercitare sulla società spagnola una sorta di “moral suasion” è una colossale sciocchezza perché significa rinunciare ha usare i poteri che lo Stato ha il diritto e il dovere di esercitare. In questo modo si diventa complici della distruzione del sistema industriale italiano e di un’ideologia economica fallimentare. Può essere utile che il Presidente del Consiglio, invece di disarmare, si rilegga il secondo comma dell’articolo 42 della Costituzione e si faccia consigliare da esperti sui poteri che lui ha il diritto e il dovere di esercitare nell’interesse dell’azienda Italia.

Secondo Premio “Ci fai o ci sei” al Ministro per lo sviluppo economico (!!!) Flavio Zanonato: forse meritava il primo, perché le parole sono più gravi di quelle di Letta, ma vale il principio di responsabilità istituzionale. «In Telecom è successo pochissimo. – dice il ministro in una intervista – È semplicemente successo che Tefonica ha comprato la maggioranza assoluta delle azioni Telco, e che controlleranno il 22 e mezzo per cento di una società in cui il 77, 5% non è Telco. Non è quindi che è diventata Telefonica la proprietaria di Telecom. Adesso bisogna attuare politiche per evitare eventuali danni.» A parte la contraddizione interna al discorso stesso (se non è successo niente come mai ci sono danni da evitare), come si può ignorare che oggi nel mondo globalizzato non è necessario avere il 51% delle azioni di una società per controllarla? Quindi tutta la discussione aperta dai quotidiani italiani sul problema e un polverone inutile per una preoccupazione senza senso? Come non ipotizzare che siccome le due aziende sono competitor sugli stessi mercati, Telefonica possa razionalizzare gli asset affossando quelle parti di Telecom che fanno concorrenza ai suo prodotti? Che ne sarà di Tim Brasile, per esempio, e degli asset dell’Argentina?

Terzo premio per la gara “Ci fai o ci sei” ad Antonio Catricalà viceministro dello Sviluppo Economico: «Il Governo è stato avvertito dell’operazione a cose fatte. Non sta a me esprimere un giudizio in merito a ciò che è accaduto nella notte tra il 23 e il 24 settembre nell’ambito di una Società totalmente privata. Certo è che fino a quella notte le scelte in campo riguardavano le opportunità che il presidente Bernabè offriva alle società con lo specifico fine di incrementare le capacità di Telecom di investire, mantenere il proprio rating, e aggredire il mercato». Membro negli anni passati dell’Authority sulle telecomunicazioni (!!!) il Catricalà casca anche lui dalle nuvole e, ovviamente, nonostante il ruolo che ricopriva, si tira fuori dal disastro. E poi in che mondo ha vissuto Catricalà visto che da mesi si parlava della possibilità di questa operazione? Mediobanca ha annunciato a giugno sul Corriere della Sera l’ipotesi di togliere i suoi capitali da Telecom.

Terzo premio exequo a Franco Barnabè, Presidente di Telecom, che questa mattina ha dichiarato in Senato «Abbiamo saputo dalla stampa dell’accordo parasociale tra gli azionisti di Telco, ma l’esito non è scontato». Anche Barnabé da mesi non legge i giornali, e nessuno dei suoi impiegati gli fa una rassegna stampa sugli articoli dedicati all’azienda che dirige!

Osservazioni

Certo è che tutto questo far finta di non sapere, questo cascare dalle nuvole, questa beata ignoranza e ingenuità inducono proprio a pensar male.

Telecom è un riscontro evidente del perverso e mortifero intreccio tra politica servile e oligarchia economica e finanziaria italiana, un intreccio che per il nostro paese è un palla al piede insopportabile, una zavorra che la dinamica del mercato globale ci obbliga a scaricare al più presto.

L’intreccio perverso di oligarchie che ha prodotto il danno è la stesso che, a partire dal Governo Monti, tenta disperatamente e con ogni mezzo di evitare che il governo del paese cada nelle mani di chi potrebbe fare riforme tanto radicali quanto necessarie, che potrebbero intaccare privilegi e poteri e far pagare a loro stessi qualcosa dei loro errori, invece di scaricare sul popolo italiano, su di noi tutti,  l’onere di ripianare la loro inettitudine.

Contrariamento a quanto scrive la maggioranza dei giornali, l’operazione Telecom-Telefonica e tutt’altro che chiusa. Si può fare ancora qualcosa, si può fare molto. Il fatto che la si “venda” come cosa fatta, che la si interpreti con rassegnazione come frutto inevitabile del passato e di un mercato libero gestito da operatori privati induce parecchi sopetti.

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Pubblicato il 26 settembre 2013 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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