LA PARTITA DI RENZI CHE SI SCOPRE AL CENTRO SE IL SINDACO VIRA A SINISTRA

Matteo Renzi, Sindaco di Firenze

Matteo Renzi, Sindaco di Firenze

Battista Pierluigi,

Corriere della Sera, 9 agosto 2013

Uno dei punti di forza, forse addirittura il principale punto di forza, di Matteo Renzi sta nel fatto che è l’unico leader del Pd capace di sfondare nell’elettorato in fuga dal centrodestra e di attrarre il voto «moderato» diffidente se non ostile nei confronti del Pd. Ma la troppa fretta e le tinte aggressivamente antiberlusconiane che stanno dando vigore alla polemica renziana contro l’immobilismo delle «larghe intese» rischiano di dilapidare questo capitale di potenziale consenso. Il moderato che si fa incendiario forse servirà a piegare le resistenze di un Pd in perenne crisi di identità e a sottrarlo alla delegittimazione della parte più oltranzista e conservatrice della sinistra, ma può allontanare chi, già elettore di Berlusconi, vorrebbe votare per la prima volta il candidato del Pd.

I nemici di Renzi hanno sempre guardato con sospetto alla sua capacità di parlare a un popolo che non è quello tradizionale dell’insediamento a sinistra. Talvolta si è sentita, greve, la vecchia attitudine di considerare un potenziale «traditore» chi rompe gli schemi più consunti della tradizione. Nel fuoco della battaglia delle primarie, c’è chi si è spinto a dipingere Renzi come un alieno, se non una quinta colonna del «berlusconismo». Hanno accusato il sindaco di Firenze di aver messo piede nella fortezza nemica di Arcore. Perfino una sua lontana partecipazione alla Ruota della fortuna con Mike Bongiorno venne usata come prova della sua accondiscendenza verso il modello berlusconiano. Una sua cena elettorale con gente della finanza alimentò e ingigantì il sospetto di un atteggiamento peccaminoso di Renzi nei confronti della ricchezza e del denaro, simboli della «destra» e del «liberismo selvaggio».

E l’apparato del Pd allestì una rete soffocante di regole e di limitazioni per impedire che i cittadini non inquadrati nell’organizzazione del Pd potessero accedere liberamente ai seggi: era il terrore dell’inquinamento «berlusconiano» a suggerire un percorso a ostacoli che arginasse il popolo dei seguaci di Renzi senza la tessera del Pd, o addirittura elettori di Berlusconi delusi e in crisi.

L’esito elettorale ha dimostrato quanto quel terrore della contaminazione fosse deleterio fino al punto di portare il Pd, reso baldanzoso da un’assurda pretesa di autosufficienza, al collasso nelle urne. Aveva ragione Renzi: il Pd può vincere solo se saprà conquistare nuovi voti, attrarre consensi non già acquisiti, parlare un linguaggio che, assieme al mantenimento del proprio elettorato, sappia sfidare le passioni e le convinzioni dell’«altro» mondo.Lo stesso Renzi è apparso consapevole dell’importanza di parlare a questo «altro» mondo. Ha bollato come primitivo ed estremista l’atteggiamento di chi disprezza gli elettori avversari e li ributta nelle braccia di chi si vorrebbe sconfiggere con un linguaggio insieme velleitario e legnoso.

Contro la piazza giustizialista ha sempre detto che Berlusconi deve essere mandato politicamente in «pensione» e che non dovrebbe essere molto «di sinistra» auspicare che i magistrati facciano il lavoro che la politica è incapace di fare, mandando Berlusconi «in galera» anziché in pensione. Contro il sussiegoso e detestabile livore antropologico coltivato da una parte consistente della sinistra nei confronti del turpe «popolo berlusconiano», Renzi ha detto che il compito della politica non è quello di cambiare gli italiani, ma di cambiare l’Italia.

Nella sua battaglia contro l’apparato del Pd, inoltre, Renzi ha proposto un profilo culturale coraggioso, ha abbracciato le innovazioni sul mercato del lavoro suggerite da Pietro Ichino, ha usato un linguaggio non conservatore sugli eccessi fiscali che in Italia asfissiano l’economia: ha offerto il volto di un riformismo moderno, dinamico, non schiavo dei veti del conservatorismo sindacale e di sinistra.

Ma con il quadro politico uscito dalle elezioni, Renzi si è trovato a uno scoglio imprevisto: la stabilizzazione del sistema che possa rimandare le nuove elezioni di quel tanto che basta per normalizzare il «rottamatore» e farlo logorare nella defatigante guerriglia tra correnti che hanno portato il Pd al disastro. Per quante dichiarazioni di «lealtà» abbia offerto all’«amico Enrico», Renzi sa benissimo che la durata di questo governo, in una formula che comprenda la coabitazione forzata tra Pd e Pdl, può diventare il suo peggior nemico. E se Berlusconi decide di non staccare la spina al governo Letta anche dopo la sentenza della Cassazione, tocca al Pd piazzare le mine che rendano difficile e persino impossibile il cammino del governo. Per questo Renzi non perde occasione per denunciare il patto tra il Pd e il Pdl che è alla base di questo governo, anche a costo di sfoderare un linguaggio («le sentenze vanno rispettate») che assomiglia molto a quella parte della sinistra contro cui ha combattuto e che ha sempre auspicato la soluzione per via giudiziaria del problema berlusconiano.

Per questo Renzi sembra essere diventato il paladino di quella sinistra politica (e non solo) che vorrebbe la fine del governo Letta in tempi rapidissimi. Per questo, però, Renzi rischia di alienarsi quel consenso e quella simpatia dell’elettorato berlusconiano che è sempre stata la sua forza e che ne fa un candidato vincente e perciò temutissimo dall’apparato del centrodestra. Per avere troppa fretta, Renzi rischia di indebolirsi anche se sembra aver piegato l’ostilità dei suoi vecchi avversari della sinistra. Lo stesso errore di Bersani: l’insegnamento, doloroso, non potrebbe essere più chiaro.

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Pubblicato il 3 settembre 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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