FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE, IL RITARDO DELL’AUTOCRITICA

Ronny Mazzocchi, L’Unità, 7 giugno 2013

Colpa o dolo? È questa la prima domanda che sorge spontanea dopo la lettura del corposo rapporto del Fondo Monetario Internazionale uscito l’altro giorno sulla situazione economica in Grecia. Un documento in cui abbondano critiche e autocritiche su molte delle scelte adottate dal 2009 in poi per salvare Atene dal default. Nel calderone è finito un po’ di tutto: dalla eccessiva baldanza con cui si considerava perfettamente sostenibile il livello di indebitamento greco, all’eccessivo ottimismo riguardo le prospettiva di un ritorno sui mercati obbligazionari da parte della Grecia. Dalle prospettive di crescita totalmente prive di fondamento, alla grave sottostima degli effetti deleteri sui tassi di disoccupazione dei piani della troika. Infine una importante presa d’atto: la ristrutturazione del debito pubblico della Grecia sarebbe stata meno costosa non solo per i cittadini greci, ma anche per tutti i contribuenti europei, che avrebbero risparmiato almeno in parte tutti i problemi legati ai fenomeni di contagio di cui sono stati vittime a partire dal 2010.

Non è la prima volta che il FMI fa “mea culpa” per errori di valutazione in merito agli effetti delle politiche di austerità. Basti pensare che solo pochi mesi fa Olivier Blanchard, che del FMI è il capo economista, aveva ammesso di aver fortemente sottostimato gli effetti negativi delle politiche fiscali restrittive. Che ci sia qualche problema nei modelli macroeconomici utilizzati per valutare le conseguenze delle scelte politiche da implementare è ormai un’evidenza innegabile. Squilibri, instabilità, errori nelle aspettative, fattori psicologici e crisi economiche – che solo di recente sono tornati ad essere oggetto di studio degli economisti accademici – faticano ancora a rientrare nei radar delle autorità di politica economica, sia nazionali che sovranazionali. Sotto la guida di Blanchard il centro studi del FMI sta indubbiamente vivendo un proficuo periodo di revisione delle tradizionali impostazioni teoriche, con un progressivo abbandono di quello che veniva chiamato “Washington Consensus”. Se negli anni ruggenti della New Economy dal FMI usciva senza stonature un coro di voci bianche che invocava maggiore disciplina fiscale, tagli della spesa pubblica, riduzione delle aliquote marginali, privatizzazioni e deregulation, negli ultimi tempi i ricercatori del Fondo hanno riaperto il dibattito sulla possibilità di limitare i movimenti di capitale, sui guasti che la sperequazione del reddito e della ricchezza può provocare alla crescita e sulla necessità di fissare target di inflazione più elevati per restituire margini di manovra ai governi e alle stesse banche centrali.

Tuttavia il lavoro di ricerca sembra avere avuto finora scarsa influenza sulle decisioni dello stesso FMI. A guidare le considerazioni e le scelte concrete continuano purtroppo ad essere soprattutto gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari. Senza andare a disturbare Francois Mitterrand, già trent’anni fa fermamente convinto che l’economia e le grandi istituzioni internazionali fossero “una invenzione della destra e degli alti funzionari per limitare i margini di manovra del potere politico”, è sufficiente ricordare che Dominque Strauss Kahn, prima della indecorosa vicenda che lo costrinse alle dimissioni dalla direzione del FMI, era stato uno dei principali fautori della rinegoziazione del debito greco. Ma la sua presa di posizione dovette scontrarsi con la ferma opposizione di quasi tutti i più grandi paesi europei, preoccupati delle perdite che avrebbero subito i loro principali istituti di credito nazionali, che mostravano bilanci zeppi di titoli pubblici ellenici. In passato il peso degli interessi economici aveva addirittura avuto una notevole influenza nell’indirizzare anche la stessa attività scientifica del FMI. Due anni fa il nucleo di autovalutazione del FMI ha candidamente ammesso che nel corso degli anni Novanta buona parte dell’attività di ricerca aveva subito un fortissimo condizionamento politico, con il risultato di renderla funzionale alle direttive che i vari direttori generali avevano stabilito. L’attività di ricerca, quindi, più che partecipare alla definizione delle linee guida dell’attività del Fondo, aveva finito per esserne pesantemente indirizzata. Oggi, pur avendo messo al riparo la ricerca dai condizionamenti esterni, resta l’incapacità di esercitare una azione guidata dall’interesse generale. Il pregiudizio determinato dagli interessi particolari non solo provoca danni a tutti, ma mina anche il prestigio che il FMI sta faticosamente cercando di riconquistare.

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Pubblicato il 29 giugno 2013 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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