INTERVISTA A MATTEO ORFINI: IN QUESTI ANNI IL PD HA PAGATO LA RIMOZIONE DEL CONFLITTO

Il Manifesto, 22 agosto 2013

«Il rischio che il Pdl faccia saltare il governo è concreto. Ma per noi è irricevibile qualsiasi atto che metta in discussione il fatto che Berlusconi debba pagare il suo debito con la giustizia». Matteo Orfini, sinistra Pd, scarso tasso di larghintesismo, non ha dubbi: nel suo partito – stavolta – «non ci saranno franchi tiratori». Anche perché quello che si svolge in queste ore «è un dibattito surreale. In qualsiasi paese normale il Pdl avrebbe chiesto scusa agli italiani perché il suo leader si è macchiato di reati così gravi. Qui chiede la grazia. Se il Pdl non accetterà che il Pd voti la decadenza, si assumerà la responsabilità di far saltare in aria tutto. Ma non c’è terza via».

Non è che Letta ce l’aveva anche con lei quando a Rimini ha parlato dei «professionisti del conflitto»? «Non lo so, ma quel passaggio mi preoccupa dal punto di vista culturale. Se c’è una cosa che abbiamo pagato in questi anni è la rimozione del conflitto, che è la fisiologia della democrazia. Teorizzare la fine del conflitto ha prodotto enormi vantaggi per i più forti. È una delle ragioni per cui sono aumentate le diseguaglianze. E per cui la sinistra ha tradito se stessa. Negare l’esistenza di contrapposizioni di interessi nella società significa smettere di rappresentare i più deboli e, per la sinistra, perdere di senso: quello che ci è accaduto. Ce ne fossero, di professionisti del conflitto, non saremmo ridotti così».

Ma la negazione del conflitto è il fondamento delle larghe intese. «Infatti è uno degli errori che imputo a Letta e al modo in cui i ministri del Pd stanno nel governo. Va bene l’idea che in parlamento si compongano i conflitti; e che un governo di larghe intese, nella sua eccezionalità, debba tener conto di interessi contrapposti. Ma nel modo in cui stiamo nel governo abbiamo cancellato l’idea del conflitto: non si sa cosa ci stiamo a fare, per rappresentare chi. I nostri ministri, dal presidente del consiglio al capodelegazione Franceschini, sembrano ministri tecnici. Non fanno un’iniziativa che porti nell’agenda di governo il nostro punto di vista. Assistiamo ogni giorno al balletto di Lupi e Alfano che minacciano dimissioni se non si trova il salvacondotto per Berlusconi. Vorrei che i nostri ministri decidessero che si dimettono se entro ottobre non si risolve il problema degli esodati. Gli unici rappresentati sono gli interessi degli altri. Forse non abbiamo chiari i nostri interessi, dovremo chiarirci le idee al congresso».

Il congresso richia di essere rimandato? «Se non c’è la crisi di governo, il congresso va fatto. Non capisco il gruppo dirigente asserragliato al Nazareno che cerca di ritardarne in tutti i modi la convocazione. E visto che molti agiscono in nome di Bersani, spero che Bersani prenda le distanze e dia una mano a convocare rapidamente la data».

In caso di voto si delinea uno scontro al centro per la premiership, Letta-Renzi. La sinistra del Pd come si orienterebbe? «Non credo che andrà così. Ma almeno i nostri argomenti si sono fatti strada. Non passa giorno in cui Letta non critichi la gabbia dell’austerità, non sembra neanche la stessa persona che ci spiegò che la famosa lettera della Bce doveva diventare la base del programma del Pd. Anche Renzi ha lasciato alla destra le ricette della destra e si è dimenticato di aver scelto Zingales come guru. Tant’è che vedo che ha sedotto persino Vendola. Il fatto che i dirigenti del Pd si ritrovino su posizioni della sinistra europea e non su quelle della destra è un’evoluzione positiva, dimostra che le posizioni per cui ci volevano scomunicare qualche bontà l’avevano. Ma certo, una sfida del genere aprirebbe lo spazio per ipotesi differenti».

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Pubblicato il 23 agosto 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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