L’IMPOTENZA DELLA POLITICA COME PROGETTO POLITICO E L’IPOCRITA IMPARZIALITÀ DEL CORRIERE DELLA SERA

di David Arboit

Ma a che gioco stanno giocando «gli editorialisti della grande stampa borghese» (leggi) si chiede Fulvio Scaglione su “Famiglia Cristiana” citando con una certa indignazione il fondo di Angelo Panebianco del 13 agosto 2013? Scaglione non è l’unico a essersi indignato per l’ignavia ipocrita di quell’articolo (leggi), ma Scaglione non azzarda un’interpretazione politica del silenzio interssato di questi signori, non vuole interpretare politicamente un comportamento che comunque definisce, correttamente, da «grandi glissatori».

Questa ignavia ipocrita, in realtà, non è una deficienza involontaria, è una strategia politica ben precisa, una strategia che si può comprendere solo se si capisce che questi «editorialisti della grande stampa borghese» sono al servizio degli interessi e dei privilegi dell’OIFI, sono servi dell’Oligarchia Imprenditoriale e Finanziaria Italiana. In Italia, infatti, da una parte stanno le migliaia di piccoli e medi imprenditori che lottano come leoni per poter tirare avanti la baracca assieme ai loro dipendenti; sono uomini che lavorano giorno e notte accanto ai loro dipendenti, ma che le banche e altri potentati snobbano: si arrangino, dicono, stiano a galla in questo mare tempestoso se ne sono capaci. Dall’altra parte della barricata sta l’OIFI, quella che ha molti amici (servitori) tra i politici e che sostiene governi di suo gradimento, quella che ha molti amici tra i banchieri e che quando chiede un prestito lo ottiene sempre, a prescindere dalle garanzie che può dare. Un’oligarchia di privilegiati, un piccolo gruppo di privilegiati che a prescindere dalla congiuntura economica trova sempre nei politici (che ha fatto eleggere) e nelle banche il proprio ammortizzatore sociale.

Qual è allora oggi, adesso, per ora, il progetto politico dell’OIFI propagandato dagli «editorialisti della grande stampa borghese»? Un governo debole, una politica debole. Una politica in parte prona ai voleri dei poteri forti e in parte incapace di legiferare (causa di veti incrociati e reciproche neutralizzazioni) approvando le riforme radicali di cui il Paese ha estremo bisogno, ma che andrebbero a incidere profondamente nei privilegi degli oligarchi italiani. Il governo Letta, fin qui, è sembrato conforme a questo progetto. Quindi riguardo alla strategia della comunicazione occorre:

a) raccomandare a tutti grande responsabilità e quindi il pieno sostegno al governo Letta;

b) “salvare il soldato Silvio” per impedire una dissoluzione del Pdl e garantire un equilibrio della potenza tra le forze in campo, preparare la ricostruzione di una solida e duratura alleanza tra Centro e Destra.

La linea politica OIFI viene soprattutto portata avanti dal Corriere della Sera, che lo sta facendo egregiamente con una serie di articoli di fondo, quasi quotidiani, nei quali, detti in molti modi, si trovano sempre gli stessi concetti. Prima di tutto proclamano continuamente “noi siamo al di sopra delle parti”; secondo ricordano il momento di crisi economica che ancora oggi attraversa il Paese; terzo spargono un po’ di ottimismo annunciando che si intravvede l’uscita dal tunnel e che ci sono timidi segni di ripresa da non compromettere con gesti politici avventati; quarto denunciano l’incapacità dei partiti, di tutti i partiti (ma infieriscono soprattutto sul PD) di essere all’altezza dei compiti che la realtà impone oggi all’Italia: destra e sinistra pari sono, colpe e responsabilità per il disastro nazionale equamente distribuite, identica (ma con qualche aggravante in più per il PD) l’inadeguatezza a far fronte agli eventi. E infine fanno appello alla responsabilità nazionale: guai a chi tocca il governo Letta.

Ma che cosa è oggi questa equidistanza e questa ipocrisia travestita da imparzialità? Viene “venduta” come equilibrata e distaccata capacità di giudizio, come rappresentativa del moderatismo centrista, come un essere al di sopra delle parti e voler salvaguardare solo l’interesse nazionale. Viene “venduta” come punto di vista non fazioso. Deve invece essere smascherata come un modo per mantenere uno status quo che tutto sommato garantisce alcuni privilegi a pochi, un modo per impedire che la domanda di cambiamento che emerge potente dal Paese trovi un reale risposta politica incidendo e danneggiando privilegi e privilegiati. Un’equidistanza, quindi, che è menzogna e maschera di un punto di vista di parte, che è lettura falsificata e interessata della realtà.

La condanna di Berlusconi è stata ed è un test esemplare, una verifica puntuale di questa interpretazione interessata e farisaica della realtà italiana. Di fronte alla condanna di Berlusconi come reagisce il Corriere?

Inizia Antonio Polito il 2 agosto. Dopo averci ricordato che la condanna della Cassazione è irrevocabile, che per l’immagine dell’Italia è un colpo durissimo e aver ricordato il “conflitto d’interesse” (stilettata: l’indimenticabile errore del PD), il Polito equidistante scrive «Se è certamente possibile sostenere che nei confronti di Berlusconi ci sia stato in questi diciannove anni un accanimento da parte degli inquirenti, da lui ieri nuovamente lamentato, questa sentenza ci dice che stavolta le accuse sono state provate, e che dunque non erano infondate». Una frase esemplare, da antologia del cerchiobottismo ipocrita. Segue poi il solito “luogo comune” nel quale sguazza abitualmente l’uomo qualunque e che il Corriere frequentemente riprende, amplifica, sostiene e diffonde: «Se si escludono infatti le due troppo forti minoranze che si sono aspramente fronteggiate in questo ventennio, la grande maggioranza degli italiani (e i mercati, e il resto d’Europa) guardano a queste vicende giudiziarie con un solo metro di giudizio: quanta instabilità porteranno, quanta influenza avranno sul governo, quali conseguenze produrranno sullo sforzo collettivo che stiamo facendo per tornare con la testa fuori dall’acqua, dopo anni di crisi durissima.» La tesi di fondo è che lo scontro tra PD e Pdl altro non è che una guerra civile, un conflitto generato soltanto dalla volontà polemica di chi lo combatte e prodotto dal desiderio di potere dei contendenti. Da notare che la stessa categoria (“guerra civile”) è stata usata dal revisionismo storico di destra con la stessa funzione simbolica strumentale, anche se collocata in un altro contesto: equiparare i partigiani ai fascisti repubblichini, confondendo il fatto che c’era chi combatteva per la democrazia e chi per la dittatura. Oggi la confusione, l’interpretazione fuorviante è PD = Pdl, Berlusconi = Bersani ecc. Tra le righe emerge il progetto; la diffusione strumentale di questi luoghi comuni ha un evidente obiettivo che Polito stesso richiama: è necessario indebolire le «due troppo forti minoranze», a cui si contrappone la maggioranza, cioè quelli che vogliono che si risolvano i problemi reali e che in questo gioco politico non vogliono prendere “parte”.

Il giorno seguente, il 3 agosto, tocca a Ferruccio De Bortoli riprendere il mantra degli «editorialisti della grande stampa borghese» servi dell’oligarchia imprenditoriale e finanziaria italiana. De Bortoli riesce in una frase a sintetizzare tutto: «L’Italia ha un drammatico bisogno di curare i propri mali, di non trasmettere al mondo l’immagine di un veliero alla deriva, ammorbato da una pestilenziale sovrapposizione dei poteri e piegato da una ventennale guerra civile. Proprio nel momento in cui affiorano segnali di ripresa – e famiglie e imprese possono coltivare qualche modesto motivo di fiducia – una crisi avrebbe un costo spropositato e ingiusto.» C’è tutto: l’emergenza del Paese; la guerra civile PD-Pdl; i segnali di ripresa; il governo Letta non si tocca. Segue poi una raccomandazione a Berlusconi, «leale [!!!!?] sostenitore delle larghe intese» piena di amichevole e comprensiva condivisione: sii saggio Silvio, accetta le conseguenze della sentenza «seppur ritenute ingiuste». Fallo per noi, sembra dire De Bertoli col cuore in mano, noi che ti abbiamo sostenuto a lungo, e vedrai che noi sapremo ricompensarti, in qualche modo noi ti sosterremo di nuovo: «Nessuno gli nega la libertà di condurre la propria battaglia politica anche al di fuori del Parlamento e di riproporsi, con la rinascita di Forza Italia, come leader di una coalizione ai suoi elettori, ritrovando il consenso, assai largo, che ha sempre avuto». De Bortoli non viene minimamente sfiorato dall’idea che un uomo condannato per evasione fiscale in terzo grado di giudizio, e con le pendenze penali attualmente in corso (concussione nel caso Ruby, compravendita di parlamentari, ecc), in qualunque paese politicamente civile sarebbe costretto da tutti (avversari, compagni di partito e stampa di qualunque tipo) a scomparire dalla scena pubblica (vedi fra i tanti, Helmut Kohl, Ronald Regan).

Il 4 agosto il rosario prosegue ed è il turno di Ernesto Galli Della Loggia. Ecco la quotidiana ipocrita equidistanza: «Politicamente dopo la fine dell’era Berlusconi non è dato vedere ancora nulla. Politicamente c’è il vuoto.
Sono anni, ormai, che il Paese aspetta un nuovo che non c’è». La formula retorica in questo caso è: si va bene, il signor B è quello che è, da oggi è anche delinquente patentato, ma tolto lui che cosa siamo in grado di mettere in campo? La risposta è: «nulla». Ergo, siccome la politica non tollera il «vuoto», teniamoci caro il nostro Silvio. Di nuovo, con altra formula, lo stesso argomento retorico: PD = Pdl; non è in fondo lo stesso argomento di Beppe Grillo? E non è forse, allora, che il Corriere alimenta oggettivamente il populismo di Grillo? Da tutto ciò si deduce che il governo Letta è l’unica soluzione possibile; quindi turiamoci il naso: «stante l’incapacità sempre più clamorosa dei partiti di essere qualcosa di diverso dal passato, non ci è restato altro, per far comunque qualcosa di fronte all’emergenza, che ricorrere all’union sacrée di tutto il vecchio». Di nuovo il populismo grillista con la sua indifferenza della differenze e l’uguaglianza PD = Pdl («il vecchio», «stante l’incapacità sempre più clamorosa dei partiti»). Fallimentari, in fondo, – ci dice della Loggia – anche i due progetti politici nuovi, quelli direttamente o indirettamente patrocinati dal Corriere stesso, «Scelta civica e il Movimento 5 Stelle sono stati gli ultimi tentativi abortiti di una ormai lunga serie». Sono progetti che comunque il Corriere, per ciò che scrive, di fatto alimenta ancora. Segue un piagnisteo sulle mancate riforme, dove si omette di dire che le riforme radicali necessarie sono state impedite da chi troppo a lungo a sostenuto il Centrodestra proprio per evitare che vengano fatte, e si conclude ritornando all’inizio con il refrain PD = Pdl: «Siamo davvero ansiosi di sapere [durante la prossima tornata elettorale] che cosa mai ci prometteranno nell’occasione i duellanti di sempre [altro modo per dire inutile e ostinata guerra civile]. Sì, vogliamo proprio sentirlo il Pdl promettere per la decima volta la riforma di questo e di quello, dopo che non è stato capace per anni di farne nessuna. Sì, siamo davvero ansiosi di ascoltare finalmente dal Pd – visto che a smacchiare il giaguaro ci ha pensato qualcun altro – quali mirabolanti progetti ha per il Paese».

5 agosto 2013, la recita del copione “equidistanza ipocrita” viene rappresentata da Sergio Romano, e devo dire che in questo caso me ne dispiace, perché è l’unico di questa compagnia teatrale che stimo e non disprezzo. «Le intenzioni sono opposte, ma entrambi i campi si comportano come se l’Italia non avesse altri problemi, come se questa fosse una questione di famiglia [inutile e ostinata guerra civile in questo caso interpretata come faida famigliare] e i due fronti avessero il diritto di risolverla fra le quattro mura della loro casa comune senza preoccuparsi del giudizio di quanti ci guardano dall’esterno e attendono di sapere con chi avranno a che fare nei prossimi mesi. Accecati dallo spirito di parte [!!!], i paladini del riscatto e quelli della punizione hanno dimenticato che l’Italia è un problema europeo e che il suo futuro dipende in larga misura dal modo in cui gli altri giudicheranno la tenuta del Paese e la sua credibilità.» Una narrazione ancora una volta di parte, che si propone ipocritamente come super partes, e che utilizza parole fuorvianti: «entrambi i campi si comportano come se l’Italia non avesse altri problemi», «Accecati dallo spirito di parte, i paladini del riscatto e quelli della punizione». Nemmeno una parola sul merito: la condanna in terzo grado per evasione fiscale è un fatto che viene trattato come una opinione di parte su cui si accapigliano due fazioni accecate dall’odio e non come la pronuncia giurisdizionalmente corretta di un legittimo potere giudiziario.

Il 6 agosto (fondo di Angelo Panebianco) la magistratura finisce sul banco degli imputati. La cosa, nelle circostanze date, appare in ogni caso fuori luogo e fuorviante (anche se si tiene conto del fatto che una riforma del sistema giudiziario è veramente necessaria) perché oggettivamente contribuisce ad alimentare una populismo eversivo ostile alla divisione dei poteri. La nostra Repubblica è gravata, scrive Panebianco, da una tara che ha origini antiche: «lo squilibrio di potenza fra magistratura e politica, uno squilibrio che secondo molti, compreso lo scomparso presidente della Repubblica Francesco Cossiga [indiscusso testimonial di verità !!!], risale a molto tempo prima delle inchieste di Mani Pulite di venti anni fa.» Prosegue poi il Panebianco riproponendo il solito schema retorico riduttivo, dove una condanna in terzo grado per evasione fiscale viene “narrata” come scontro fazioso ed esclusivamente opportunistico tra partiti: «Al momento, apparentemente, tutto è come al solito: con Berlusconi e la destra contrapposti alla magistratura e la sinistra abbracciata ai magistrati. Gli uni reagiscono a quella che ritengono un’orchestrata persecuzione. Gli altri si aggrappano alla magistratura, un po’ per antiberlusconismo, un po’ perché una parte dei loro elettori considera i magistrati (i pubblici ministeri soprattutto) delle semi-divinità o giù di lì, e un po’ perché sperano in trattamenti “più comprensivi” di quelli riservati alla destra.».

Il 7 agosto 2013, tocca a Michele Ainis, professore costituzionalista, vestire i panni del seminatore di dubbi, tocca ad Ainis spargere incertezze, vedere lati problematici, indicare punti controversi, disegnare contorni labili e indefiniti, insomma alzare la cortina fumogena dei “se” e dei “ma” e fare confusione. «Succede che il leader più popolare dell’ultimo ventennio venga sconfitto dal diritto, anziché dagli elettori. E dunque, conta di più la regola o il consenso? Nel dubbio, lo scontro politico ha ormai cambiato segno: dai vecchi cavalli di battaglia siamo passati a una gara fra cavilli, dopo le leggi ad personam subentrano le interpretazioni ad personam. Ma almeno in questo non c’è nulla di nuovo: le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, diceva Giolitti.» L’equidistante Ainis passa poi nell’altro campo per rintracciare le prove dell’equazione Pdl = PD e scrive: «Questa sfida tra politica e diritto si ripete pure nell’accampamento avverso. Che altro significa, difatti, la querelle che oppone giustizialisti e garantisti di sinistra? E quale altro valore assume l’estenuante dibattito sulle primarie del Pd? Chi le vorrebbe chiuse ai militanti, chi aperte ai passanti: questione di regole, per l’appunto. Ma le regole vengono stirate da ciascuno in base al proprio tornaconto, e infatti la vera posta in gioco è il successo di Renzi alle primarie.»

La guerra psicologico-comunicativa prosegue il 9 agosto con l’intervento di Giovanni Belardelli. «Lo scontro politico tra i due alleati-nemici Pd e Pdl sembra assomigliare sempre più a certe rappresentazioni teatrali [il teatrino della politica] che riescono a tenere il palcoscenico per anni. Il Paese si trova infatti ad assistere (con sempre maggiore stanchezza) a una sorta di pièce politica sempre identica, i cui protagonisti sembrano voler replicare in eterno la nostra ventennale “guerra civile fredda”, con la totale incomunicabilità fra centrodestra e centrosinistra che l’ha caratterizzata.» La chiave interpretativa è inutile ripeterla. Benché il «rispetto della legalità» invocato da Epifani sia «fondamento della stato democratico», continua Belardelli, il segretario del Pd ha omesso di dire che «esiste effettivamente nel Paese uno squilibrio di potere tra la magistratura e la politica, conseguenza del modo in cui collassò la prima Repubblica». Ecco comparire tangentopoli e il fatto che quel doveroso repulisti ancora rimane nella strozza di molti; l’equazione implicita, subliminale, qui è: tangentopoli = sentenza Mediatrade. Ricompare come insinuazione, tra le righe, la nota tesi della “liquidazione giacobina per via giudiziaria di una classe dirigente”. La conclusione è tanto ovvia quanto prevedibile: «Rischiamo di non uscire mai da vent’anni di inutile scontro politico (inutile perché ha ostacolato le riforme essenziali allo sviluppo del Paese ricordate ieri su queste colonne da Alesina e Giavazzi [!!!!! Ma allora è stato utile!]) se il centrodestra e il centrosinistra non si convinceranno ciascuno della parte di ragione, per quanto magari piccola, contenuta anche nelle posizioni dell’avversario. [… per riconoscere che] principio di legalità e separazione dei poteri (dunque, nel caso italiano, ripristino di un equilibrio alterato) sono entrambi fondamenti dello Stato democratico, che non possono essere branditi come altrettante clave nello scontro politico.»

Durante la settimana di Ferragosto pausa. È il momento in cui ci si diverte e basta. Inutile produrre e comunicare idee che molto probabilmente nessuno leggerà o che saranno rapidamente dimenticate.

Riapre le danze con un bis Sergio Romano il 21 agosto (errare è umano, perseverare diabolico). Dopo la Caporetto della sentenza di Cassazione, la “linea del Piave” su cui si attesta il Pdl è l’applicabilità della legge Severino, quella che prevede la decadenza del parlamentare in caso di condanna definitiva. È o non è retroattiva? È questo il cavillo su cui infuria la battaglia per garantire a Berlusconi “l’agibilità politica” (leggi “farla franca”). «Quando l’applicazione della legge a un deputato o a un senatore – scrive Romano – esige un passaggio parlamentare (prima nella giunta delle elezioni, poi nell’Assemblea di appartenenza), il problema smette di essere esclusivamente giuridico. Nessuno può dimenticare che la cacciata di Berlusconi dal Senato avrebbe effetti politici. È possibile delegittimare il leader di un partito senza che quest’ultimo resista alla tentazione di considerarsi punito, offeso, vittima di una strategia ostile? È possibile, se il partito è membro di una coalizione governativa, che la sua decapitazione, per mano di quelli con cui deve governare, non si ripercuota sulla qualità e sulla durata della convivenza? È utile per il Paese andare con gli occhi bendati verso una crisi (possibile se non addirittura probabile) nel momento il cui il maggiore interesse nazionale è la stabilità?». Un atto giuridicamente dovuto, cioè il sancire la decadenza da parlamentare di un evasore fiscale condannato in via definitiva viene interpretato come «delegittimare un leder di parti»; è l’ennesimo episodio di quella che potrebbe essere definita come “guerra eversiva al significato delle parole”, quella guerra per cui le puttane diventano “escort” e le orge “feste eleganti”, un uso strumentale della lingua che è alla base della disinformazione. Per il bene del Paese quindi si tratterebbe di cedere al ricatto. E non importa se il ricatto è oggettivamente una proposta eversiva della legalità repubblicana. Non importa se cedere a questo ricatto significherebbe aprire una ferita, con conseguenze incalcolabili, nel sistema dello stato di diritto.

«Si potrebbe osservare che vi sono questioni di pubblica moralità in cui un parlamentare ha il diritto e il dovere di votare secondo coscienza. È vero. Ma la coscienza dei membri della giunta sarebbe ancora più tranquilla se si dimostrassero consapevoli di questi rischi e dessero spazio, prima di pronunciarsi, all’esame di certi dubbi sulla applicabilità delle legge Severino che sono stati sollevati anche da giuristi non conosciuti per le loro simpatie berlusconiane». Certo, bisogna votare con coscienza, ma per favore cercate se possibile di trovare il cavillo riguardo all’applicabilità della legge.

La conclusione del pezzo e poi un’accorata preghiera ricolta a Berlusconi: «Questo delicato passaggio diverrebbe meno difficile se Berlusconi, dal canto suo, si rendesse conto delle proprie responsabilità. Ha fondato un partito che continua ad avere i consensi di una parte del Paese e ha creato così le condizioni per una democrazia dell’alternanza. Spetta a lui evitare, con un passo indietro, che questo partito dipenda interamente dalla sua leadership. Spetta a lui assicurare la transizione e lasciare dietro di sé un personale politico capace di raccogliere quella parte della sua eredità che è ancora utile al Paese». Stupisce che ancora ci sia chi non ha capito la psicologia di quest’uomo.

Oggi, 22 agosto 2013, il compitino assegnato dall’OIFI lo svolge Pierluigi Battista. Esemplare l’argomentazione del discorso con il suo moto pendolare dal cerchio alla botte.

Cerchio – «Berlusconi sa benissimo che dall’abbattimento del governo presieduto da Enrico Letta non ne scaturirebbe nessun vantaggio “pratico” sul piano delle sue vicende personali e giudiziarie [consiglio-preghiera]. Investire il governo di compiti che non gli sono propri, pensare che la soluzione di un problema giudiziario possa entrare nel novero dei provvedimenti di un governo, mescola piani che non possono che restare distinti. […] Del resto, è stato proprio Berlusconi, a poche ore dalla sentenza di condanna della Cassazione, a dire che il governo non doveva essere la prima vittima dell’inevitabile inasprimento del conflitto politico. Basterebbe tenere fede a quanto ha già proclamato rendendosi conto che precipitare l’Italia nell’abisso dell’ingovernabilità sarebbe un atto irresponsabile e autolesionista [consiglio-preghiera]».

Botte – «Il Pdl ha tutto il diritto di denunciare la commistione democraticamente anomala tra politica e magistratura e anche di considerarsi vittima di un accanimento che dal ’94 in poi ha messo il suo leader nel mirino di un numero incalcolabile di inchieste giudiziarie. Può anche portare le sue buone ragioni, peraltro avallate da molti giuristi e costituzionalisti non di area berlusconiana, sull’interpretazione della nuova legge Severino sull’incandidabilità dei politici condannati con sentenza definitiva, nella sua prima e fragorosa applicazione.» […]

Cerchio – «Il Pdl non dovrebbe dare ascolto alle pulsioni più distruttive che albergano nella psicologia del leader e nell’istinto di paura del suo gruppo dirigente. Il governo delle larghe intese non ha ancora realizzato il compito per cui era nato e che era stato indicato come essenziale dallo stesso Pdl. Soffocarlo ora, quando si annunciano primi, timidissimi segnali di un possibile rischiaramento nel buio pesto della crisi italiana, non avrebbe alcun senso.»

Botte – «E del resto al Pd si può chiedere un atteggiamento responsabile, e tutti gli approfondimenti che la prima applicazione della legge Severino comporta. Si deve chiedere di non far prevalere al suo interno personalismi e rancori destinati a rovesciarsi drammaticamente sulla tenuta del governo. Ma non di immolarsi ingoiando umilianti ultimatum. Né si può devastare un governo per materie sulle quali il governo non può intervenire. Il senso di responsabilità può addirittura portare risultati migliori se si riesce a non cedere all’istinto di rappresaglia.»

IN CONCLUSIONE Finalmente! Troppo lungo e certamente noioso questo percorso. Efficace, però, nel mostrare e dimostrare documentandole le seguenti evidenze:

a) con quale determinazione l’OIFI sia in grado di influenzare una comunicazione capace di sostenere il suo progetto politico di parte “vendendolo” come e interesse nazionale;

b) quanto sia importante per le oligarchie che una volta lo sostennero che Berlusconi resti in campo, indebolito, ma resti in campo, e svolga una funzione di contrappeso e assicurazione rispetto a future maggioranze politiche che potrebbero avere davvero in mente di riformare radicalmente il paese; “salvare il soldato B” appare quindi come un progetto utilissimo anche se non lo si può dire;

c) quanto sia spudoratamente di parte una certa stampa e certi «editorialisti della grande stampa borghese» che continuamente si proclamano al di sopra delle parti.

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Pubblicato il 22 agosto 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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