LA DOPPIA SFIDA DI GOVERNO E PD

Michele Ciliberto, L’Unità, 5 agosto 2013

Silvio Berlusconi ha detto che non è sua intenzione far cadere il governo. Affermazione notevole, che però contrasta frontalmente con l’azione di logoramento che continua a compiere, con il sostegno dei capi del suo partito. Di fronte a tante chiacchiere sulla democrazia che sarebbe stata mutilata dalla corte di Cassazione, verrebbe da citare una battuta di uno dei padri della democrazia moderna, Baruch Spinoza.

Diceva Spinoza: «Ciascun cittadino non è soggetto a se stesso, bensì allo Stato, del quale è tenuto a seguire tutti i comandi, e non ha alcun diritto di decidere cosa è giusto o cosa è ingiusto…», come sta facendo invece Berlusconi di fronte alla sentenza di condanna, con le sue violente, e quotidiane, forzature istituzionali. Rispetto ai canoni della democrazia, con manifestazioni come quella di oggi, Berlusconi – un condannato che si scaglia contro la magistratura – si pone fuori del moderno Stato di diritto. Ma questo atteggiamento, tutto è fuorché una sorpresa: solo chi vive fuori del mondo avrebbe potuto immaginare che la parola d’ordine della «pacificazione» strombazzata da autorevoli rappresentanti dl Pdl, e dallo stesso Berlusconi, avesse un fondamento reale. Era solamente lo schermo dietro cui si celava l’obiettivo di salvare Berlusconi dalla magistratura e garantirgli una immunità.

Questo non significa, ovviamente, che il governo nato su basi di eccezionalità non possa svolgere un ruolo positivo e raggiungere obiettivi importanti, come ha cominciato a fare. Anzi, deve ulteriormente alzare il tiro della sua azione, facendo scelte nette sui problemi decisivi: i provvedimenti economici e sociali, le riforma istituzionali, la legge elettorale. Deve, in altre parole, mettere alla prova Berlusconi e la politica delle «larghe intese», vedere quanto essa possa reggere, e svilupparsi, in questa situazione arroventata, sollecitare quelli che nel Pdl si sono raccolti intorno ad essa per un giudizio condiviso sullo stato dell’Italia e non solo per interesse personale.

Ma in una situazione così complessa e imprevedibile, e aperta, il Pd può limitarsi a questo? Non deve, nella sua autonomia, cominciare a pensare a una soluzione alternativa, ovvero a un progetto di forte cambiamento? E ce ne sono le condizioni obiettive, materiali? Per poter abbozzare una risposta bisogna guardare, oltre che alle giostre ideologiche, alla materialità dei processi e comprendere se rispetto ad essi il Pd possa svolgere una «nuova» funzione, una funzione nazionale.

L’Italia sta attraversando una crisi immensa ma, come accade sempre, i costi non sono distribuiti in modo omogeneo, tanto meno eguale. Si sono estese le fasce di povertà e di indigenza, si sono acuite le ineguaglianze, si sono ulteriormente appesantite le differenze tra Nord e Sud, ma anche al Nord molte imprese non riescono ad andare avanti. Sono processi materiali assai pesanti, che si proiettano, in modi gravissimi, sul piano individuale, personale. Viene meno la prospettiva del futuro; tutto è schiacciato su un presente duro, deludente, amaro; i ceti più poveri, e più colpiti, si chiudono in un atteggiamento nel quale confluiscono pulsioni a una rivolta contro tutto e un disincanto, cupo, radicale; il lavoro dipendente si sente privo di rappresentanza politica e anche sindacale; il mondo delle imprese è colpito da una crisi mai vista, come dimostra l’aumento dei suicidi anche fra gli imprenditori… La società si frantuma e al tempo stesso si diffonde un «rancore» politico, sociale, culturale.
Sta qui la radice del successo di Grillo, nel dare voce a tutto questo: una realtà assai diversa dalle forme ordinarie del conflitto tra capitale e lavoro, perché tocca le radici degli individui, le strutture originarie della loro esistenza.

Sono in atto, da anni ormai, profonde trasformazioni, che si rifrangono anche nei processi – rapidi e tumultuosi – di formazione e disgregazione degli schieramenti politici.
Se oggi le forze riformatrici vogliono avere una funzione, devono partire di qui: ascoltare e comprendere quello che sta avvenendo negli strati individuali profondi e dare ad esso voce, e un orizzonte; ma su tutti i piani. Una analisi, e una prospettiva, di carattere strettamente economico o politico, oggi non può bastare. Se le forze riformatrici si limitassero a questo non riuscirebbero a incontrare quello che si agita nel profondo della società e le nuove forme, anche politiche, attraverso cui esso pulsa e si esprime.

Certo, occorre che le forze riformatrici elaborino politiche economiche in grado di fronteggiare la crisi, senza continuare a martellare i ceti più deboli. Ma devono muoversi, con pari, e perfino maggiore energia, sul piano ideale, culturale, sul terreno dei valori. Valori concreti, materiali, mai così necessari come oggi, se si vuole dare un orizzonte alla nostra società, impedendo che essa si ripieghi nella indifferenza, nella apatia, nella inerzia o in un ribellismo senza futuro. Per questo ci vogliono idee, nuove idee, capaci di muoversi al livello delle trasformazioni del nostro tempo, ed è necessario anche un nuovo configurarsi, e auto-riformarsi, della politica, se vuole entrare in sintonia con zone, e mondi, sconosciuti. Ma per questo è necessario, soprattutto, un partito «nuovo», capace di fare scelte precise, di mettersi dalla parte degli «ultimi» – milioni di individui – e di proporre una visione complessiva dell’Italia e dell’Europa nei prossimi anni, in grado di generare fiducia in obiettivi materiali, in un orizzonte concreto. Altrimenti marciremo nella palude.

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Pubblicato il 6 agosto 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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