CONGRESSO AL VIA: SUL PARTITO PRIMO MATCH RENZI-CUPERLO

Vladimiro Frulletti, L’Unità 8 settembre 2013

Se non ci saranno terremoti a Palazzo Chigi quello di ieri a Genova per Epifani è stato il primo e ultimo discorso da segretario alla festa nazionale. Le primarie per il suo successore dovrebbero tenersi a fine novembre, il 24. «O il primo dicembre» spiega Marina Sereni, vicepresidente dell’assemblea. Al massimo l’8 dicembre puntualizza il responsabile organizzazione Davide Zoggia. Quello che appare scontato, dopo che proprio dalla festa di Genova Renzi s’è candidato alla segreteria Pd, è che oramai il congresso sia definitivamente partito. «Siamo in una fase nuova – spiega Zoggia che ieri a Genova ha incontrato i segretari regionali – e non è più tempo di stop and go». Certo se poi Berlusconi farà cadere il governo e si andrà a elezioni, allora si potrà bloccare la macchina congressuale.

Il 20 e 21 l’assemblea nazionale definirà date e modalità. Ma anche sulle regole la sensazione è che l’intesa sia vicina. Prima i congressi territoriali solo per gli iscritti, poi le primarie aperte per segretario nazionale e per quelli regionali, con l’elezione di questi ultimi che forse slitterà alla primavera 2014. Insomma è chiaro che oramai la partita è iniziata.

Così come è chiaro che, al di là della presenza in campo anche di Pippo Civati e Gianni Pitella (e di un eventuale nome proposto da Rosy Bindi) il ruolo di sfidante vero sia di Gianni Cuperlo. Che è visto come l’unico in grado di rovesciare un pronostico che sembra già scritto. Anche il caloroso applauso che la platea di Genova, in attesa di ascoltare Epifani, regala al deputato triestino è il segno, netto, che è in Cuperlo che spera chi ha in testa una certa idea di sinistra e quindi del Pd. Perché la sfida sarà netta. E non riguarderà chi ha il ciuffo più lungo o gli occhi più belli («anche qui Gianni mi batte», scherzava l’altro giorno a Piombino Renzi). Ma i contenuti e i progetti.

E il primo tema in cui è apparso chiaro che Cuperlo e Renzi hanno idee profondamente diverse è il partito. E il rapporto fra il partito e il governo. Epurando la contesa da ogni riferimento all’attualità delle larghe intese, è evidente che il Pd di Cuperlo non è il Pd di Renzi, e viceversa. Non è mica un caso che D’Alema dica che lui voterà Cuperlo segretario ma che in un futuro sarebbe pronto a sostenere Renzi per la leadership del centrosinistra. E che lo stesso Cuperlo riconosca all’avversario le doti necessarie per battere la destra. Perché per Cuperlo e i suoi sostenitori una delle questioni dirimenti è proprio la separazione fra segretario e candidato premier. Quello che lo Statuto del Pd veltroniano ha fissato come punto irrinunciabile per un partito a vocazione maggioritaria, che cioè scommette su una democrazia bipolare, per Cuperlo è un limite. E forse pure un pericolo. Perché spinge verso una soluzione leaderistica in cui la partecipazione di iscritti e elettori è ridotta ai gazebo delle primarie per scegliere il capo e trasforma il partito in un mega comitato elettorale. Per questo a D’Alema piace la «mobilitazione cognitiva» di Barca che assegna un ruolo da protagonisti a quelli che un tempo erano i militanti. Per questo Cuperlo mette in guardia dalla deriva «plebiscitaria» della politica. È ovvia quindi la conseguenza che nel Pd di Cuperlo il segretario fa il segretario e si occupa solo e esclusivamente del partito («che ne tra l’altro ne ha anche parecchio bisogno visto le condizioni in cui s’è ridotto» spiegano i suoi sostenitori). Non pensa ad altro. Non usa il Pd, è l’accusa a Renzi, come trampolino per Palazzo Chigi.

Opposta è la visione di Renzi che infatti richiama, come riconosciuto da Veltroni, il Pd delle origini. «Nessuno sa chi è il segretario dei Democratici Usa, ma tutti conoscono Obama», rispondeva un tempo Renzi per spiegare perché non voleva fare il segretario. Se oggi si candida quindi è perché ha capito che per «cambiare l’Italia, c’è da cambiare il Pd». Perché il partito per Renzi è un mezzo, lo strumento per consentire al popolo della sinistra di arrivare finalmente a governare. Un messaggio che a giudicare da come rispondono le feste del Pd che sta attraversando, è particolarmente gradito a quel popolo.

Ecco perché Renzi tiene assieme la figura di segretario e di candidato premier mischiando continuamente i due ruoli. Perché non ci può essere soluzione di continuità fra chi guida il Pd e chi si propone di guidare il Paese. È un partito che gioca da protagonista in una democrazia dell’alternanza (e infatti Renzi è per un sistema elettorale che ricalchi quello dei sindaci), un New Labour dove il leader è scelto dagli elettori in primarie aperte. Perché se è vero, dice, che va evitato il partito personale, è anche vero che «il leader serve altrimenti non vinci, traccheggi». Come nel ciclismo. La squadra ti porta in testa al gruppo, racconta nel suo libro «Oltre la Rottamazione», poi per vincere la tappa serve chi ha la forza per tagliare per primo il traguardo.

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Pubblicato il 8 settembre 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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