MATTEO ORFINI: I NOSTRI SLEALI EQUILIBRI

matteo-orfini1Di Daniela Preziosi

Il manifesto, 10 maggio 2013

«Dobbiamo liberarci dello shock di quello che è successo. Il gruppo dirigente del Pd ha esaurito la sua funzione, è dominato dalla chiusura e dalla paura. Paura dei propri elettori, del sostegno al governo, di fare una proposta. Dobbiamo scuoterci e affrontare una partita complicata, vivendo i prossimi mesi come l’occasione per rifondare il Pd. Se cerchiamo solo di traghettare nella nuova fase gli equilibri della vecchia facciamo un danno al Pd e al paese». Parla Matteo Orfini, area Rifare l’Italia, ovvero i giovani turchi. Era per il no alle larghe intese, per disciplina ha votato sì alla fiducia al governo. Era nella segreteria di Bersani, si è dimesso, non ha incarichi nell’esecutivo.

Orfini, chiede il congresso anticipato? «Sabato dobbiamo eleggere un segretario che organizzi in modo equilibrato il congresso. Poi dobbiamo aprire una discussione con i militanti e gli elettori su cosa debba essere il Pd. Una discussione del genere non si può fare fra pochi. Dobbiamo andare a un congresso cui partecipino milioni di persone. Lo dice uno che per cultura politica non pensa che il segretario del Pd debba essere necessariamente eletto con le primarie. Ma oggi rinunciare alle primarie sarebbe un pessimo segnale di chiusura. Il congresso va fatto prima possibile. Ma senza comprimere il dibattito».

Cambierebbe la norma che fa coincidere il leader con il candidato premier? Non porta bene ai governi. Se lo ricorda bene il premier Prodi con Veltroni segretario. «In una situazione ordinaria non avrebbe senso. Ma non siamo in una situazione ordinaria. A partire dal governo. Piaccia o no, c’è un leader del Pd a Palazzo Chigi, non avrebbe senso scegliere un nuovo candidato».

Avete rinunciato a chiedere ai 101 onorevoli in passamontagna che, non votando Prodi, hanno finito col buttare a destra il governo e la linea del Pd, perché lo hanno fatto? «Quei 101 hanno una responsabilità enorme. Ma ce l’hanno anche quelli che hanno detto che votavano Marini e poi non l’hanno fatto al voto segreto. Io ero contrario a Marini, l’ho detto, ma poi l’ho votato. Siamo stati un gruppo dirigente non credibile e non leale».

Come fidarsi di un gruppo parlamentare fatto così? «Infatti serve un congresso. Aggiungo che non è credibile neanche un gruppo dirigente che convoca una direzione per rivolgersi a Napolitano con un documento che dice: non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità, fatto tu per noi. Ho letto che Bersani dice che è tutta colpa del correntismo. Vero. Ma allora perché quando gli abbiamo chiesto di smontare il patto di sindacato fra correnti si è ben guardato dal farlo? Perché oggi (ieri, ndr) ha partecipato e concluso una riunione della sua corrente? Di fatto ha accettato che il partito diventasse una federazione di correnti».

Anche voi giovani turchi siete una corrente. «Siamo quelli che gli avevano chiesto di chiudere con questa stagione».

Bersani era il segretario che voleva “solidificare” il partito liquido di Veltroni. Che metteva la “ditta” davanti a tutto. E invece lascia un partito balcanizzato e nel caos. «La solidità non è solo un fatto organizzativo, deriva dalla rappresentanza sociale. Bersani ha accettato un presupposto culturale analogo a quello di Veltroni secondo cui nella società non c’è il conflitto, non ci sono le differenze, ma solo modi diversi di cercare lo stesso risultato. Questo rende evanescente il nostro radicamento sociale. Lo ha dimostrato il balletto della campagna elettorale: con Monti, sopra Monti, sotto Monti. Alla fine non eravamo né carne né pesce. Sono critiche che noi abbiamo fatto lealmente in questi anni».

Lei dice che serve un partito più radicato a sinistra, ma siete al governo con la destra. Non è un’ipocrisia? «Io ero contrario alle larghe intese, ma sono stato sconfitto. Resta che se il tema è sconfiggere le oligarchie, su questo dobbiamo incalzare il governo».

Sconfiggere le oligarchie essendo alleati di Berlusconi? «Alcune cose si possono provare a fare. Ma comunque non penso che questo governo possa durare a lungo. E per meritarsi la fiducia deve risolvere almeno alcune contraddizioni del paese. Se no non ha senso. Sono felice che i ministri stiano due giorni in un convento a fare “spogliatoio”. Avrei preferito che avessero passato due giorni a incontrare disoccupati, esodati, imprenditori, quelli che non ce la fanno. Che facessero “spogliatoio” con il paese. Ma Letta è il vicepresidente del Pd, quindi un uomo di sinistra: è il primo a saperlo».

Che fine fa l’alleanza di centrosinistra? «Al momento non c’è più, ed è un peccato. Noi abbiamo fatto una scelta complicata, che comprensibilmente Sel non ha potuto seguire. Ma Sel non faccia l’errore di inseguire Grillo. Grillo è alternativo al centrosinistra. E spiace che un uomo intelligente come Rodotà non si renda conto che quel movimento per molti versi è pericoloso per la democrazia».

Lei, prima del ritiro di Bersani, consigliava di allearsi con M5S. «Ricostruzione curiosa. Noi abbiamo condiviso una linea annunciata in conferenza stampa prima che al partito. Alcune istanze di Grillo erano comprese nel programma del Pd. Ma nessuno gli ha proposto un’alleanza organica».

C’è chi invita a non fare processi a Bersani. «Bersani va ringraziato per la generosità con cui ha gestito questa fase difficilissima. Fra l’altro alcune scelte le abbiamo condivise. Infatti anche noi ci siamo dimessi. Mi piacerebbe però che Bersani facesse uno sforzo in più nel riconoscere che se il Pd è oggi quello che lui denuncia, chi come noi – dico noi – lo ha diretto qualcosa ha sbagliato».

Per il congresso sosterrete Gianni Cuperlo? «Vedremo le regole. La candidatura di Cuperlo è forte e innovativa. Ma i nomi vengono dopo i programmi. Noi mettiamo in campo il nostro progetto politico».

Se Renzi ambisse alla segreteria? «Pare non ambisca. Tutti ci rendiamo conto della sua popolarità. Su molte cose le nostre idee erano e restano differenti. Mi piacerebbe che si occupasse un po’ più della sua casa. Non si limitasse a dire “non è il mio turno, fate come vi pare”. È una forma di disimpegno».

D’Alema smentisce, ma anche questa fase sembra segnata da un conflitto fra vecchi leoni. Fra Bersani e D’Alema, per esempio. «La lunga notte in cui Prodi fu bocciato ho detto che al gruppo che aveva fondato il Pd non si poteva ora consentire di scioglierlo. Se anche indiretta, nella vicenda della presidenza della Repubblica c’è una loro responsabilità. Nella migliore delle ipotesi non hanno capito cosa succedeva nel paese, nella peggiore hanno fatto valere i loro interessi personali. Non si può costruire un congresso riportando sotto prestanome gli stessi equilibri».

Cuperlo è dalemiano. «Cuperlo ha collaborato a lungo con D’Alema. Come me. Poi però abbiamo fatto un percorso autonomo. Abbiamo fatto battaglie anche su fronti contrapposti. Quando nacque il governo Monti noi non eravamo d’accordo, D’Alema sì. Salvo poi rendersi conto un anno dopo che forse ha commesso un errore».

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Pubblicato il 10 maggio 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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