IL PROFESSOR LUCA RICOLFI E LE SUE CONCEZIONI SUPERFICIALI DELLA REALTÀ

di David Arboit

Leggete la quantità di banalità e luoghi comuni che il professor Luca Ricolfi riesce a mettere insieme nell’editoriale del 28 luglio 2013 (leggi qui). Non è una novità nel panorama italiano; memorabile e insuperata la più straordinaria fucina italiana di banalità e luoghi comuni: Francesco Alberoni.

I luoghi comuni si formano si solito per generazione spontanea, e si consolidano pian piano come vox populi (espressione ambivalente nel bene e nel male). Ma sono anche fabbricati ad arte, oppure amplificazioni calcolate della vox populi, e in quanto coltivati apposta sono armi di distrazione di massa. Artefici e/o utilizzatori primari di questi armi da guerra psicologica sono gli “intellettuali servi del potere”; l’espressione è vecchia (se ne possono trovare ampi riscontri già nella Roma imperiale), ma mai obsoleta.

Oggi siamo più che mai travolti dai luoghi comuni, e la comunicazione dei mass media è poco più che una serie ripetuta di luoghi comuni, dai quali appare sempre più difficile dislocarsi. Occorrerebbe una dialisi mentale. I luoghi comuni sembrano aver un’inerzia potente, una straordinaria “quantità di moto” che consente loro di propagarsi velocemente e di durare a lungo.

I luoghi comuni trovano casa anche nelle università, nelle prestigiose cattedre delle facoltà universitarie che, tanto per fare un esempio che mai mi stancherò di ripetere, hanno diffuso per decenni le mistificazioni della dottrina economica neoliberista, menzogne che ancora oggi si fatica a criticare.

Desta comunque stupore l’interpretazione ingenua, direi primitiva, che il Ricolfi ci dà del concetto di “realtà”. Devo dire a sua discolpa, che raramente questi professoroni delle università italiane, si impegnano a indagare seriamente i fondamentali delle scienze sociali che sono autorizzati a insegnare. I professoroni hanno affrontato in genere assai superficialmente il dibattito sulla differenza tra scienze sociali e scienze della natura, e quindi sono destinati inevitabilmente a riprodurre schemi più o meno legati al positivismo anche nelle cosiddette scienze dello spirito.

1) La sinistra – dice Ricolfi – disprezza gli italiani perché votano quel cialtrone di Berlusconi. Innanzitutto professor Ricolfi è evidente che Berlusconi non è un cialtrone e la sinistra, che ama usare con proprietà il linguaggio, non ha mai dato a Berlusconi del cialtrone. Cialtrone, dice il Dizionario De Mauro, significa persona pigra, sfaccendata, spregevole, inconcludente. I successi politici ed economici di Silvio dimostrano inoppugnabilmente che certamente non è un cialtrone.

La sinistra, invece, ha sempre radicalmente rifiutato i valori che Silvio Berlusconi ha incarnato con “parole, opere e omissioni” e direi anche con la maestria di un attore consumato; sono idee, discorsi e comportamenti, scientemente portati avanti, che hanno esibito, e volevano esibire, un’antropologia che l’uomo di sinistra non riesce proprio né a comprendere né a tollerare. Questa immagine di uomo, abilmente coltivata da una macchina comunicativa di straordinaria competenza e potenza, si è diffusa in Italia e ha persuaso (inquinato la mente, mia espressione chiaramente e coscientemente valutativa) molti italiani. In questa immagine di uomo (e di maschio) si sono immediatamente riconosciuti gli italiani che del “fare il furbo” hanno fatto una regola di vita, e la macchina della propaganda del Pdl lo sa, altrimenti non avrebbe impostato la recente campagna elettorale per esempio sulla tutela dell’abusivismo edilizio e sulla proposta di sanatorie su tutto e per tutti.

Le pare questo un accecamento ideologico? Le sue ricerche sociologiche non trovano riscontro di un degrado morale del popolo italiano? Ovvero lei è uno di quei geni che interpretano, o meglio cercano di venderci, il degrado morale come modernizzazione? È che la sinistra ha in mente un’altra immagine di persona.

2) L’ottusità ideologica della sinistra raggiunge oggi un tasso parossistico con la lapidazione di Stefano Fassina, reo di avere denunciato l’esistenza di un’evasione da sopravvivenza. Mio caro professore, faccio ancora appello al suo mestiere: metodi quantitativi. Se è vero che esistono situazioni di imprese vessate dal fisco (per esempio un vero scandalo: aziende che anticipano il pagamento dell’IVA a fronte di crediti dovuti dallo Stato mai incassati) che peso quantitativo hanno realmente questi casi nel complessivo aggregato dell’evasione dell’Italietta dei furbi? E l’ideologia dell’evasione da sopravvivenza, abilmente diffusa dal Centrodestra, non è forse da decenni uno di quei luoghi comuni, di quelle foglie di fico, dietro le quali si nascondono le vergogne dell’Italietta dei furbi? Non è forse stato imprudente, poco saggio, da parte del viceministro (del quale io personalmente continuo ad avere grande stima) dare fiato a uno dei peggiori luoghi comuni dell’Italietta dei furbi? Non è forse economicamente e politicamente sbagliato assecondare gli “animal spirit” dell’Italietta dei furbi?

Ammesso e non concesso che le leggi che regolano il sistema fiscale siano errate, che cosa accadrebbe allo Stato di diritto se fosse affermato e sdoganato il principio che è giusto non rispettare una legge ingiusta?

3) Alla sinistra non piace la realtà. Quando i fatti mettono a repentaglio l’ideologia, il riflesso meccanico della cultura di sinistra non è correggere o adattare l’ideologia alla realtà, ma correggere la realtà negando i fatti.Sì, caro professore, confermo! Alla sinistra non piace la realtà dello sfruttamento del lavoro, la realtà della illegalità, la realtà di una distribuzione ingiusta del reddito, la realtà di una scuola e di una sanità portate scientemente al disastro, la realtà di un’Italietta dei furbi che non ci possiamo più permettere.Il desiderio, forse utopico, di un’umanità migliore e di un’Italia giusta è certamente un modo di negare la realtà, un modo di negare una realtà che sta trascinando il paese nel disastro.

4) Da che cosa deriva questa refrattarietà ai fatti, fino al negazionismo più buffo? Certamente, e in una misura non trascurabile, dall’eredità dello stalinismo, con il suo totale disprezzo per la verità. E trinariciuti compagni osavano addirittura consigliare al professore di tradire la sua vocazione al sapere chiedendo di nascondere verità scomode. Questa rozza affermazione propagandistica potrebbe essere liquidata, vista la rozzezza, semplicemente con un “no comment”. Vale invece la pena di sottolinearne un aspetto che potrebbe essere sintetizzato così: per gli ex comunisti gli esami di maturità liberale, di compatibilità con il mercatismo non finiscono mai. C’è sempre un aspetto, un comportamento, una parola, una virgola che denunciano che noi, la sinistra, non siamo ancora pronti, non siamo ancora all’altezza, dobbiamo ancora liberarci di qualcosa di “vetero”, di novecentesco, di qualche scoria del passato comunista. E guarda caso questo giudizio compare quando qualcuno osa criticare “il sistema”, osa contrapporsi alla realtà come dato di fatto. E qui, direi, lo schema superiorità morale/inferiorità morale si rovescia, l’ideologia della superiorità liberale, dimostrata dalla sconfitta del comunismo, emerge con prorompente vitalità.Ma che fa professor Ricolfi? Mi fa il superiore pure lei? Ma come? Anche lei è votato all’arroganza etica, o per meglio dire teoretica?

5) L’identificazione della verità con ciò che risulta utile alla causa, sia essa il Socialismo, la Rivoluzione, il Partito o lo Stato. Tra sapere e potere, come ci insegna Michel Foucoult, c’è un intreccio complesso e inestricabile. Ma il mentire sistematicamente, a volte anche in modo spudorato, per difendere posizioni di potere non mi pare che negli ultimi vent’anni sia stata una caratteristica dei comunisti o degli ex comunisti del PD. Anzi, nell’Italietta dei furbi si è sempre più diffusa una mentalità per cui il mentire non è in funzione di un progetto di potere collettivo, del partito, ma di un progetto di potere squisitamente opportunistico e personale.

Riguardo alla proposta di nascondere “verità scomode” mi permetto di consigliare al prof una differente interpretazione dei comportamenti di quei compagni, perché forse c’era una benevolenza di fondo in qui consigli: per non offendere il suo amor proprio, invece di dirle francamente “non scrivere idiozie” quei compagni le hanno impedito di esporsi con affermazioni improbabili. Pensi che fortuna sarebbe stata avere di fianco uno di questi “compagni” proprio il 27 luglio 2013, mentre rifiniva il suo editoriale.

6) L’incapacità di tollerare le dissonanze. Le dissonanze, cioè le note stonate (sinonimo di critica) che non si riesce a tollerare. “Il Duce ha sempre ragione” stava scritto un tempo sui muri dell’Italia fascista. Capita spesso anche nella vita quotidiana: c’è chi non tollera di essere contraddetto, è un fenomeno molto diffuso dappertutto. È a questa banalità alberoniana che il professor Rocolfi ci richiama per spiegare le critiche da sinistra a Fassina? Ma anche qui, scavando un po’ più a fondo, si può avanzare un altro punto di vista. A dire il vero è proprio l’orecchio che non le tollera le dissonanze. Un intervallo di terza è un intervallo di terza, se me lo pasticci e me lo fai calante l’orecchio ne risente. Certe affermazioni sono disgustose, è una questione di “palato intellettuale”, e la sinistra “moralista” non tollera che un Vicepresidente della camera definisca scimmia un ministro della Repubblica di pelle nera. Certi comportamenti sono disgustosi e paragolpisti e la sinistra non tollera che il Pdl chieda la sospensione dei lavori del Parlamento per tre giorni perché la Magistratura ha emesso una sentenza sgradita all’imputato Silvio Berlusconi. Una banalità sociologica: sono ben pochi tra l’altro gli imputati condannati che dicono “sì, è giusto, me la sono proprio meritata”.

6) La tendenza umana a saltare dai fatti ai valori, dal piano descrittivo al piano normativo. Ma è un errore logico. Il piano dei valori e quello dei fatti sono separati.  Ed eccoci di nuovo ritornati al punto di partenza teorico, al rapporto tra fatti e valori. E qui di nuovo il professore riguardo alle scienze sociali mostra la sua impostazione metodologica, il suo atteggiamento neopositivista con venature di kantismo. Il professore ignora il fatto che espressioni come “verità” e “fatto” sono oggi assai problematiche e che solo con una grande dose di sicumera possono essere pronunciate, come fa lui, alla leggera? Il professore ignora che non esiste il fatto in sé, ma che il fatto si costituisce nel quadro di un orizzonte interpretativo ermeneutico? Il professore ignora che è impossibile risolvere il problema della conoscenza e misurazione dei fatti sociali al di fuori del fatto ontologico e inevitabile della loro “precomprensione”? Il professore ignora che di questa inevitabile precomprensione bisogna essere coscienti (negarne l’esistenza e un errore) e saperne discutere in modo critico? Il professore ignora che la avalutatività nelle scienze sociali è impossibile, perché chiunque osservi l’agire sociale lo fa a partire da un punto di vista (generalmente di classe avrebbe detto Marx, magari a sua insaputa) e che non ha senso pensare di separare analiticamente enunciati descrittivi da enunciati normativi in quanto non esistono enunciati descrittivi puri? Su questo tema mi permetto di consigliare un approfondimento: partire da Max Weber per finire a Jurghen Habermas.

7) I luoghi in cui si evade spudoratamente, talora per sopravvivenza talora per ingordigia, sono perfettamente noti a tutti perché coinvolgono milioni di persone. Su questo almeno siamo d’accordo professore: è l’Italietta dei furbi. Ma sul «non si fa nulla» non sono d’accordo e non sono nemmeno d’accordo sul giustificazionismo che le fa dire che «se si facesse si creerebbero conflitti sociali immani, chiuderebbero centinaia di migliaia di attività, si perderebbero milioni di posti di lavoro».

Non si fa nulla? Affermazione generica, tipicamente populista, demagogica e falsa, della serie “tutti colpevoli nessun colpevole”: Vale la pena ricordare, per chi ha la memoria corta o per chi pratica la disinformazione in modo sistematico, che con lungimiranza Vincenzo Visco, Ministro delle finanze del Governo Prodi, tentò di avviare una rettifica del sistema fiscale, un progetto di rientro dal debito pubblico, ma fu pubblicamente lapidato da quasi tutti i quotidiani, anche da “La Stampa”. Poi seguì un governo che applicò l’ideologia del reganismo e del taccerismo, l’ideologia di una indiscriminata riduzione delle tasse, un governo che fece apologia dell’evasione fiscale, un governo che attraverso la pratica diffusa dei condoni incentivò l’evasione fiscale.

Riguardo al catastrofismo: è evidentemente una posizione ideologica e demagogica che protegge gli interessi dei più abbienti. Una riforma fiscale che applichi il principio “chi ha di più deve dare di più” è utile, necessaria e non produce disastri.

«Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?» (Primo Levi, La Tregua).

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Pubblicato il 29 luglio 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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