LA SPESA PUBBLICA È IL VERO NODO

TITO BOERI, La Repubblica, 3 maggio 2013

Il nuovo Presidente del  Consiglio ha dovuto ignorare il vincolo di bilancio per ottenere il voto di fiducia. Il suo è un governo nato senza priorità nella politica economica. Troppo distanti i programmi elettorali dei due maggiori partiti che lo sostengono.

Nei discorsi alla Camera e al Senato, Enrico Letta ha così promesso molte cose buone e giuste, ma non ha spiegato come potrà finanziarle, se non con il solito generico richiamo alla lotta all’evasione fiscale. Ma quanto può durare questa finzione? Quale spazio c’è davvero per fare politica economica senza coperture, per operare in disavanzo in questo momento in Italia?

La prima risposta è facile: la finzione è durata esattamente tre giorni. Letta, incassata la fiducia, è volato a Berlino, Parigi e Bruxelles per capire di quanta “flessibilità” dispone. La risposta che ha ricevuto è che, se insiste nel chiedere flessibilità – facendo slittare di un anno la scadenza per il rientro dalla procedura di disavanzo eccessivo – dovrà fare immediatamente una manovra dello 0,5 per cento del Pil, vale a dire di circa 8 miliardi. Questo è quanto prevedono le procedure preventive del Patto di Stabilità e Crescita. Insomma, può essere controproducente insistere nel chiedere tempi più lunghi per il consolidamento fiscale. E dovremo comunque stare sotto il 3 per cento di deficit nel 2013 mentre oggi, senza aver ancora fatto nulla, siamo destinati al 2,9 per cento.

Se Letta, invece di fare il tour europeo, fosse salito al Quirinale, avrebbe ottenuto una risposta non molto diversa. Il (nuovo) articolo 81 della Costituzione predica il bilancio in pareggio e consente il ricorso all’indebitamento solo al verificarsi di eventi eccezionali, quali calamità naturali. Paradossale se un governo del Presidente, il garante della Costituzione, violasse questa disposizione appena votata proprio dai partiti che compongono l’attuale maggioranza. In ogni caso, si darebbe un pessimo segnale ai mercati, a chi aveva creduto in questa regola fiscale.

Non c’è dunque spazio per politiche economiche senza copertura: ogni nuova spesa o taglio di tasse dovrà essere compensata da una equivalente riduzione di spesa o aumento delle imposte. Letta ha promesso di evitare l’aumento dell’Iva e si è impegnato a tagliare le tasse sul lavoro. Ha anche sostenuto di voler perseguire una distribuzione più equa del carico fiscale. Tutto questo esclude non solo incrementi Irpef, contributi sociali e imposte indirette, ma anche l’ulteriore aumento delle solite tasse sui giochi proposto dal Movimento5Stelle in continuità con molte finanziarie del passato (sarebbe questa la grande innovazione nella politica economica portata dal partito di Grillo!). Le tasse sui giochi, infatti, colpiscono i cittadini meno abbienti. Non rimane allora che il taglio della spesa pubblica. Di quanto deve essere? Dipende ovviamente da cosa si vuole fare e quando. Per evitare l’aumento dell’Iva a luglio servono due miliardi. Per finanziare la cassa in deroga almeno altrettanti. Per esodati e precari della PA, le altre due misure tampone su cui il nuovo governo si è impegnato, dipende da cosa si vuole fare, ma certamente non costano meno di un miliardo. L’Imu sulla prima casa vale circa 4 miliardi, un punto di riduzione della pressione fiscale sul lavoro attorno ai 5 miliardi.

In sostanza ci vorrebbero circa 15 miliardi di tagli nella seconda parte del 2013, vale a dire 30 su base annua. Bene ricordarsi che il governo Monti ha impiegato un anno e mezzo per tagliare la spesa di un terzo di quella cifra, mentre in Parlamento si respirava un clima molto diverso, non si fingeva certo che non ci fosse un vincolo di bilancio. Se si vogliono varare misure immediate di stimolo all’economia, non rimane perciò che scegliere tra interventi a favore del lavoro (crediti d’imposta e sussidi all’occupazione) oppure sull’Imu, non c’è spazio per entrambi. Con 6 milioni tra disoccupati e persone che hanno smesso di cercare lavoro perché non lo trovavano, la scelta sembra ovvia.

È bene comunque partire subito nella revisione della spesa, questa volta non mettendo un uomo solo al lavoro oltre che al comando, ma impegnando l’intera tecnocrazia dei ministeri (prego tenerne conto nella scelta dei sottosegretari!). Bisognerà non solo individuare gli sprechi, ma anche e soprattutto intervenire sulle procedure di spesa, i rapporti fra diversi livelli di governo e la contabilità a livello locale. Servirà questo anche ad accelerare i tempi del pagamento dei debiti commerciali della PA, su cui siamo già in ritardo con le scadenze. Concentrandosi su questa operazione sarà anche possibile dare priorità ai pagamenti che non hanno effetti sul disavanzo, ma solo sul debito, liberando così risorse per altre misure coerenti con l’obiettivo di contenere il deficit sotto il 3 per cento.

Il governo può comunque fare qualcosa sulla casa. Per cominciare può ridurre la tassa sulle compravendite immobiliari. Può anche permettere ai sindaci di aumentare le detrazioni sull’Imu prima casa. A quel punto, operando sulle detrazioni e sulle aliquote Imu, i sindaci che lo vorranno potranno di fatto azzerare la tassa sulla prima casa di proprietà. Certo, i Comuni hanno già subito tagli molto pesanti ai loro bilanci, ma possono pur sempre aumentare altre tasse, per compensare la riduzione del gettito della tassa sulla casa. Le chiameranno “tasse per coprire le promesse fatte in campagna elettorale” o “tasse per far vincere le prossime elezioni al Pdl”.

Il sospetto infatti è che chi oggi chiede insistentemente di abolire subito l’Imu voglia soprattutto una bandierina da appuntarsi al petto in funzione pre-elettorale o addirittura voglia far cadere il governo attribuendo agli altri la colpa della mancata abolizione di una delle imposte più odiate dagli italiani. Ma sfiduciare questo governo appena nato è un gioco molto rischioso. Sarebbe un attacco diretto al Presidente della Repubblica che difficilmente rimarrebbe con le mani in mano. E i sondaggi elettorali possono in questo momento essere molto fuorvianti. Chi li fa, sostiene apertamente (si veda il confronto in corso su lavoce. info con i sondaggisti) che non hanno, data anche la rivoluzione in corso, alcun valore predittivo. Bene allora pensarci bene prima di provocare il ritorno alle urne. Chi lo ha fatto in passato, spesso è stato punito dagli elettori.

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Pubblicato il 5 maggio 2013 su ECONOMIA POLITICA. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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