IL PARADOSSO DEL LEADER RESUSCITATO

MARCELLO SORGI, La Stampa, 20 giugno 2013

La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dato torto a Berlusconi e ragione ai giudici di Milano – rifiutatisi di rinviare un’udienza tre anni fa, di fronte a un’ennesima richiesta di aggiornamento dell’allora premier – non cambierà di molto, a meno di sorprese, il percorso politico del centrodestra, né gli equilibri del governo di larghe intese.

È stato il Cavaliere in persona a garantirlo, pochi minuti dopo il comunicato della Consulta. E seppure in passato s’è sempre distinto per i bruschi ripensamenti dell’indomani, è la logica a dire che stavolta difficilmente cambierà idea. Terrà aperto l’ombrello del governo sui suoi guai, almeno fino alla conclusione dell’iter giudiziario dei processi, non solo quello per i fondi neri Fininvest per cui è stato condannato in appello, ma anche del caso Ruby e della controversia civile con De Benedetti, che gli è già costata oltre cinquecento milioni di euro. Non a caso le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl, minacciate a sorpresa in mattinata dal vicepresidente del Senato Gasparri, anche prima che Berlusconi dettasse la sua reazione alla sentenza, hanno trovato scarsissima accoglienza tra i deputati e i senatori del centrodestra.

Ciò che cambia davvero, però – e sensibilmente –, dopo il pronunciamento dei giudici costituzionali è il rapporto tra la condizione dell’imputato e quella del leader. Dopo il «no» al ricorso dei legali del Cavaliere è diventato tecnicamente possibile – anche se non si può ancora dire quanto probabile – che la Cassazione, in autunno, confermando il verdetto dei giudici di Milano, chiuda d’imperio la carriera di Berlusconi, dichiarando in via definitiva la sua interdizione dai pubblici uffici. Questo è il dato politico e la conseguenza più forte della sentenza. Ed è un passaggio simbolico, pesante e praticamente finale, che forse non poteva non avere Berlusconi al centro della lunghissima guerra tra politica e giustizia in corso ormai da decenni.

La Seconda Repubblica era nata, sulle macerie della Prima, anche per affrontare questo problema. Un’infinità di tentativi, da destra e da sinistra, non hanno tuttavia portato a nulla. E sarà adesso la Cassazione a decidere se la storia dell’uomo simbolo di questo ventennio debba concludersi sul piano giudiziario, e non su quello politico, come accadde per l’altro protagonista del mezzo secolo precedente, Giulio Andreotti.

Naturalmente non è detto che finisca così. Berlusconi, lo dicono gli osservatori che hanno letto le carte, potrebbe, sì, essere condannato, ma anche no: prescritto o sottoposto a un nuovo processo, se la sentenza d’appello dovesse essere annullata con rinvio a un’altra corte. Ma quel che resta da capire è se l’imputato, in caso di condanna, smetterebbe di far politica, o ne coglierebbe l’occasione per un’estrema battaglia: trasformandosi in un Berlusconi alla Grillo, che fa campagna elettorale senza candidarsi, e una volta presi i voti di milioni di italiani, detta le sue condizioni stando fuori dal Parlamento. Conoscendolo, la seconda è l’ipotesi più probabile. E il paradosso di un Berlusconi resuscitato, invece che abbattuto da una sentenza, quando ormai era avviato verso il declino, è purtroppo destinato a pesare ancora sul governo, sul Paese, sullo scorcio di una legislatura nata morta, e sul tramonto – cupo, sterile, infinito – di un’altra inutile stagione repubblicana.

Pubblicato il 20 giugno 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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