INTERVISTA A GIANNI CUPERLO

Gianni-Cuperlo_02Di Simone Collini

L’Unità, 9 giugno 2013

«Epifani ha fatto benissimo a sollevare il tema », dice Gianni Cuperlo riferendosi all’uscita del segretario Pd contro la «piaga del correntismo». E la stagione congressuale, dice, dovrà essere «l’occasione per una discussione vera». «Perché sa cosa è peggio del correntismo? L’ipocrisia sul correntismo. Indignarsi per quel modello e poi rivendicare ogni quota di spazio o carica in ragione dell’appartenenza alla corrente propri. Penso che questo virus stia divorando il Pd. Se non troviamo l’antidoto l’esito è scritto: cancelleremo il merito e allontaneremo un sacco di persone appassionate».

Ma le correnti riflettono il pluralismo del Pd, o no? «Il pluralismo è la linfa del Pd. Se umiliamo questa ricchezza perdiamo una dote preziosa. Lo dico pensando alla scelta di Follini di guardare altrove. Mi spiace molto ma se accade è anche perché le nostre differenze devono trovare un tratto comune di identità. Di fronte alla enormità delle cose, alla crisi più brutale del secolo e a un’Europa che cambia volto, c’è un iscritto,un militante Pd, che saprebbe dire le differenze di impianto e visione tra le dieci o quindici correnti irrigidite che si dividono oggi la gestione del partito?»

Allora come se ne esce? «Penso in due modi. Il primo è investire nel congresso con una discussione davvero libera, dal respiro strategico. Anche ponendoci la domanda su come tutto ciò sia potuto accadere, dal momento che nessuno a parole lo voleva. Non ho mai pensato che un congresso sia solo la scelta di un nome. Noi dobbiamo ricollocare il Pd nella società italiana e nella storia d’Europa. Ma questo lo fai se la limpidezza delle piattaforme aiuta ognuno a entrare nel merito e a mescolarsi partendo dalla sostanza dei problemi e non dalle ambizioni dei singoli».

E l’altro modo? «È restituire all’idea del partito una finalità che non si esaurisce nella sola dimensione istituzionale. Lo so che è un punto delicato, ma è il punto. Figuriamoci se non è giusto riconoscere la funzione di governo, soprattutto adesso con Letta a Palazzo Chigi o con la forza di tanti nostri amministratori a cui da domani si sommeranno i risultati importanti dei ballottaggi, a cominciare da Roma. Ma da troppo tempo si vivono le responsabilità dentro il Pd come il trampolino in vista di qualcos’altro. Penso sia venuta la stagione per investire molto di più sul progetto. Dirigere il partito, a ogni livello, è una prova di maturità che deve tornare a essere appassionante. Non la corvée obbligata in vista di un incarico diverso mala scelta di dedicarsi alla sfida più difficile che è conquistare un paio di generazioni all’impegno, alla scelta di una parte, che poi è la vera molla che scuote le persone».

È anche una questione di regole e di riforma dello Statuto? «È questione di regole e di stile. Dotarci di organismi snelli, in grado di discutere e decidere. Limitare doppi e tripli incarichi, garantire una quota delle risorse ai circoli, tanto più che avremo presto una legge nuova sul finanziamento pubblico e su questo sarebbe giusto capire come non uscire dall’Europa, dove le forme di sostegno alla politica esistono e sono una garanzia di democrazia».

Come giudica la possibile candidatura di Renzi alla segreteria del Pd? «Se ci pensa vuol dire che la sorte del Pd gli sta a cuore. Come a ciascuno di noi».

Epifani ha detto a Berlusconi di smetterla con i ricatti a Letta: teme che il leader Pdl apra la crisi in caso arrivino delle condanne? «Se la destra continua a dire “si fa così o cade il governo”, mostra ancora una volta di non aver capito nulla e quale dramma vivono famiglie, lavoratori, imprese. I fatti di Terni ne sono stati l’ennesimo termometro. Adesso c’è questo ultimatum alla Merkel che, vorrei sommessamente ricordare, guida un partito alleato in Europa del Pdl. Ora, la memoria non è un esercizio diffuso, ma è il governo Berlusconi che ha aperto la strada alla peggiore ricaduta del rigorismo a senso unico, addirittura accelerando al 2013 il pareggio di bilancio che Commissione e Consiglio Ue avevano fissato al 2014. La realtà è che a destra prosegue una campagna elettorale permanente. Mentre Letta e Giovannini cercano giustamente la via della ripresa a cominciare da un piano europeo per il lavoro ai giovani. Dunque ha ragione Epifani a lanciare l’altolà. Noi siamo seri e leali, ma non ingenui».

Diceva del lavoro: quali sono le priorità? «Bisogna che sul banco degli imputati salgano finalmente le esclusioni di milioni di giovani e donne, ma anche dei cinquantenni espulsi dalla produzione. Per contrastare la svalutazione del lavoro e le diseguaglianze più oscene servono anche piani di spesa pubblica concordati su scala europea, finanziati dalla Bei e con un impegno diretto della stessa Bce. Il punto è rimettere in moto l’economia reale anche con meccanismi di solidarietà nella gestione del debito, nelle politiche fiscali e di investimento da realizzare fuori dai vincoli di bilancio. La verità è che solo investendo come mai prima sull’impiego dei giovani e delle donne noi possiamo rialzarci. Ma anche questa è una sfida che si vince solo con l’Europa».

Difficile, però, se Berlusconi si mette a fare l’antieuropeista: può esserci una diversa maggioranza in questa legislatura? «Starei ai fatti. C’è un governo che affronta le emergenze e che ha incardinato le riforme istituzionali con tempi e scadenze certe con una centralità del ruolo del Parlamento. Che, se vuole, può lavorare su alcune leggi di buon senso e saggezza in materia di diritti civili e sualtre possibili riforme a costo zero. È un’occasione da non sciupare. Per questo spero che i parlamentari del M5S trovino la forza e le parole per reagire a un Capo che piega la sua polemica furiosa contro le istituzioni a una inclinazione violenta e autoritaria. Sono cose già accadute in passato, e i danni per la democrazia sono stati profondi».

Parlava di riforme: cosa deve fare il Pd di fronte a un Pdl che insiste sul presidenzialismo e rinvia il nodo della legge elettorale? «Noi dobbiamo essere coerenti. Abbiamo detto “mai più col Porcellum”. E mai più deve essere. Quindi il tema della legge elettorale si pone. Si dice che quello sarà l’esito della riforma e non la premessa.Capisco la logica ma il rischio di tornare al voto con queste regole va eliminato alla radice. La bussola è una legge che garantisce governabilità, alternanza e la scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti. Su forma di Stato e di governo la discussione è aperta e il Pd dovrà definire una posizione il più possibile unitaria coinvolgendo nel confronto e nelle scelte la platea più larga,a cominciare da iscritti e militanti. Quanto al merito, se posso dirlo, non ho trovato sinora argomenti sufficienti da farmi superare dubbi e riserve su una soluzione presidenzialista che comunque richiederebbe ben altro contesto».

Pubblicato il 10 giugno 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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