BCE E POLITICA MONETARIA: IL MODELLO FED RESTA LONTANO

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La Repubblica, 3 maggio 2013

Un gesto obbligato ma non risolutivo. Meno efficace di quanto sta facendo la Federal Reserve su questa sponda dell’Atlantico. Il maggior beneficio: indebolire l’euro, dando un po’ di sollievo all’export. Così i mercati giudicano lo “storico” taglio dei tassi della Bce, schiacciati a uno 0,5% mai raggiunto in precedenza. La mossa era scontata perché l’inflazione europea è appena dell’1,2% (contro un obiettivo del 2%) e la recessione imperversa.

Per certi aspetti quel tasso riflette la gravità della crisi più di quanto la contrasti. Un conto è ridurre il costo ufficiale del denaro, altro è far sì che il credito arrivi davvero là dove ce ne sarebbe più bisogno. Da questo punto di vista la mossa di Mario Draghi è circondata dallo scetticismo, in America e non solo. «C’è ben poco che la banca centrale possa fare per erogare il credito alle piccole imprese in Grecia o in Portogallo », osserva il New York Times (e avrebbe potuto aggiungerci l’Italia, la Spagna o la Francia). Il Wall Street Journal osserva che in passato lo stesso Draghi si era rifiutato di abbassare i tassi spiegando che «gli effetti non avrebbero raggiunto quelle parti dell’eurozona che ne avevano bisogno». In altre circostanze Draghi spiegò perché era vano spingere sempre più giù il costo del denaro: perché si era guastata la “catena di trasmissione” che dovrebbe funzionare attraverso tutto il sistema del credito, passando dalla banca centrale alle banche commerciali per arrivare infine all’utente finale, cioè il consumatore o l’impresa che ha bisogno di finanziamenti per investire e assumere. Inutile dare via il denaro gratis alle banche, se poi quelle — paralizzate dalla paura o dai propri problemi di bilancio — chiudono la saracinesca di fronte all’economia reale.

Oggi è cambiato qualcosa, per spingere Draghi all’intervento sui tassi? Sì, ma paradossalmente il mutamento è avvenuto nella parte più forte dell’eurozona.

La recessione ormai lambisce anche le economie più robuste come Germania, Olanda, Austria, Finlandia; in quelle economie il sistema bancario non è così avaro di crediti alle imprese come nell’Europa del Sud; di conseguenza riducendo oggi i tassi c’è speranza che un po’ di fondi arrivino… alle imprese tedesche. Aiutare i più forti, sperando che una ripresa tedesca finisca per fare del bene a tutti gli altri. É un paradosso crudele, tanto più che la cancelliera Angela Merkel e gli uomini della Bundesbank fanno resistenza nei confronti della Bce. Eppure sono loro i maggiori beneficiati anche su un altro fronte: il crollo dei tassi sui Bund fa sì che la Germania finanzi il suo debito pubblico a condizioni eccezionalmente favorevoli.

Vista dagli Stati Uniti la politica della Bce resta timida. Il contro-modello è la banca centrale americana. E non solo perché il suo tasso ufficiale (0,25%) è da anni inferiore a quello europeo. 24 ore prima dell’annuncio di Draghi, la Federal Reserve aveva fatto sapere che prosegue a oltranza nel suo “stampar moneta”, comprando bond al ritmo di 85 miliardi al mese, ed è perfino disposta ad alzare i quantitativi di acquisti se sarà necessario per ridurre la disoccupazione. Eppure il tasso di disoccupazione Usa, al 7,6% è molto inferiore a quello europeo. Non basta. Per la Fed la sua missione non si sarà esaurita fino a quando la disoccupazione non sarà scesa almeno al 6,5%. Altre banche hanno imitato la Fed nella sua politica “eretica” che consiste nel pompar moneta stracciando tutti i manuali del rigorismo monetario: nell’elenco delle “convertite” figurano la Banca del Giappone e la Banca d’Inghilterra.

Inoltre la Fed è una esplicita avversaria dell’austerity. Nel suo ultimo documento ufficiale, mercoledì, la Fed ha accusato i tagli di spesa pubblica di avere “un effetto frenante sulla spesa economica”. Si è messa quindi “all’opposizione” rispetto al Congresso degli Stati Uniti. In sostanza la politica di bilancio — nell’impasse tra la destra repubblicana che vuole ancora più tagli, e Obama che chiede investimenti — è additata dalla Fed come una “sabotatrice” degli sforzi della stessa banca centrale. Questo vale a maggior ragione in Europa, dove al posto di Obama c’è la Merkel, che l’austerity l’ha voluta e l’approva.

Lo squilibrio tra le due sponde dell’Atlantico non si riduce, per ora. L’America ha un’economia in crescita del 2,5% annuo, e tuttavia la giudica insufficiente: a ragione, perché sono ancora troppi i disoccupati (quelli ufficiali, più quelli “scoraggiati” e usciti dalle statistiche). La politica di bilancio americana è bloccata dalle spinte contrastanti di Obama e della Camera (a maggioranza repubblicana) ma almeno la Fed svolge un ruolo di supplenza senza freni. In Europa le politiche di bilancio sono ancora univocamente ispirate all’austerity d’impronta germanica. E la Bce ha limiti istituzionali scritti nel suo mandato, che ne fa la guardiana della stabilità dei prezzi, non le attribuisce un ruolo attivo nel perseguire il pieno impiego come in America. Draghi fa quel che può per divincolarsi, ivi compreso l’accenno a un tasso d’interesse negativo, sotto lo zero. Cerca di non rimanere troppo indietro rispetto a Stati Uniti e Giappone nella “guerra delle monete”, cioè la gara delle svalutazioni competitive. Ma ogni cambiamento di sostanza, i mercati ne sono convinti, è congelato fino alle elezioni tedesche.

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Pubblicato il 4 maggio 2013, in ECONOMIA POLITICA con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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