C’È QUALCOSA DOPO IL PD?

di Marco Damilano, L’espresso, 24 maggio 2013

All’ingresso della sezione, ad ascoltare sul marciapiede, c’è Roberto Martini, impiegato, c’era anche nel documentario “La Cosa” di Nanni Moretti sul passaggio dal Pci al Pds, era il giovane compagno con i baffi che invocava il cambio del nome, «perché, compagni, la bandiera rossa fa venire i brividi a tutti, compreso il sottoscritto. Ma bisogna vedere la sostanza politica. Perché altrimenti, tra vent’anni, staremo ancora qui a parlare…».

Oggi, a vent’anni e più di distanza, la sostanza politica della sinistra italiana è in questo angolo di Testaccio già ripreso nel film morettiano: la storica sezione del popolare quartiere è divisa a metà, da un lato c’è il circolo del Pd deserto con due bandiere all’uscita, dall’altro l’assemblea di Sel con Fabio Mussi e Fabrizio Barca, affollatissima, ombrelli aperti in mezzo alla strada, vapore e sudore dentro, gravata da un sentimento che l’ex ministro fotografa così: «Depressione, senso di impotenza autoinflitto. Rischio Pasok». Ovvero il partito socialista greco precipitato dopo la grande coalizione con la destra dal 43 al 12 per cento. Il fantasma dell’irrilevanza. La dissoluzione.

Il Pd ridotto a non-luogo disabitato, la sinistra di opposizione stanca e smarrita: il ritratto della izquierda italiana dopo il mese orribile che nel giro di poche settimane ha portato dalla coalizione elettorale Bersani-Vendola al governo Letta-Alfano con il Pd alleato di Silvio Berlusconi, capovolgimento totale di linea. Una nuova sanguinosa frattura destinata a pesare nello schieramento progressista e sul futuro delle larghe intese.

Come si è visto il 18 maggio alla manifestazione nazionale della Fiom. Significative le presenze sul palco: oltre al leader dei metalmeccanici Cgil Maurizio Landini il chirurgo di Emergency Gino Strada e il professor Stefano Rodotà, candidato al Quirinale del Movimento 5 Stelle, acclamato. E poi i vendoliani, un drappello di deputati grillini (il siciliano Tommaso Currò, Roberto Tripiedi), il giovane turco del Pd Matteo Orfini, rimasto solo perché i compagni di corrente Stefano Fassina e Andrea Orlando sono entrati nel governo, Fausto Raciti, Pippo Civati, più il neo-tesserato Barca e il vero leader della sinistra interna, Sergio Cofferati. Nessun altro dirigente di largo del Nazareno si è fatto vedere.

E dire che la manifestazione precedente della Fiom, era il 16 ottobre 2010, era stata conclusa proprio da Guglielmo Epifani: ma all’epoca era il segretario della Cgil, non del Pd.

«La decisione di Epifani di non partecipare alla nostra manifestazione mi ha sorpreso. Mi aspettavo più rispetto», dice Landini. «Quell’assenza è un segno della difficoltà, della crisi». Cinquantadue anni, alla testa della Fiom dal 2010, il combattivo segretario delle tute blu è individuato da più parti come il possibile leader di un nuovo soggetto di sinistra da far nascere sulle macerie della coalizione Pd-Sel: Marco Revelli sul “manifesto” lo ha esplicitamente chiamato a entrare nel campo politico, il vecchio Emanuele Macaluso su “L’Unità” lo ha attaccato: «L’obiettivo di Landini è radicalizzare l’opposizione al governo, un errore». Di certo il capo della Fiom è stato molto corteggiato prima delle elezioni da tutta la galassia a sinistra del Pd, è richiestissimo dai media per l’immagine di autenticità distante anni luce dal modello Bertinotti, è rispettato dal mondo grillino: dopo le elezioni ha incontrato i capigruppo Rocco Crimi e Roberta Lombardi, colloquio più che amichevole, non c’è stato bisogno dello streaming per testimoniarlo.

«Ma io ho chiesto di vedere tutti i partiti. Siamo fuori dai vecchi recinti, c’è un modo vecchio di concepire i rapporti tra sindacati e la politica, dentro la crisi ci siamo anche noi», spiega Landini, non molto amato da Susanna Camusso, già in forte imbarazzo per l’elezione di Epifani alla segreteria del Pd. «Grillo ha intercettato una domanda di cambiamento, in tanti dei nostri lo hanno votato. A questa domanda si è risposto con il governo Letta che rischia di aumentare la distanza con la società: un rinchiudersi dei partiti nel Palazzo». Sulla possibilità di un suo ingresso in politica, però, Landini ripete per l’ennesima volta che il fronte è un altro: «Ognuno deve giocare la partita dove si trova. La mia è quella di restituire rappresentanza a un sindacato che l’ha persa e che si appiattisce sulla politica perché ha smarrito il contatto con il mondo del lavoro. Non solo i precari: la maggioranza dei lavoratori non è iscritta a nessun sindacato. Ma il travaglio della politica e della sinistra ci coinvolge, chiaro».

La doppia sinistra si divide non solo a Roma: nel voto amministrativo una parte a Roma tifa per Ignazio Marino, un pezzo del Pd lo sostiene senza grande entusiasmo, a Bologna c’è il referendum sui finanziamenti alle scuole paritarie che ha messo in contrapposizione frontale il sindaco del Pd Virginio Merola e Nichi Vendola. Il 2 giugno, festa della Repubblica, la sinistra che non ci sta alle larghe intese tornerà a riunirsi a Bologna, convocata da Libertà e Giustizia in difesa della Costituzione e contro la Convenzione delle riforme. In cerca di un rifugio politico da offrire al popolo della sinistra infuriato e deluso, quello che riempie anche le assemblee con Barca in giro per l’Italia. «La nostra sconfitta non nasce oggi, inutile mettere alla graticola Pier Luigi Bersani, come hanno fatto in modo sleale quelli che fino a ieri lo omaggiavano», chiarisce l’ex ministro.

«E’ da venti anni che la sinistra non riesce a presentare un progetto di cambiamento. Perché questa catena di insuccessi? Enrico Letta nel suo primo discorso alla Camera ha chiesto meno politica e più politiche, intendendo meno ideologia e più cose concrete, ma io penso esattamente il contrario. Ho visto da uomo di governo cosa succede quando manca la politica: non si va da nessuna parte. E ora per i capi della sinistra siamo al punto di non ritorno».

La «traversa» la chiama Barca, ovvero la traversata nel deserto. Nel suo caso potrebbe essere breve: tra qualche settimana l’ex ministro potrebbe decidere di entrare ufficialmente in campo per il congresso del Pd, con una sua mozione anti-larghe intese e una sua candidatura alla segreteria che si aggiungerebbe a quella già annunciata di Gianni Cuperlo e forse di Epifani. Barca sembra pronto a combattere: «Basta con la pappa della concertazione e della pacificazione: l’innovazione nasce solo dal conflitto. Dobbiamo spingere i gruppi dirigenti più conservatori a cambiare, per evitare che la sinistra italiana faccia la fine del Pasok greco». Un annuncio di battaglia, con l’obiettivo di un nuovo Pd aperto alla sinistra della Fiom e di Vendola. Ma se l’operazione dovesse riuscire a durare pochissimo sarebbe la trasversata del governo Letta.

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Pubblicato il 27 maggio 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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