FABRIZIO BARCA: «STOP AI DOPPI INCARICHI 
IL SEGRETARIO NON PUÒ FARE IL PREMIER»

fabrizio_barcadi GIOVANNA CASADIO

La Repubblica, 25 luglio 2013

ROMA  –  «Chi li prende questi impegni a rovesciare il Pd?». Fabrizio Barca, l’ex ministro della Coesione territoriale, lancia l’offensiva in vista del congresso («Ma non mi candido alla segreteria») per rifondare il partito. E dopo tre mesi di dibattiti, 170 circoli, 10 mila persone incontrate, sfida: «Al prossimo segretario chiedo sei requisiti…». E avverte del rischio che si scateni la sindrome del “perdi-perdi” se, per autoconservarsi, l’apparato proverà a bloccare Renzi.

Barca, qual è la malattia del Pd? «Questa idea del partito Statocentrico come macchina elettorale non produce un bene collettivo in sé, né proposte».

Un Pd autoreferenziale, un insieme di oligarchie? «Sono stato nei territori e lì ci sono anche tracce di valvassori e valvassini, ma teste buone e umanità… ».

Di capibastone anche? «Sì, ho parlato di capibastone in riferimento alla Calabria e riuserei quel termine».

Non sono le larghe intese con Berlusconi a danneggiare il Pd? «Le larghe intese sono il frutto della malattia democratica, non viceversa. Squarciando il velo dell’apparato autoreferenziale e della contaminazione con lo Stato e ignorando per un istante i comportamenti diffusi frutto delle “male bestie”, il Pd si presenta come una risorsa sotto utilizzata, ricco di teste e di umanità con robuste radici culturali (ancorché non accudite), liberali, social/comuniste e cristiano sociali. Con “male bestie”, e uso una citazione di don Sturzo, mi riferisco a coloro che si affacciano al partito per cercare la scorciatoia di un posto di lavoro o una candidatura…».

Lei non si candida perché ha paura? «Non mi candido perché ammazzerei quello che forse di buono ho fatto: ragionare cioè, convincendo in modo credibile le persone con cui ho parlato che non avevo affatto in mente di fare in modo più furbo quello che fanno tutti, cercare consensi. Si è creato così uno spazio di attenzione nel merito, sui contenuti».

Nel documento lei chiede che un sindaco (ad esempio Renzi), e ancora più un presidente del Consiglio (mettiamo Enrico Letta) per fare il segretario del partito debbano lasciare Palazzo Vecchio e Palazzo Chigi? «Va data ai cittadini la garanzia che il Pd sia la loro associazione. Che a livello nazionale, regionale, provinciale e locale, il segretario e i membri della segreteria democratica siano incompatibili con ogni carica istituzionale. Nel governo, come assessore, o sindaco… ».

Quindi mette subito fuorigioco Renzi e Letta? «Sono impegni che chiedo oggi a chi si candida segretario. Le regole non si cambiano in corsa».

Neppure la distinzione tra segretario e candidato premier? «Meno si cambiano le regole in corsa e meglio è, perché non si fanno modifiche per fregare questo o quello. No alle trappole».

Quindi lei simpatizza o antipatizza per Renzi? «Renzi viene percepito da una gran parte di chi incontro come fattore di rinnovamento e, se viene contrastato da un blocco di conservazione, allora nel Pd è un perdi- perdi. Se si delineassero una o più personalità di rinnovamento, sarebbe una bella gara. E per quanto Renzi possa immaginare il partito come un trampolino per Palazzo Chigi, sarà messo alla prova. Intanto prenda questi impegni. L’appello è rivolto non solo a lui ma anche a Cuperlo, Civati, personalità diverse ma di spessore».

Quali sono gli altri impegni richiesti? «Nel documento (leggi qui) propongo di ridurre la direzione da 200 persone a 20. Soprattutto, non sia più vero che un iscritto al Pd abbia una corsia privilegiata per entrare alla Rai o nell’ente comunale… ci vuole una “liberale concorrenza”. E occorre porre rimedio al matrimonio mancato tra il Pd e la Rete, quella sarà la vera concorrenza a Grillo».

Nei circoli c’è esasperazione, OccupyPd, insofferenza? «Negli incontri ci sono sempre dieci minuti di esasperazione contro i 101 “franchi tiratori, la necessità di capire cosa ci stiamo fare in un governo con Berlusconi però poi si parla di futuro, dell’identità della sinistra, del metodo di governo. Insomma si comincia con “non ti venga in mente che non siamo furibondi”, ma si continua con un confronto sulle cose».

Il governo Letta ha il fiato corto? «Non lo so. Il Pd dovrebbe riuscire a vivere in due dimensioni: sollecitare il governo che c’è perché faccia cose utili, ma non farsi schiacciare. E deve regalarsi il tempo per costruire il futuro».

E forse non votare la fiducia ad Alfano dopo il caso Shalabayeva? «Il Pd deve chiedersi: dal punto di vista degli otto milioni che mi hanno votato, cosa conta?».

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Pubblicato il 27 luglio 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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