RENZI AL PD: STAVOLTA NON MI FREGANO. E PUNGE ANCORA LETTA

Matteo Renzi

Matteo Renzi

VLADIMIRO FRULLETTI

L’unità, 10 giugno 2013

«Questa volta non mi faccio fregare. Prima fissano le regole poi decido se candidarmi». È un Renzi decisamente in formato battaglia quello che si presenta poco dopo le tre del pomeriggio nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio per essere intervistato al festival di Repubblica. Giubbotto (ma non quello di pelle nera alla Fonzie) e sneakers, il sindaco di Firenze non scioglie definitivamente il quesito sul suo futuro. Non dice espressamente che correrà per la leadership del Pd. Ma fa un altro passo in avanti in quella direzione. Che lui abbia deciso di provarci oramai è chiaro, solo che non vuole rimanere, appunto, fregato. Così disegna la cornice di metodo e di merito di una sua eventuale ascesa alla guida dei democratici Spiega la sua sinistra così lontana da quella radical-chic che ha la sua identità nell’antiberlusconismo: «La logica del nemico ci ha sempre fregati ». E se per lui il Cavaliere non va certo escluso dalla competizione dichiarandolo ineleggibile (come con Grillo le sfide non si vincono squalificando gli avversari), di certo non lo sceglierebbe mai come senatore a vita.

Critica la Cgil che fa «terrorismo psicologico» quando rinvia a un futuro lontanissimo (2076) la possibilità di rilanciare l’occupazione. E quel «pezzo di sindacato» che sarebbe più attento a difendere «i privilegi di pochi » che «le aspettative di tanti».

Il sindaco rimarca la sua distanza anche dal «caro amico» Enrico Letta che, malignamente, fa notare, esprimendogli anche la propria solidarietà, quanto sia più bravo di lui visto che è in grado di governare assieme a Brunetta e Schifani. Ma soprattutto mettendo in guardia dalla «commissionite » che sulle riforme istituzionali rischia solo di far perdere tempo.

Una critica aperta al modello disegnato da Letta, prima la riforma della Costituzione poi, alla fine, la legge elettorale. Renzi rimane convinto che la prima necessità per il Paese è cambiare il Porcellum. E insiste a mettere in guardia il premier, di cui pur apprezza la linea sull’Europa, a non farsi dettare l’agenda di governo dal Pdl e da Berlusconi.

Ma in oltre un’ora e mezza di confronto Renzi presta particolare attenzione anche alle faccende interne al Pd. Un atteggiamento che fino a qualche mese fa non gli veniva proprio naturale.

E che la questione partito questa volta lo riguardi da vicino lo testimonia la forza con cui chiede ai vertici del Pd di fissare norme e tempi della competizione. Perché, «ci sono già passato una volta. Alla seconda i fiorentini mi direbbero: allora ti piace», scherza.E quindi Epifani, «il traghettatore intanto deve dire dire quanto ci mette». Quando lo vuol fare il congresso.

Perché se è a novembre o a febbraio lo scenario cambia visto che il prossimo anno Firenze torna a votare. E quindi Renzi dovrà decidere se ricandidarsi o meno a sindaco. È vero che formalmente non ci sarebbe incompatibilità con l’incarico di segretario Pd, ma è anche vero che il doppio incarico sarebbe politicamente poco sostenibile. Anche per Renzi. E poi vanno fissate le regole.Omeglio va stabilito che le regole non si cambiano. Che devono essere quelle di Prodi e di Veltroni. Che si rifà il congresso come nel 2009 (fra Bersani, Franceschini e Marino) con le primarie aperte. E non certo quella corsa a ostacoli messa in piedi per la sua sfida contro Bersani (e Puppato, Vendola e Tabacci) dello scorso inverno. «Perché forse le avrei perse lo stesso, ma con i respingimenti al fronte elettorale non ha perso Renzi le primarie, ma il Pd le secondarie. Perché buttando fuori la gente il Pd ha perso un’occasione per aprirsi». Non a caso, fa notare, sono state le meno partecipate di tutte.

Un errore da non ripetere e quindi va evitato chi l’ha fatto sia rimesso in condizione di perseverare. «Stumpo alle regole del congresso? È come fare Dracula presidente dell’Avis», ironizza Renzi. Perché per lui il principio fondamentale è che chi «vuol venire a dare una mano al Pd non è un nemico da respingere, ma un cittadino da coinvolgere» perché «abbiamo bisogno di vincere le elezioni non di blindare i dirigenti del partito». Insomma un percorso congressuale che è l’esatto opposto di chi immagina nel Partito democratico che il prossimo segretario si possa far eleggere solo fra gli iscritti. Perché questo alla fine non è il Pd di Renzi. «Se Pd concepisce se stesso come una sorta di strumento burocratico utile a una classe dirigente che già c’è io non sarò della partita. Se, invece, prende atto di un’urgenza che l’Italia ha di cambiare e vuole provarci a farlo allora ragioniamo di come e di chi può può farlo» spiega. In questo caso Renzi sarà della partita. E assicura, questa volta «non sarà una corsa in solitaria».

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Pubblicato il 10 giugno 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. I TIMORI IN CASA PD: NON REGGE LA TREGUA COL PREMIER
    Simone Collini
    L’unità, 10 giugno 2013

    Sono i passaggi sul governo, più che quelli sul partito, a essere guardati con maggior attenzione nel Pd. Le uscite di Matteo Renzi contro il percorso indicato da Enrico Letta per le riforme istituzionali, l’insistere con quel «o fa le cose o va a casa», quello stesso dire al premier «poveretto deve governare con Brunetta e Schifani, io non ne sarei capace», ecco, questi e anche altri passaggi hanno fatto scattare l’allarme ai piani alti del Pd.
    Il timore è che il sindaco di Firenze si prepari a scalare il partito per poi, da segretario, lavorare per un’accelerazione verso nuove elezioni, che sia o meno giunto a termine il percorso delle riforme istituzionali.
    E questo timore è amplificato dal fatto che le nuove frecciate verso Palazzo Chigi arrivano ad appena ventiquattr’ore di distanza dal lungo colloquio che hanno avuto Letta e Renzi a Palazzo Vecchio. Se quell’incontro è servito a siglare un’intesa che metta il governo al riparo da fibrillazioni, le nuove uscite del sindaco di Firenze hanno fatto pensare che quell’intesa sia quantomeno fragile. Per Letta è importante che non si ripetano le «antiche storie di galli nel pollaio», una frase che a molti dirigenti democratici ha fatto pensare alla diatriba tra Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Ma allo stato niente sembra garantire che non si ripeta quanto avvenuto tra Veltroni e Romano Prodi tra il 2007 e il 2008, cioè tra l’elezione del primo a segretario del Pd e la caduta del governo guidato dal secondo.
    Non è un caso che Guglielmo Epifani, a chi lo interpella su tale questione, dice che Renzi «non farebbe mai cadere il governo », aggiungendo però una frase che sa tanto di monito: «Come potrebbe far cadere un governo guidato da un esponente del suo partito?». Se lo facesse, la conseguenza non potrebbe che essere una: «Il Pd gli si rivolterebbe contro».
    Renzi pensa che il gruppo dirigente stia lavorando per preparare il terreno a lui più sfavorevole nel percorso congressuale. La battaglia per ottenere il controllo dell’Organizzazione del partito l’ha persa (oggi Epifani darà le deleghe ai membri della segreteria e quell’incarico sarà affidato a un fedelissimo di Bersani come Davide Zoggia e non al braccio destro del sindaco di Firenze Luca Lotti) e ora si prepara a un’altra partita decisiva, quella sulle norme che regoleranno la sfida per la leadership del Pd.
    Sia l’inversione del percorso congressuale proposta da Epifani ed approvata dalla Direzione (prima si eleggerebbero i segretari locali e soltanto dopo, autonomamente da questo iter, quello nazionale) che un’eventuale limitazione della platea degli elettori del nuovo leader Pd ai soli iscritti al partito vengono viste da Renzi come delle mosse per mettergli i bastoni tra le ruote. Di deciso non c’è ancora nulla e tutto dovrà essere discusso e approvato dalla commissione congressuale.
    Ma il sindaco di Firenze sa che in quell’organismo lui parte da una posizione minoritaria, che dei 19 membri che ne fanno parte a difendere le sue ragioni ce ne sarà soltanto uno (l’ex sindaco di Lodi ora eletto in Parlamento Lorenzo Guerini) mentre potrebbe avere un ruolo forte l’ex responsabile dell’Organizzazione Pd (e tra gli estensori delle regole delle primarie d’autunno per la premiership) Nico Stumpo.
    L’attacco frontale di Renzi («Spero sia una battuta che lui si occupi delle regole del congresso, altrimenti è come proporre Dracula alla guida dell’Avis») si spiega in questo senso. Stumpo, parlando con chi gli riferisce delle parole del sindaco, un po’ ironizza e un po’ contrattacca in modo duro. «Renzi è a corto di battute se ricorre alle stesse di Berlusconi e Tremonti nei confronti di Visco sul fisco», dice il deputato Pd aggiungendo che «l’accoppiata Berlusconi-fisco e quella Renzi-regole non sono i migliori binomi della politica italiana», che il sindaco «oscilla tra la prepotenza e il pagnucolio », che «le regole per il congresso si scriveranno tutti insieme» e che si potrebbe anche decidere di mantenere quelle attuali. Una cosa però dice anche Stumpo, e cioè che se si dovesse scegliere di separare il ruolo del segretario del Pd da quello del candidato premier del centrosinistra «è normale che cambi anche la base degli elettori, altrimenti conviene tenerli legati e andare a primarie aperte».
    Entrambe le decisioni – separare leadership da premiership e far scegliere il segretario dai soli iscritti o da tutti gli elettori di centrosinistra – non vengono giudicate ininfluenti dai vertici del Pd in rapporto alla tenuta del governo. La partita è appena cominciata.

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