DEMOCRAZIA ED ECONOMIA POLITICA: UN INTRECCIO PERICOLOSO E PERVERSO

di David Arboit

Più volte durante la recente campagna elettorale nazionale abbiamo ascoltato il candidato Presidente del Consiglio per il Centrosinistra Pierluigi Bersani parlare dell’intreccio complesso e pericoloso tra crisi del sistema economico e crisi del sistema politico.

Un colosso della finanza mondiale, la banca d’affari statunitense JP Morgan, riprende il tema e lo affronta con una sua speciale interpretazione e con la relativa ipotesi di soluzione (leggi qui). Non stupisce il senso della soluzione e non stupisce la franchezza con cui uno dei principi della finanza mondiale esprime il suo punto di vista sui sistemi politici mondiali riassumibile nel concetto “comanda l’economia, meno democrazia” (leggi il documento).

Non stupisce nemmeno che tra esercizio democratico del potere politico da parte della cittadinanza e funzionamento del sistema economico ci sia una contraddizione storicamente endemico, un conflitto politico, di potere, storicamente insanabile e che sistematicamente ogni volta, soprattutto nei momenti di crisi, si ripresenta con puntualità ed evidenza.

Già a partire dalla Rivoluzione francese, uno dei primi esperimenti democratici moderni, si comprende che la democrazia politica se non trova espressione anche in forme di democrazia economica, cioè in forme di controllo democratico dello sviluppo del sistema economico, rischia di essere più apparente che reale.

Alla esigenza di un controllo democratico dello sviluppo economico tentò di rispondere il fallimentare esperimento organizzato dal comunismo. Esperimento certamente fallito, ma questioni e problemi rimasti ad oggi sul tavolo e insoluti.

Il contrasto tra “eccesso” di democrazia ed esigenze della valorizzazione del capitale fu illustrato già negli anni Settanta del Novecento in un famoso documento della famosa (o famigerata) Trilateral Commission.

Ma riguardo al qui ed ora, all’adesso, a fronte delle prese di posizione di Jp Morgan si possono fare alcune osservazioni sul presente italiano

1)   Il percorso di revisione della Costituzione progettato dal governo di Enrico Letta, sostenuto da una Maggioranza che comprende Silvio Berlusconi e Mario Monti, e sicuramente orientato al rafforzamento dell’esecutivo, al rafforzamento della cosiddetta governance, appare un progetto che rischia di essere organico ai desiderata dei grandi poteri finanziari mondiali e quindi, ovviamente, orientato a indebolire la democrazia per consegnare il potere politico nella mani di una ristretta e potentissima oligarchia tecnocratica.

2)   Il richiamo a sostenere il governo pronunciato ieri da Giorgio Napolitano appare inopportuno (il Presidente dimentica continuamente che non siamo una Repubblica presidenziale e che gli indirizzi politici non spettano a lui), e soprattutto debole a fronte del fatto che per il cittadino italiano è oggi la questione cruciale è la seguente: chi pagherà i costi economici della crisi mondiale? E le eventuali soluzioni proposte, quali interessi e poteri salvaguardano? Quelli degli intoccabili, le grandi banche e i finanzieri? I miei di cittadino? Le soluzioni a cui fanno riferimento queste domande possono essere assai differenti, e un governo basta che sia non garantisce che sia effettivamente perseguito il bene del popolo. Le soluzioni dipendono dall’orientamento più o meno democratico, in materia economica, del governo.

È allora chiaro che le oligarchie tecnocratiche non possono essere altro che il nemico numero uno di un Partito, il PD, che della democrazia ha fatto la sua ragione sociale, il suo “core business”. Ci sono quindi alleanze da costruire con chiunque manifesti con parole è azioni di essere un sincero democratico, con chiunque si schieri dalla parte di un sistema istituzionale che sia effettiva espressione della sovranità popolare (leggi qui), fosse anche quel Grullo di Beppe.

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Pubblicato il 19 luglio 2013 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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