NO A RESTYLING A SINISTRA, SI VINCE CON IL PLURALISMO

Giuseppe Fioroni, Europa, 20 agosto 2013

Pierluigi Castagnetti ha messo i piedi nel piatto. In un suo recente articolo su Europa (leggi), ha voluto abbandonare l’approccio più o meno diplomatico e, fuori da false cautele, ha denunciato la crisi del Partito democratico. Almeno, in questo modo, ci invita a fare chiarezza.

In effetti dietro le tensioni di questa lunga fase post-elettorale, legate fondamentalmente alla sconfitta della linea integralista di “autosufficienza a sinistra”, s’intravede null’altro che la difficoltà di identificazione e posizionamento di un partito che in origine è stato da noi pensato, voluto e costruito come il soggetto del nuovo riformismo italiano. Ora, in mancanza di una chiara piattaforma ideale e programmatica, è inevitabile che l’ambizione di farsi veicolo del cambiamento della società e delle istituzioni subisca un duro contraccolpo. Proprio la chiarezza aiuta a capire che all’atto pratico si procede a tentoni, spesso in preda alle ubbie della piazza reale o virtuale. La crisi si racchiude in questo spazio che i critici più intransigenti, anche quelli interni al partito, descrivono nei termini di una strana mescolanza di presunzione e frustrazione.

Però all’analisi severa di Castagnetti aggiunge subito l’invito a gettare un ponte verso il domani. Lo fa, tuttavia, ricorrendo a una metafora che attinge paradossalmente alla forza evocativa del passato.

Il Partito democratico, dovendo disinnescare il continuismo della sinistra di radice comunista e post-comunista, è pressoché obbligato a realizzare qualcosa di analogo al congresso della Spd di Bad Godesberg in cui la socialdemocrazia tedesca si avviò a cavallo degli anni ’60 sulla strada di un coraggioso rinnovamento dottrinale e programmatico.

Mi domando però che senso abbia l’evocazione di una «Bad Godesberg non traumatica» – così si esprime sempre Castagnetti – se oggi, a differenza del congresso socialdemocratico di oltre sessant’anni fa, non si tratta di scindere il socialismo dal marxismo: nessuno, infatti, si preoccupa di emendare l’ideologia che fu all’origine della tragica esperienza sovietica.

Piuttosto in molti sono all’opera con l’obiettivo d’inventare, oltre lo schema classico di sinistra e destra, un inedito profilo del riformismo democratico. In realtà, pare di cogliere la volontà di battezzare un nuovo corso del Partito democratico, non più incentrato sulla rappresentanza di un’area vasta e complessa di centrosinistra, quanto di un “mondo antico” di sinistra, certamente non piccolo e tuttavia incapace di conquistare la maggioranza del paese.

In questo modo non si esce dalla crisi, anzi si rischia di rimanerne imprigionati per sempre. Qualora infatti riducessimo il processo di rinnovamento del Partito democratico a una sorta di “andata e ritorno” nella inquieta peregrinazione della sinistra italiana ed europea, allora cancelleremmo la speranza di quanti, insieme a noi e attraverso di noi, hanno contato sulla capacità e la volontà di andare oltre le barriere ideologiche del Novecento.  E non ha importanza, alla fine, il modo con il quale ci si precipiti nel burrone della definitiva dissoluzione di questa speranza collettiva. Sarebbe comunque la discesa nei meandri di una logica di estemporanea sovrapposizione della linea revisionista di Bad Godesberg al progetto democratico del Lingotto. Certo, può accadere che un errore simile si identifichi con il volto di un leader giovane e seducente: ma di dritto o di rovescio, anche dietro il fascino del momento e l’entusiasmo per una luminosa novità, resterebbe l’ombra lunga e penosa di uno scacco politicamente inevitabile.

A ben vedere, risultiamo ipnotizzati dalla débâcle giudiziaria di Berlusconi al punto di dedicare più tempo alla contemplazione del lento e irreversibile declino della destra che non alla mobilitazione a sostegno della peculiarissima esperienza del governo Letta.

Dunque, quale che sia la nostra consapevolezza, è in gioco la credibilità di una politica responsabile e lungimirante. In sostanza la battaglia tra vetero-socialdemocratici e neo-laburisti non apre, a mio giudizio, alcuna favorevole prospettiva di rinnovamento. Il problema è che una seria piattaforma programmatica intanto esiste, nel giudizio della pubblica opinione, in quanto s’intreccia con la questione delle alleanze. Ecco il punto delicato. Un nuovo centrosinistra ha bisogno di un ricco e fecondo pluralismo in grado di attirare, in uno slancio di sano spirito riformatore, i tanti elettori che non sono disponibili a riversare in una indistinta alleanza di sinistra la loro presente o futura dissociazione dal controverso fenomeno del berlusconismo.

In ogni caso, penso che spetti alla sensibilità dei cattolici democratici combattere l’errore che alligna nella rinuncia alla edificazione di un riformismo capace di oltrepassare il campo della sinistra tradizionale. Un campo dove, per altro, nel corso di più di un secolo è prevalsa ripetutamente (e non felicemente) un’indole e uno stile “da opposizione”, la cui dinamica portava ad escludere in nuce il gradualismo insito nella corretta visione riformatrice.

Dobbiamo allora attenerci al restyling di una tradizione che non è stata immune, e non lo è tuttora, da forme di ingenuità e massimalismo? Se fosse così, proprio per tentare di estrarre da quella tradizione il nucleo ancora vitale, sarebbe meglio affidarsi paradossalmente a chi ne interpreta meglio le istanze più genuine, forse suscettibili nonostante tutto di possibili e auspicabili sviluppi positivi.

Altro, invece, si verrebbe a creare nel partito e nel paese se si gettasse il cuore oltre l’ostacolo, facendo della spinta alla “rottura politico-antropologica” che erompe dal dibattito sulle primarie il rivestimento di una grande operazione ideale e politica in una chiave che definirei di neo-riformismo democratico e popolare. Ci vuole una nuova classe dirigente che creda in questa operazione. Nel 1951 un uomo di fede e di speranza, Giorgio La Pira, su un programma avanzato socialmente conquistò palazzo Vecchio trascinando al 36.3 per cento il suo partito (Dc) che aveva raggiunto appena il 23.7 per cento nelle precedenti elezioni amministrative. Dunque si può infrangere uno schema e vincere, ma occorre mettere insieme con intelligenza e passione i molti pezzi di un mosaico. C’è bisogno, prima di rassegnarci alla seduzione di un leaderismo disinvolto e ingannevole, di ritrovare i valori di una politica capace di mettere al centro gli interessi e le aspettative dell’Italia profonda. E senza l’apporto della cultura popolare, aperta all’innovazione e ancorata al solidarismo, non salveremo in nessun modo l’esperienza del Partito democratico.

Adesso, volendo sollevare la coltre che soffoca le tante potenzialità del paese, abbiamo il dovere di abbandonare anche il linguaggio che ha dominato questo lungo ciclo della democrazia italiana, impoverendo la dinamica politica; un ciclo ormai giunto al suo epilogo tortuoso, pieno d’insidie, anzitutto per l’imprevedibilità delle dialettica in seno all’aggregato di centrodestra.

Aleggia all’orizzonte l’idea di usare come scudo la versione tardo-giacobina del bipolarismo, come se, grazie a questo scudo, nell’incertezza dei tempi e dei modi in cui il fronte moderato si dispone a superare la morta stagione del berlusconismo, la “coalizione dei progressisti” possa comunque riuscire a sfondare nella zona ostile dell’elettorato più lontano e diffidente. Invece il rischio è di ripetere l’errore del passato, dividendo le forze che pure sarebbero nella condizione insieme, oggi come allora, di concorrere alla guida dell’Italia.

Il veleno del sistema maggioritario sta nel credere che una vittoria ai punti, sull’onda di una presunta omogeneità di sentimenti e di interessi, garantisca a dispetto di tutto una superiorità di comando politico. L’esperienza dimostra che si tratta di un’illusione bell’e buona. Senza una maggioranza reale, o comunque attendibile quanto a “numeri veri” delle urne, non si governa una grande nazione: alla resa dei conti gli artifici tecnici per assicurare la vita degli esecutivi non sono sufficienti a stabilizzare razionalmente gli equilibri che scaturiscono dal pluralismo delle forze presenti in parlamento e prima ancora nella società.

All’insicurezza l’elettorato prima o poi reagisce. E in genere, a causa delle aspettative di ceti poco inclini all’avventura, avviene che la reazione s’incarni nel ripristino della “maggioranza naturale” del paese, espressione di quegli italiani che non hanno fatto mancare, nemmeno nei passaggi devastati da polemiche micidiali, il loro appoggio alla leadership di Berlusconi. Questo pericolo non si contrasta con l’enfasi riposta sulle nostre buone intenzioni. Alla fine una politica delle alleanze condizionata dal vincolo dell’unità a sinistra e chiusa all’apporto decisivo di forze autonome di centro cancella il tratto che dovrebbe asseverare la natura buona dell’impegno dei democratici e dei riformisti.

Ce ne possiamo dimenticare?

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Pubblicato il 20 agosto 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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