CONGRESSO PD: PREOCCUPAZIONI E ORIENTAMENTI

PD_BUCCINASCO_Congresso_bdi Giambattista Maiorano

C’è una gran voglia di discutere, di confrontarsi, di far sentire la propria voce, la rabbia spesso per scelte che, seppur imposte dalla stranissima situazione del dopo voto, non sono state metabolizzate e che difficilmente lo potranno essere. C’è già chi è pronto a scattare ai nastri di partenza, chi ancora attende chiedendo regole, chi ci sta pensando, chi reclama a gran voce e a ragione le date del Congresso. Su questo una parola definitiva verrà detta il 31 luglio. Mi fido del Segretario Nazionale e della Commissione: sono convinto, salvo imprevisti sempre possibili, che si farà entro l’anno, tra novembre e dicembre.

Non mi stupisce il guazzabuglio di opinioni.

Un partito che ha l’ambizione di rappresentare ceti sociali diversi, sensibilità e culture che non temono di contaminarsi ma che reclamano la loro soggettiva dignità, un partito che ha il dovere di far sintesi, ancorato sì alla storia migliore del riformismo italiano, ma che non vive sull’onda della nostalgia il presente ed il futuro, non può non discutere e non discutere animatamente. Sarebbe innaturale il contrario. Chiamatele poi correnti o posizioni culturali, chiamateli elementi dialettici, aree di rappresentanza. Chiamatele pure potere, poco importa e poco mi preoccupa la definizione, ma se non fosse così, se non ci fosse la capacità di far vivere il pluralismo delle e NELLE istituzioni, che piaccia o non piaccia ricomprendono anche i partiti, il PD non avrebbe ragione d’essere e non ci sarebbe ragione perché io ci abbia creduto con tanto entusiasmo e passione.

Tanto valeva restare ciascuno ciò che si era (maledetta nostalgia!) o dare avvio a un’operazione trasformista dove ciò che conta è solo chi ne ha l’intestazione e viene adorato come un dio a prescindere dalla pluralità delle presenze e delle esperienze.

Tanto valeva, per essere chiari, limitarsi a fare la stessa cosa che ha fatto Silvio Berlusconi: un aggregato di feudatari al servizio del sovrano incontestato e incontestabile. Ma questo non c’entra nulla con la forma “partito” e men che meno c’entra con l’aggettivo “democratico”, è altro rispetto a ciò che ho sempre sognato, è totalmente altro da me.

Chiaro poi: il partito è un partito, cioè a dire uno e non l’unico ed esclusivo soggetto rappresentante dell’intera società. Partito da pars, appunto, come ci ricorda l’etimologia latina. Ovvero un soggetto in grado di misurare le sue capacità, di esprimere una proposta, di confrontarla a viso aperto, di presentarla al corpo elettorale, di migliorarla e completarla con questi apporti, di realizzarla con le dovute mediazioni nel caso di affermazione. Ma anche, e soprattutto direi, un soggetto in grado di avere consapevolezza dei propri limiti perché questa è la condizione per rendere più forte e credibile la propria presenza e valida la proposta che formula. Partito, appunto, non tutto!

Nell’arena si agitano proposte amplificate e enfatizzate più del dovuto. Più che le convergenze, si sottolineano le differenze spesso con accentuazioni ideologiche che speravo scomparse dallo scenario. Mi preoccupa molto il fatto che le esasperazioni più rilevanti sono spesso patrimonio di chi non ha vissuto le stagioni della contrapposizione e che pare riproporci un quadro come se l’esperienza del recente passato non contasse nulla, il muro di Berlino fosse ancora lì sentinella invalicabile e che l‘unico modo per raggiungere il sol dell’avvenire non possa che essere la ricostruzione di un mondo mai esistito e là dove tentato esprime oggi le sembianze di un capitalismo ancora più becero e miope.

Mi preoccupa le sottolineature su verità assolute con il venir meno del rispetto delle idealità. Mi preoccupa quel clima di missionarietà reciproca dove ciascuno è invogliato a convincere e di più a convertire il reprobo, sempre l’altro ovviamente, dimenticando che questo atteggiamento è il contrario della difesa di una sana laicità.

Mi preoccupa quella sorta di guerra di posizione tra ex (comunisti/democristiani) con il rischio di non accorgersi di buttare l’acqua sporca con il bambino.

Mi preoccupa, stando alla gravissima situazione odierna, il non rendersi conto della profonda trasformazione subita dal mondo della produzione e del lavoro ed il restringere gli ambiti in una sorta di nuovo corporativismo.

Mi preoccupa, proprio mentre sembra che ogni sforzo di investimento debba andare verso i giovani, il trovarsi di fronte ad un sola classe ancora tutelata, quella degli anziani pensionati. Bene o male, fin tanto che la situazione regge, sono gli unici a vedersi riconoscere comunque un qualcosa. C’è bisogno di un nuovo patto che investa le generazioni, vecchi e giovani.

A tutto questo deve dare risposta il nostro Congresso. Ed è urgente, senza ulteriori rinvii.

Ci sono poi tanti motivi di discussione ancora da comprendere.

Non capisco, per esempio, quando appellandosi alle regole, queste devono o meno comprendere la sospensione statutaria attuata dall’ex segretario Bersani per consentire a quanti lo desideravano di partecipare alla corsa per la Presidenza del Consiglio. Vorrei capire meglio se sospendiamo la sospensione e quindi renderemo automatica la designazione del nuovo segretario alla candidatura alla Presidenza del Consiglio poiché, se così fosse, non sarei per nulla d’accordo. Il Segretario, infatti, sarà il Segretario del PD, di tutto il PD. Mentre il candidato ala Presidenza del Consiglio, che potrà essere benissimo il segretario eletto, non potrà che essere il soggetto scelto da una coalizione più ampia del partito. Ciò non significa ignorare l’esigenza di fare primarie le più larghe possibili, aperte come oggi si ama dire, per lo stesso segretario. Significa però definire meglio il ruolo e la funzione degli iscritti e la necessità del radicamento territoriale senza contraddire l’altra esigenza fondamentale di un dimagrimento notevole degli apparati e delle burocrazie liberandosi di inutili pesi.

L’essere un Partito leggero non può e non deve significare diventare un qualsiasi partito di opinione pronto a cambiare idee ad ogni piè sospinto. Non può e non deve significare mortificazione degli iscritti solo buoni a quel punto a riunirsi tra loro, a formulare documenti, ad attaccare manifesti, a pagarsi di tasca propria le campagne elettorali perché o son loro o son loro in barba molto frequentemente a qualsiasi forma di finanziamento pubblico.

Forse perché comincio a sentire qualche anno di troppo sulle spalle, mi piacerebbe sentire i candidati, tutti i candidati, che va bene il dibattito, va bene il confronto, va bene la dialettica e la differenziazione, ma il bene supremo, se non vogliamo essere ipocriti, è e deve restare quel senso di appartenenza comune a una grande famiglia e il diritto/dovere di esercitare la funzione di maggioranza e/o di minoranza, a seconda degli esiti, senza che nessuno ricatti con la semplice ipotesi del se è così come dico io, bene, se no me ne vado. Sarebbe la parodia della democrazia e l’esaltazione di modelli personali per me almeno del tutto inaccettabili.

Chi meriterà la mia fiducia? Colui o colei che meglio interpretano le esigenze esposte senza attendermi che coincidano al 100% con la mia opinione.

Se posso, un consiglio a tutti i candidati: frequentino più le periferie, perché no, anche Buccinasco, per comprendere come si vive, cosa si desidera e quali sono le compatibilità che rendono, per esempio, il nostro circolo, un insieme al di là delle singole caratterizzazioni.

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Pubblicato il 16 luglio 2013, in POLITICA LOCALE con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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