INTERVISTA A GIANNI CUPERLO: «PER RIPARTIRE CI SERVE UN CONGRESSO LIBERO»

Gianni-Cuperlo_02MARIA ZEGARELLI

L’Unità 15 agosto 2013

Non ha spin doctor, ma gira l’Italia festa democratica dopo festa democratica, non punta a Palazzo Chigi, «mi interessa il mio partito», e per dire che gioca la partita non aspetta di conoscere le regole, «mi fido di Epifani». Gianni Cuperlo, triestino trapiantato a Roma, classe ’61, non smette di credere in un Pd che non sia solo di sinistra ma che sia anche di sinistra. E su questo punta per la scalata al Nazareno.

Lei come legge la nota di Napolitano? Un invito a Berlusconi a fare un passo indietro e uno spiraglio per una eventuale grazia? «Leggo quella nota come il chiarimento su alcuni principi a cominciare dall’uguaglianza di ogni cittadino dinanzi alla legge. Il Capo dello Stato ha detto che le sentenze si devono applicare e che la magistratura non va aggredita. Che non si sciolgono le camere come reazione a un giudizio della cassazione e che tocca alla destra prendere atto della realtà. Ha ragione perché il punto non è l’agibilità per uno, fosse pure il più potente: è la cultura istituzionale della destra che uscirà da questo passaggio, ed è un nodo che investe la qualità della nostra democrazia».

Nel suo partito c’è chi teme un “patto” tra Quirinale e Pdl in nome della stabilità di governo. Le sembra fantascienza? «Ma non scherziamo. Per Napolitano, come per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Italia, la stabilità vuol dire evitare di precipitare il Paese in una crisi al buio e la sua insistenza sulla riforma della legge elettorale è la conferma di questo».

È verosimile affermare che dopo vent’anni sta per chiudersi la parabola del Cavaliere e quindi siamo di fronte a una evoluzione della destra? «Difficile dirlo, ma al fondo Cicchitto sull’Unità uno schema rigido in parte lo ha rotto. Certo, è partito come al solito dalla premessa di un Berlusconi vittima di un attacco giudiziario. E su quel piano la distanza resta abissale. Ma poi ha delineato un’idea di partito fondata su partecipazione, assemblee, primarie. Che è l’opposto di un modello plebiscitario o dinastico. Oggi c’è da sperare che nella destra questo confronto si possa finalmente aprire. Tutto sta a capire se prevarrà una risposta di tipo europeo e costituzionale o avrà la meglio l’anima populista e venata di sovversivismo che in questi anni non è mai stata emarginata».

Ma Berlusconi mollerà la presa? «Farà di tutto per evitarlo ma è difficile negare che la sua parabola sia al  punto di caduta, o quasi. E però proprio per questo sarebbe giusto riconoscere che dietro il suo enorme potere hanno albergato la connivenza e il cinismo di una parte delle classi dirigenti italiane, nell’economia, nell’impresa, nell’informazione. Posso azzardare  una previsione?».

Quale? «Li vedrà, saranno gli stessi che dopo essersi accomodati per anni a quel tavolo imbandito, alla caduta del potente gli si scaglieranno addosso con una stupefacente violenza verbale. Si potrebbe dire che così funziona l’Italia, e non da oggi. Invece io credo nella forza morale e nella capacità di reazione di un Paese scosso dalla crisi più terribile degli ultimi decenni».

Allora, parlando della crisi, lei come giudica l’azione del governo? «Il governo ha fatto dei passi importanti, adesso però bisogna guardare avanti. Gli analisti parlano di segnali, ancora timidi, di una possibile ripresa dopo una lunga fase di contrazione. La sfida per noi, e Letta ne ha parlato, è far camminare assieme l’uscita dalla recessione e un aumento degli occupati. Traguardo sacrosanto per il quale non basta la tenuta dell’export. Il tema vero è quando ripartirà la domanda interna e qui il governo deve mostrare che fa sul serio; dal pagamento dei debiti della pubblica amministrazione a forme di sostegno al reddito per chi rischia di precipitare. Perché a tutti questi, siano esodati o giovani senza lavoro, non puoi continuare a dire “ti pagherò domani”».

Ancora oggi non si conoscono la data delle primarie e quella per la presentazione ufficiale dei candidati. Alla fine ci sarà uno slittamento dei tempi? «Non so se davvero c’è qualcuno nel gruppo dirigente del Pd che lavora per un rinvio del congresso. Se ci fosse lo giudicherei un comportamento irresponsabile. Noi siamo alle prese con un partito segnato, ferito, e che però ha dentro di sé le risorse per rialzarsi e ripartire. Ma se il segnale è di voler prender tempo e rinviare un confronto sui contenuti di quella ripartenza, è possibile che in tanti scelgano la via di un abbandono silenzioso. E questo non ce lo possiamo permettere. Io ho fiducia in Epifani: ha detto che il congresso c’è, è stata indicata una data. Per me la questione è chiusa».

Panebianco in un suo editoriale, dopo un’analisi spietata del Pd, ha citato solo due nomi, Letta e Renzi come protagonisti del futuro dem. Lei a chi si rivolge, a chi guarda, per cercare di vincere la sfida? A sinistra, al centro, ai delusi Pdl, ai delusi Pd? «Guardo al vasto popolo dei democratici. Giro le feste, li ascolto. È gente che non ha smarrito lucidità e passione e chiede di capire dove vogliamo andare e per fare cosa. A loro va detto che il traguardo non è un Pd più piccolo e più di sinistra, ma una forza in grado di accogliere il molto di buono che è fuori da noi: movimenti, associazioni, forze del civismo, della legalità, del solidarismo. Penso a un partito che rivoluziona il suo modo di partecipare, discutere e decidere. Un partito che non sia un fine in sé ma neppure l’autobus che si prende per fare un paio di fermate verso le istituzioni. Il Pd che immagino sa guardare al mondo, mette la persona al centro, lavora per quel centrosinistra largo, dalla sinistra alle culture moderate, ma in grado di vincere nel Paese e di cambiarlo. Quanto ai delusi, mi piacerebbe recuperare i tre milioni di voti persi a febbraio. E comunque va bene parlare a tutti, ma devi parlare con la tua lingua. Quanto a Panebianco, posso dire solo una cosa?».

Se vuole… «Ho letto anch’io quel suo editoriale. Fosse per lui fonderebbe Letta e Renzi in una sola persona che avrebbe il merito di liberare l’Italia una volta per tutte da una sinistra vecchia e attardata. Per fortuna i diretti interessati non sono dello stesso parere ma colpisce il tono di una borghesia, o come la si voglia chiamare, che di fronte agli sbreghi alla democrazia non trova di meglio che augurarsi una sinistra fuorigioco, oggi come vent’anni fa. Credo saranno attese deluse».

I bersaniani, Areadem, i lettiani, non hanno un candidato loro, sono tiepidi nei suoi confronti e su Renzi per ora non si sbilanciano. Vede possibili aperture su quel fronte? «Io ho un sogno, meno ambizioso di quello di Martin Luther King. Che il nostro sia un congresso di scelta e libertà. Vorrei che ciascuno – dall’ex segretario all’ultimo iscritto in ordine di tempo – ascoltasse il merito, le parole e i traguardi indicati da chi si candida a guidare il Pd. E poi andasse lì dove lo portano i sentimenti e la ragione. Questo vorrei. Per cui, certo che spero in un ascolto, apertura, condivisione, ma come l’incontro delle idee. E spero che gli appunti verso il congresso che pubblicherò tra qualche giorno possano dare una mano in questo senso».

Lei che ha il “peccato originale” di arrivare dal Pci e dai Ds, come pensa si possa ricostruire un’identità di sinistra che non parli solo a sinistra, in grado di risvegliare interesse e passione? «Non penso al Pd come a un partito solo di sinistra. Ma senza la sinistra il Pd non è. Penso che la prova sia ricollocare i valori di una sinistra ben più ampia delle forze che lei ha citato in una società mutata per orientamenti, aspettative. La domanda è cosa può tenere unite comunità così frammentate e con diseguaglianze tanto profonde. Io rispondo, come altri, una rivoluzione della dignità e la possibilità, dopo il ciclo della destra, di nominare una nuova stagione dell’emancipazione umana verso l’economia, la scienza, la democrazia. Chiedo, c’è una sola ragione per la quale non dovremmo almeno provarci?».

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Pubblicato il 15 agosto 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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