11 SETTEMBRE 1973-11 SETTEMBRE 2013: IL GOLPE IN CILE E L’ITALIA

pinochet_allendeDavid Arboit

Data tragica quella dell’11 settembre 1973. Una data certamente storica e che ha segnato profondamente prima di tutto la storia e la vita pubblica e privata dei cileni , ma anche di tutta l’America latina e, per quanto riguarda l’Europa, in particolare dell’Italia. Data che è necessario celebrare perché si tratta di un passato che è per alcuni aspetti presente nel funzionamento del sistema politico italiano.

Nella vita politica italiana il golpe cileno ebbe una eco un peso politico enorme. Mostrò e dimostrò a tutti con grande chiarezza fino a che punto erano disposte ad arrivare le oligarchie economiche e politiche nazionali e internazionali che contrastavano la possibilità di un governo democratico di sinistra: se si trattava di eliminare tutta la classe dirigente di sinistra del paese non c’era problema. 1000 morti? Va bene? 10.000 morti? Va bene, è un prezzo che si può pagare.

Che queste forze giocassero la partita politica in modo scorretto, che non avessero alcuno scrupolo, dopo piazza Fontana (12 dicembre 1969) gli italiani lo sapevano già: non era una novità nel nostro paese l’ipotesi di un golpe che potesse togliere di mezzo definitivamente il Partito Comunista Italiano. Tuttavia non si pensava si potesse giungere a tanto, non si pensava si potesse giungere a spazzare via con inaudita violenza il governo socialdemocratico di Salvador Allende assieme a migliaia di dirigenti e militanti di sinistra. Fu chiaro che chi aveva agito in Cile agiva anche in Italia ed era disposto a utilizzare mezzi simili se non identici; solo 7 mesi dopo, il 28 maggio 1974, un altro messaggio: la strage di Brescia, la bomba in Piazza della Loggia contro la manifestazione sindacale, un avvertimento molto chiaro.

Per i duri d’orecchi, e tanto per chiarire, la lezione politica cilena venne ripetuta ancora una volta poco dopo, il 24 marzo 1976, in Argentina, con una altro e più tremendo bagno di sangue.

Di fronte a questi eventi impressionanti e traumatici, la coscienza umana e politica di tutti gli italiani rimase profondamente segnata. In quel preciso momento la storia poneva e imponeva una domanda e una responsabilità: di fronte a forze economiche e politiche nazionali e internazionali totalmente prive di scrupoli, disponibili a un immane bagno di sangue pur di mantenere il loro potere, i loro privilegi e i loro affari che fare?

Il Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer, temendo seriamente il peggio, scelse di non fare precipitare il paese verso l’abisso. Con l’iniziativa del “compromesso storico”, in una situazione di emergenza politica ed economica, il PCI cercò di aprire un dialogo e stabilire un patto di mutuo sostegno con chi nella Democrazia Cristiana (Aldo Moro & C) aveva a cuore il futuro democratico dell’Italia. Fu un modo per isolare ed emarginare le forze reazionarie e golpiste italiane e fu la salvezza per l’Italia. Per avere seguito questa strada Aldo Moro pagò il prezzo più alto: fu eliminato con il tacito consenso (se non con la fattiva collaborazione) di quelli che nel suo partito non avevano condiviso la sua scelta, l’alleanza democratica con i comunisti, quelli che in caso di “necessità”, non avrebbero faticato ad appoggiare un’avventura reazionaria. Le logiche ideologiche della “guerra fredda” consentivano di giustificare (erano utilizzate come foglia di fico), la difesa di interessi economici locali e internazionali ben precisi, ad Est (Ungheria, Cecoslovacchia) come a Ovest.

Ma, purtroppo, non tutta la sinistra comunista seguì la via indicata dal PCI, che era l’unica sensata, l’unica percorribile. Una parte della sinistra comunista, dopo avere denunciato il “tradimento” degli ideali perpetrato con la strategia del “compromesso storico”, scelse la via del “occhio per occhio, dente per dente”, scelse la via della lotta armata. Riguardo a questa scelta si è discusso fino alla nausea del “furore ideologico” che la alimentò, della miopia politica che la caratterizzò e di quanto fosse stata osservata/prodotta, indotta/coltivata per ragioni strategiche, utilizzando lo strumento di fiduciari infiltrati, teleguidati da burattini politici al servizio proprio del nemico capitalista che i “guerriglieri” volevano combattere; tutte osservazioni vere, tutte riflessioni certamente giuste. Poco nulla si è detto invece del fatto che prima di tutto furono esattamente gli eventi traumatici di cui sopra a seminare l’idea tanto vera quanto però pericolosa, che il mio avversario politico fosse disponibile a qualunque porcata, compresa quella di torturare e sterminare senza pietà buona parte della sinistra nazionale, cosa di fatto avvenuta in Cile e in Argentina. A posteriori è possibile tra l’altro ipotizzare che, vista la capacità organizzativa dei gruppi armati italiani e il sostegno numericamente importante che questi avevano nella cosiddetta area dei fiancheggiatori, la via golpista sudamericana sia stata valutata in Italia assai più incerta per i fascisti e per le forze politiche ed economiche che allora la auspicavano, forze che rischiavano di pagare personalmente un prezzo di sangue molto alto.

Se si guarda all’Italia di oggi si può certamente dire che grazie alla fine della “guerra fredda” il livello di asprezza del conflitto è assai minore, ma non si può negare che alcuni degli aspetti politici strutturali che allora caratterizzarono quella stagione sono ancora presenti. Sono ancora presenti nel nostro paese oligarchie economiche che hanno come obiettivo politico impedire alla sinistra di governare ad ogni costo (anche se oggi questa espressione assume un significato molto differente da quello che aveva negli anni Settanta), anche a danno dell’interesse nazionale. Certo è però che l’esperienza della repressione delle manifestazioni democratiche del G8 di Genova nel 2001 ci ha mostrato che all’interno dei corpi che dovrebbero difendere la sicurezza nazionale ci sono persone capaci di programmare (infiltrando provocatori) e attuare contro la sinistra, in caso di necessità, interventi che sono stati definiti in sede giudiziaria di “macelleria sudamericana”. Oggi, tolto il quadro politico e ideologico della guerra fredda, e con questo messa da parte l’interferenza delle potenze straniere USA e GB (tutti elementi che negli anni Settanta nobilitavano ideologicamente quello che in realtà altro non era che attaccamento al privilegio, uno squallido e gretto egoismo di classe dell’oligarchia politica ed economica italiana) ciò che resta in chi cerca di impedire alla sinistra di governare (l’Oligarchia Imprenditoriale e Finanziaria Italiana) è solo una anacronistica e miope difesa di un interesse di parte, quell’egoismo che non vuole rinunciare ad alcun privilegio e trama per far pagare il prezzo della crisi economica ai soliti noti, al popolo italiano.

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Pubblicato il 11 settembre 2013 su POLITICA INTERNAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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